Il Re di Pietra è nudo: il Monviso si sgretola (e il suo ghiacciaio Coolidge è ormai perduto)

Il 1° settembre, mentre i tecnici della Carovana dei ghiacciai di Legambiente erano ancora impegnati nei sopralluoghi sul versante nord-est del Monviso, una porzione di roccia si è staccata dalla parete, proprio davanti ai loro occhi. L’episodio si aggiunge a una lunga serie di cedimenti che negli ultimi decenni hanno interessato la montagna, e mostra quanto rapidamente la crisi climatica stia trasformando il “Re di Pietra”.

La spedizione promossa da Legambiente, con il supporto della Fondazione Glaciologica Italiana e di Cipra Italia, ha chiuso la sua tappa piemontese con un bilancio che riguarda tre livelli distinti dello stesso fenomeno: la quota, la parete e la pianura.

Un ghiacciaio che non si misura più

Il Coolidge è il ghiacciaio che occupa la parete nord-est del Monviso, la cima più alta delle Alpi Cozie con i suoi 3.841 metri: per decenni è stato uno dei tratti distintivi del versante, insieme alle grandi pareti rocciose che lo circondano. Già declassato a glacionevato nel 2022, oggi, secondo i rilievi condotti con Arpa Piemonte, la sua porzione superiore si è ridotta a due placche isolate, di 3.500-4.000 e 9.500-10.000 metri quadrati, spesse non più di quattro o cinque metri. La sezione inferiore è quasi interamente sepolta dai detriti franati dall’alto: emergono solo piccoli lembi di ghiaccio nella parte sommitale. Le condizioni per un monitoraggio glaciologico tradizionale sono venute meno: il ghiacciaio, in senso stretto, ha smesso di esistere.

La parete che si sgretola

Il crollo di inizio settembre si inserisce in una sequenza che dura da decenni, e riguarda proprio l’area occupata un tempo dal Coolidge. Il 6 luglio 1989 dalla sua porzione superiore si staccarono 200.000 metri cubi tra ghiaccio e roccia. Il 26 dicembre 2019, sul Torrione del Sucai, a 3.200 metri, franarono altri 60-80 mila metri cubi, con blocchi fino a 500 metri cubi. La parete nord-est ha 1.200 metri di dislivello su roccia fratturata: la fusione del permafrost, accelerata dalle temperature record dell’estate appena chiusa, riduce la tenuta della montagna. Per Secondo Barbero, direttore generale di Arpa Piemonte, l’estate 2026 in regione ha segnato +3,2°C sulla media storica, e i ghiacciai restano l’indicatore più diretto di questo scarto. La Regione Piemonte ha annunciato un tavolo di lavoro dentro l’Osservatorio sui cambiamenti climatici, con Arpa, Soccorso Alpino, Provincia di Cuneo e ricercatori.

Il Po senz’acqua e le riserve nascoste

A Pian del Re, dove il Po nasce a 2.020 metri sul versante del Monviso, la crisi di quota si trasmette a valle. Alla stazione di Isola Sant’Antonio, Arpa Piemonte ha registrato un calo medio della portata del 76% nel corso dell’estate, con un picco negativo del 79% a luglio; ad agosto il deficit è sceso al 40% grazie alle piogge tardive. In questo scenario tornano centrali i rock glacier, accumuli di roccia e ghiaccio degli ambienti periglaciali, e il bacino del Lago Chiaretto. Secondo Marco Giardino, vicepresidente della Fondazione Glaciologica Italiana, queste riserve sotterranee custodiscono acqua che potrà essere rilasciata quando i ghiacciai saranno scomparsi.

Proprio al Lago Chiaretto la Carovana ha srotolato uno striscione per chiedere una governance europea dei ghiacciai. Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente e presidente Cipra Italia, ha sintetizzato il senso della tappa: montagna e pianura condividono lo stesso destino idrico, e servono politiche europee strutturali di adattamento, non risposte rincorse di emergenza in emergenza.

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