In Norvegia un fiordo incontaminato diventerà una discarica mineraria (nonostante la sentenza della Corte Suprema)

Il fiordo di Førde, sulla costa occidentale della Norvegia, è diventato il terreno di scontro tra la tutela del mare e l’approvvigionamento di materie prime strategiche. A fine settembre 2026, il Ministero norvegese per il clima e l’ambiente ha concesso un nuovo permesso alla miniera di Engebø per scaricare i propri rifiuti direttamente nelle acque del fiordo. La decisione arriva dopo che, il 17 giugno, la Corte Suprema aveva giudicato illegale l’autorizzazione originaria.

Per gli abitanti di Vevring e le associazioni ambientaliste, impegnati da 17 anni in una battaglia legale, la sentenza avrebbe dovuto segnare la fine degli scarichi. Invece, la concessione di un nuovo permesso temporaneo ha riaperto il conflitto. Secondo quanto ricostruito dal Guardian nell’articolo dell’8 ottobre 2026, l’autorizzazione consente alla società Nordic Mining di proseguire per altri tre anni.

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La corsa al titanio giustifica l’inquinamento?

La miniera, proposta nel 2006, sfrutta un giacimento di rutilo, un minerale da cui si ricava il titanio. Il governo norvegese considera il progetto importante per il Paese e per l’Europa, anche perché il titanio è stato inserito dall’Unione europea nell’elenco delle materie prime critiche. Secondo un portavoce del ministero, il monte Engebø custodisce uno dei maggiori giacimenti di rutilo al mondo.

Il ragionamento si scontra però con la sentenza della Corte Suprema. I giudici hanno stabilito che le motivazioni alla base del permesso iniziale non erano sufficientemente solide rispetto alla direttiva quadro europea sulle acque, che ammette deroghe agli obiettivi di tutela soltanto in presenza di un interesse pubblico prevalente.

Tarjei Ellingsen Røsvoll, professore associato di diritto amministrativo e costituzionale all’Università della Norvegia interna, contesta la possibilità di aggirare quella pronuncia attraverso una nuova autorizzazione. “È sbagliato. Un permesso esiste o non esiste, e la decisione della Corte Suprema è piuttosto chiara: il permesso è illegale”, ha dichiarato al Guardian.

La questione riguarda anche il funzionamento delle istituzioni. Secondo il giurista, consentire a un’azienda di continuare a scaricare rifiuti dopo una sentenza contraria mina la fiducia nel sistema giuridico. Intanto, l’ufficio norvegese per i reati finanziari e ambientali, Økokrim, sta valutando se avviare un’indagine sulla vicenda.

La polvere mineraria può entrare nella catena alimentare

Lo smaltimento sottomarino dei residui minerari consiste nel pompare in mare rocce frantumate e scarti di lavorazione attraverso condotte che possono raggiungere centinaia di metri di profondità. I sostenitori lo presentano come un’alternativa allo stoccaggio sulla terraferma. L’Istituto norvegese di ricerca marina (IMR), tuttavia, avverte che le particelle fini possono disperdersi, accumularsi negli organismi marini e alterare gli equilibri ecologici.

Terje van der Meeren, ricercatore dell’IMR e testimone nel procedimento giudiziario, ha paragonato i residui a una polvere finissima. Gli scarti di Engebø contengono inoltre una sostanza chimica che si degrada in disolfuro di carbonio, una neurotossina. “Cosa succederà ai pesci che depongono le uova in questo fiordo? Non lo sappiamo”, ha detto al Guardian.

Le conseguenze di scarichi minerari del passato mostrano perché la preoccupazione non sia soltanto teorica. Nel 2016, ricercatori norvegesi hanno studiato il Repparfjord, dove una miniera di rame aveva riversato rifiuti negli anni Settanta. Decenni dopo, hanno rilevato nei merluzzi eglefini concentrazioni di piombo, arsenico e cromo nei muscoli superiori a quelle riscontrate nelle acque circostanti. Altri studi hanno documentato contaminanti nei granchi, nel plancton e nelle uova di pesce.

Una battaglia che riguarda anche il futuro dei fiordi

Il caso Engebø si inserisce in un quadro più ampio di pressioni sull’ambiente marino norvegese. Un rapporto recente ha associato gli allevamenti ittici al rilascio di grandi quantità di nutrienti inquinanti nelle acque costiere. Nel frattempo, all’inizio della stagione di pesca del 2026, oltre 150 dei circa 450 fiumi norvegesi ricchi di salmoni erano stati chiusi alla pesca.

La nuova autorizzazione rischia inoltre di creare un precedente per altri progetti estrattivi interessati a smaltire i residui in mare. Nordic Mining ha dichiarato di voler proseguire l’attività con l’obiettivo di operare responsabilmente e nel rispetto della comunità locale. Gli abitanti di Vevring e le associazioni ambientaliste si preparano invece a una nuova battaglia legale.

Per Anne-Line Thingnes Førsund, pescatrice di terza generazione e attivista, il fiordo sostiene da secoli la vita della comunità. “Ci ha dato cibo, reddito, significato, musica, pesce e uccelli per migliaia di anni”, ha raccontato al Guardian. La decisione del governo mette ora alla prova la capacità della Norvegia di conciliare l’estrazione di materie prime strategiche con la protezione delle acque che ne costituiscono una parte essenziale del patrimonio naturale.

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