C’è un’immagine che sembra arrivare da un altro tempo: donne coi fazzoletti a riparare la testa, carretti tirati da mani nude, la strada davanti e chilometri da percorrere. Dietro, alle loro spalle, una valle, una casa, una famiglia e, davanti, un mondo del tutto sconosciuto. Erano le sedonere, le donne delle montagne friulane che tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento hanno lasciato i paesi dell’alta Valcellina, ai confini con il Vajont, per scendere verso la pianura e le città del Nord Italia. A cercare fortuna.
A raccogliere questa fragile memoria è FORA PAL MONT – I passi rimasti (Fora pal mont è letteralmente “fuori per il mondo, in giro per il mondo”, ndr), l’ultimo documentario diretto da Lorena Trevisan e Michele Pastrello, che incontra sei delle donne che hanno vissuto quella stagione e che oggi, tra i novanta e i cento anni, raccontano in prima persona il viaggio delle sedonere. Le loro voci riportano alla luce un pezzo di storia rimasto a lungo ai margini: quello di donne che, partendo dalla montagna, hanno attraversato l’Italia e conquistato spazi di autonomia in un’epoca in cui il loro ruolo era ancora fortemente limitato.
Con sé avevano decine di manufatti e oggetti di legno, soprattutto i sedon (i mestoli e gli utensili da cucina, da cui deriva il loro nome), e li vendevano lungo il cammino. Partivano per settimane, a volte per mesi, e dormivano dove capitava: nei fienili, nelle stalle, presso le famiglie che offrivano loro un posto per la notte. Nessun viaggio romantico, quindi, ma fatica allo stato puro mista a freddo e solitudine e partenze che nascevano dalla necessità. Le comunità di montagna erano povere, isolate, con poche possibilità di lavoro e così, il denaro guadagnato dalle sedonere serviva a sostenere l’economia familiare e a portare qualcosa in più nelle case.
Eppure, quei viaggi produssero un effetto inatteso. Per molte donne, infatti, raccontano Pastrello e Trevisan, rappresentarono il primo spazio di autonomia fuori dai confini del paese natale. Lontane dalle vicissitudini di una comunità, imparavano strade nuove, incontravano persone diverse, gestivano denaro, prendevano decisioni. In un’epoca in cui il ruolo femminile era spesso confinato alla famiglia e alla casa, una sedonera era una donna che camminava da sola nel mondo. Una lavoratrice, una commerciante, una figura che oggi potremmo definire indipendente, ma che allora veniva semplicemente considerata una necessità della vita.
Hanno fatto tanto per se stesse e per la valle – spiega Lorena Trevisan -, inconsapevoli di essere state piccola parte attiva di un processo di cambiamento culturale. Ed è proprio per questo che le loro testimonianze sono ancora così contemporanee, soprattutto per noi donne. Ci ricordano che l’emancipazione non è qualcosa che è cominciato un giorno grazie a una singola persona, ma è un percorso costruito da molte persone e da più ceti sociali, fatto di tante piccole libertà conquistate, spesso senza nemmeno chiamarle così. Ed è un percorso ancora in divenire. Le loro storie partivano dalla valle, tanto tempo fa, ma in un certo senso arrivano ancora fino a noi.
Una storia rimasta ai margini
Come tante storie di donne del Novecento, anche quella delle sedonere è rimasta per lungo tempo ai margini della memoria collettiva. La sociologa Casimira Grandi ha usato l’espressione “presenza assente” per descrivere proprio questa condizione: donne fondamentali nella vita economica e sociale delle comunità, ma spesso poco presenti nei racconti ufficiali, negli archivi e nella narrazione storica.
Le sedonere c’erano. Hanno lavorato e contribuito alla sopravvivenza delle loro famiglie e dei loro paesi, ma il loro viaggio è rimasto quasi invisibile.
Le donne lavoravano nei campi, con gli animali, in casa e in molte attività integrative – racconta Pastrello -,pur con diritti fortemente limitati tanto è vero che fino al 1919 vigeva l’autorizzazione maritale. La Prima guerra mondiale, per forza di cose, rese più visibile il loro ruolo economico, ma il fascismo ricondusse presto la donna al modello ideologico di moglie e madre, limitandone ambizioni, formazione e carriera. Ancora nel 1931 una larghissima percentuale di donne veniva classificata nelle statistiche con il fumoso “attendenti a casa”. È in questa contraddizione che si inserisce la storia delle sedonere di Fora Pal Mont. Erano donne ambulanti che svolgevano un mestiere percepito come maschile, viaggiavano tantissimo chi trainando un carretto ed altre con ingombranti cassettiere, dormivano sotto le stelle. Si sentivano commercianti, anche se difficilmente potevano rivendicare apertamente quel ruolo. Nel Nord Italia esistono pochissimi casi analoghi di lavoro ambulante femminile organizzato su questa scala.

Il documentario che restituisce voce alle ultime sedonere
Il docufilm – sulle note di Fémene (del cantautore Franco Giordani su poesia della poetessa Bianca Borsatti) – incontra sei delle ultime sedonere – Teresa, Luigia, Vittorina, Fiorina, Luciana, Carolina (la più giovane ha 91 anni, Luigia ne ha 102) – che attraverso i loro racconti riportano alla luce quel mondo fatto di fatica, coraggio, ironia e resistenza. Sono storie di donne che hanno attraversato un’Italia diversa: quella delle valli isolate, delle famiglie numerose, del lavoro manuale e delle partenze senza sapere sempre cosa avrebbe aspettato loro dall’altra parte della montagna. Nei loro racconti c’è la durezza del viaggio, ma anche il ricordo di una libertà conquistata passo dopo passo.
La storia delle sedonere appartiene a un territorio preciso, l’alta Valcellina, ma vuole parlare di tutte quelle donne che hanno lavorato senza essere chiamate “lavoratrici”, che hanno sostenuto economie familiari senza comparire nei libri, che hanno modificato lentamente le proprie comunità senza entrare nei racconti ufficiali.

Ed è questa la domanda che il documentario ci lascia: quante storie di donne abbiamo perso perché nessuno si è fermato ad ascoltarle?
FORA PAL MONT – I passi rimasti ha iniziato nel 2026 il suo percorso nei festival e nelle rassegne italiane: è stato selezionato da Le Giornate della Luce presso Cinemazero di Pordenone, Nuovi Mondi Film Festival, Edera Film Festival di Treviso come evento speciale, Mario Puzo Film Festival ed ETNOfilmFest di Este. Ha inoltre ricevuto la Menzione d’Onore della Giuria al Premio Vittorio De Seta 2026.
