Togliere la carne dal piatto un giorno alla settimana. Dimezzare quella che finisce inutilmente nella spazzatura. Mangiare meno manzo, sostituendone una parte con carni dall’impronta climatica inferiore. Tre cambiamenti piuttosto terrestri che, messi insieme, potrebbero ridurre del 51% le emissioni legate al consumo di carne nelle città degli Stati Uniti.
A fare i conti è uno studio pubblicato su Nature Climate Change, che ha seguito la filiera di manzo, pollo e maiale consumati in 3.531 aree urbane statunitensi, dalle coltivazioni destinate ai mangimi fino alla prima lavorazione degli animali. E no, il famoso Meatless Monday da solo non dimezza alcunché: vale circa un -14%. Il 51% arriva combinando più interventi. Il lunedì, poverino, può fare fino a un certo punto.
Complessivamente, secondo il modello dei ricercatori, la carne consumata nelle città analizzate genera circa 329 milioni di tonnellate di CO2 equivalente ogni anno. Gli autori hanno chiamato questo enorme intreccio di emissioni carbon hoofprint, una variante zoccolata della più nota carbon footprint.
Il manzo occupa un terzo del piatto e quasi tre quarti delle emissioni
Le città considerate consumano ogni anno circa 11 milioni di tonnellate di carne: 4,6 milioni di tonnellate di pollo, 3,7 di manzo e 2,7 di maiale. Le proporzioni cambiano parecchio quando si passa dal peso della carne al peso sul clima. Il manzo rappresenta circa il 34% dei consumi, eppure concentra il 73% dell’impronta climatica calcolata nello studio. A incidere sono soprattutto le emissioni legate all’allevamento dei bovini, alla produzione dei mangimi, ai fertilizzanti, alla gestione del letame e ai cambiamenti nell’uso del suolo. E conta parecchio anche dove e come quella carne viene prodotta.
Gli autori hanno infatti ricostruito filiere che attraversano centinaia di contee. Per il manzo consumato a Los Angeles, per esempio, il modello collega dieci contee dove avviene la lavorazione a bovini provenienti da 469 contee e a coltivazioni per i mangimi distribuite in 828 contee. La bistecca resta ferma nel piatto. Dietro, però, c’è mezza cartina geografica.
Un giorno senza carne vale il 14%, dimezzare gli sprechi il 16%
Una volta ricostruito questo sistema, i ricercatori hanno cominciato a spostare le pedine. Se consumatori e rivenditori dimezzassero lo spreco di carne ancora commestibile, le emissioni diminuirebbero di circa il 16%. Eliminare la carne per un giorno ogni sette, il modello del Meatless Monday, porterebbe invece a un taglio del 14%. Il giorno scelto è irrilevante: nessuna proprietà climatica particolare è stata finora attribuita al lunedì.
Il risultato più consistente arriva intervenendo sul manzo. Sostituirne metà con una combinazione di pollo e maiale ridurrebbe l’impronta di circa il 28-29%; utilizzando soltanto pollo la diminuzione arriverebbe a circa il 33%. Combinando riduzione degli sprechi, un giorno settimanale senza carne e sostituzione di una parte del manzo, lo scenario più spinto elaborato dagli autori porta a un taglio complessivo del 51%.
Una precisazione serve, perché quel numero è molto invitante: lo studio non dimostra che una determinata politica pubblica produrrebbe automaticamente questo risultato. Gli scienziati hanno costruito scenari modellistici modificando consumi e sprechi all’interno della loro ricostruzione delle filiere.
La stessa carne può avere impronte molto diverse
C’è poi un risultato meno immediato del “lunedì senza carne” e probabilmente più interessante. Tra le città analizzate, il consumo pro capite cambia relativamente poco. Le emissioni associate a quel consumo, invece, oscillano da circa 500 a 1.731 chilogrammi di CO2 equivalente per persona all’anno.
Gli autori hanno individuato 868 città che consumano più carne della media pur mostrando un’impronta climatica inferiore alla media. In altre 931 succede l’opposto. La quantità nel piatto racconta quindi solo un pezzo della storia. Il resto si trova nei campi dove vengono prodotti i mangimi, negli allevamenti, nella gestione del letame e nella struttura delle filiere che alimentano le città.
È anche il motivo per cui gli autori invitano le amministrazioni urbane a guardare oltre i propri confini. Gran parte delle emissioni associate a ciò che viene mangiato in città avviene parecchi chilometri più lontano, spesso in aree rurali che sullo scontrino della spesa ovviamente non compaiono.
Parliamo delle città USA, con un margine di incertezza importante
Prima di trasformare il lunedì senza carne nella nuova unità di misura della salvezza climatica, conviene delimitare bene lo studio.
L’analisi riguarda 3.531 città degli Stati Uniti continentali e considera soltanto manzo, maiale e pollo. I consumi sono stati stimati utilizzando cinque cicli del sondaggio nazionale americano NHANES, che complessivamente comprendevano 51.623 partecipanti, e successivamente integrati nella ricostruzione delle catene di approvvigionamento.
Gli stessi ricercatori riportano inoltre per le stime urbane di base un errore percentuale assoluto medio del 26%. Gli scenari servono quindi soprattutto a capire la dimensione e la direzione dei possibili interventi, più che a promettere riduzioni al punto percentuale.
C’è anche un’altra complicazione. Una diminuzione della domanda statunitense potrebbe cambiare prezzi, esportazioni e destinazione della carne prodotta. Una quota delle emissioni potrebbe quindi spostarsi altrove. Per seguire anche questi effetti servirebbero modelli economici e commerciali più ampi.
Il lavoro rimane però piuttosto eloquente su una cosa: tra le tre carni analizzate, il manzo è di gran lunga quella su cui intervenire produce l’effetto maggiore. E per ottenere riduzioni consistenti non serve necessariamente immaginare milioni di persone diventate vegetariane da un giorno all’altro.
Basta spostare alcune abitudini. Una giornata senza carne, meno cibo buttato e qualche bistecca in meno. Il 51%, però, lasciamolo al pacchetto completo: attribuirlo tutto al povero lunedì sarebbe chiedergli decisamente troppo.
Fonte: Nature Climate Change