Il mare troppo caldo sta causando una moria di cozze senza precedenti negli allevamenti

Prima sono arrivate le cozze morte negli allevamenti. Adesso comincia il conto. Per la mitilicoltura campana il 2026 si sta trasformando in un anno parecchio difficile: dopo i problemi sanitari e commerciali della primavera, l’estate ha portato acqua insolitamente calda e una grave moria di mitili. UNCI AgroAlimentare e l’Organizzazione di Produttori Mytilus Campaniae parlano apertamente di aziende in difficoltà e arrivano a evocare perfino un “Natale senza cozze”.

Secondo le due organizzazioni di settore, durante l’estate la temperatura del mare sarebbe salita mediamente di circa 3,5 °C sopra i valori stagionali: nel comunicato diffuso la moria viene segnalata direttamente dai produttori.

Che il Mediterraneo sia stato eccezionalmente caldo, però, non arriva da una chiacchiera sul molo. I dati del programma europeo Copernicus mostrano che nell’estate 2026 una vasta ondata di calore marina ha interessato il Mediterraneo occidentale. Il 13 agosto erano ancora diffuse temperature superficiali superiori alla media, con anomalie che in alcune zone del bacino arrivavano a circa 6 °C. Questo conferma il contesto termico eccezionale, pur senza trasformare automaticamente il +3,5 °C dichiarato per gli allevamenti campani in un dato certificato da Copernicus.

Per le cozze 28 gradi per settimane possono diventare un problema serio

Per una Mytilus galloprovincialis, la cozza mediterranea allevata anche lungo le coste campane, qualche grado non è esattamente un dettaglio da termometro da spiaggia. In uno studio sperimentale pubblicato su PLOS One, esemplari mantenuti per 25 giorni a 28 °C hanno raggiunto una mortalità del 72,2%; dopo 30 giorni si arrivava all’81%. A 24 °C la mortalità finale era invece del 4,44%. Sono risultati di laboratorio e non misure degli allevamenti napoletani, quindi non possono essere usati per calcolare le perdite campane. Mostrano però bene cosa può accadere quando il caldo smette di essere un picco e diventa una lunga permanenza.

Il calore prolungato mette sotto pressione il metabolismo del mitilo, aumenta lo stress ossidativo e può compromettere progressivamente le sue capacità fisiologiche. Esperimenti precedenti sulla stessa specie avevano già osservato mortalità crescente a partire da esposizioni prolungate intorno ai 26 °C e valori molto più elevati avvicinandosi ai 30 °C. Un lavoro condotto direttamente nell’Adriatico durante un’ondata di calore marina ha inoltre registrato un forte declino delle popolazioni quando le temperature superarono i 29-30 °C per periodi prolungati. Cambiano il mare, le condizioni locali e gli animali osservati; la direzione, purtroppo, cambia molto meno.

In Campania ci sono oltre 30 impianti e più di 6.000 tonnellate l’anno

Il problema pesa perché qui le cozze sono molto più di un ingrediente per l’impepata. A maggio la Regione Campania contava oltre 30 impianti di allevamento mitilicolo, insieme a centri di depurazione e circa 50 centri di spedizione. La produzione regionale del comparto supera le 6.000 tonnellate all’anno, per un valore indicato intorno ai 5 milioni di euro. Le aree più produttive restano soprattutto quella flegrea e il litorale torrese-stabiese.

E proprio nel 2026 la cozza locale stava provando anche a guadagnarsi un altro pezzo di carta, stavolta gradito: il 4 giugno è stata presentata l’istanza per registrare la “Cozza Campana IGP”. La procedura è ancora in corso. Il disciplinare proposto comprende le produzioni del Golfo di Napoli, del Golfo di Pozzuoli, del litorale vesuviano-sorrentino, del litorale domizio, del Golfo di Salerno e della costa cilentana fino al Golfo di Policastro. Una geografia piuttosto ampia, che rende altrettanto importante capire dove e quanto le morie abbiano colpito davvero.

Dopo la crisi di primavera, un’altra botta per i produttori

L’estate è arrivata su un settore che aveva già passato una primavera movimentata. A febbraio, dopo l’aumento dei casi di epatite A e le evidenze raccolte nelle indagini epidemiologiche, la Regione aveva rafforzato i controlli sull’intera filiera dei molluschi bivalvi, coinvolgendo ASL e Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno. Ad aprile era partita anche una campagna regionale sul consumo sicuro delle cozze. UNCI aveva denunciato nel frattempo un forte crollo delle vendite dovuto alla paura dei consumatori.

Adesso il problema è fisico e sta direttamente in acqua. Quanto prodotto sia andato perso in Campania, però, non è ancora quantificato in una ricognizione pubblica regionale. Anche l’ipotesi di un “Natale senza cozze” resta quindi, allo stato attuale, l’allarme delle associazioni dei produttori e non una previsione fondata su una stima ufficiale delle disponibilità dei prossimi mesi. La formula funziona benissimo. Il censimento dei danni, un po’ meno velocemente.

Il precedente di altre coste italiane suggerisce comunque di non liquidare la faccenda come un’estate storta. Nell’Alto Adriatico le temperature eccezionali hanno provocato quest’anno morie estesissime e la Regione Emilia-Romagna ha già avviato una ricognizione delle perdite. In Campania manca ancora quel numero, mentre una cosa è già visibile: una filiera che vive letteralmente dentro il mare deve ormai fare i conti anche con quanto a lungo quel mare riesce a restare caldo.

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