In Pakistan le comunità tradizionali “innestano” i ghiacciai per far nascere nuove riserve d’acqua: è l’antica pratica del Gang Khswa

Il ghiaccio viene staccato da ghiacciai diversi, caricato in ceste e portato sulle spalle fin sopra i 4.000 metri di quota. Una parte è scura, ricca di terra e detriti; l’altra è chiara, quasi trasparente. Per la tradizione del Baltistan sono il ghiaccio “maschio” e quello “femmina”. La destinazione è una cavità nella montagna dove i due verranno sistemati insieme, coperti e lasciati al freddo per anni. È così che comincia un “matrimonio dei ghiacciai”.

Nel Gilgit-Baltistan, regione montuosa amministrata dal Pakistan nel Kashmir conteso, questa pratica indigena si chiama Gang Khswa, espressione che un documento del progetto GLOF-II di UNDP Pakistan traduce come “nutrire con profondo affetto”. L’obiettivo è decisamente materiale: conservare ghiaccio in alta quota e ottenere, se il sito riesce a stabilizzarsi, acqua di fusione utile ai villaggi nei mesi in cui serve per irrigare campi, abbeverare animali e sostenere la vita quotidiana.

Come si “sposa” un ghiacciaio a 4.000 metri

La biologia, qui, può accomodarsi fuori dalla grotta. “Maschio” e “femmina” appartengono alla classificazione tradizionale del ghiaccio: quello definito femminile è bianco o azzurro e relativamente pulito, quello maschile è più scuro e mescolato a rocce e sedimenti. Il significato attribuito alle due categorie è antico: il primo viene considerato più generoso d’acqua, il secondo più lento e resistente. Anche la letteratura scientifica che ha studiato il glacier grafting descrive questa distinzione come parte del sapere delle comunità locali: maschio e femmina sono categorie culturali, non proprietà fisiche del ghiaccio.

Il sito viene scelto in un punto molto freddo e poco esposto al sole, generalmente oltre i 4.000 metri. Il materiale viene sistemato in una grotta naturale o in una cavità scavata appositamente. Il booklet realizzato dal progetto GLOF-II, promosso dal Ministero pakistano per il Clima insieme a UNDP con il sostegno del Green Climate Fund, descrive strati di ghiaccio accompagnati da noccioli di albicocca, pula di grano, acqua e carbone. Sopra vengono costruite protezioni per limitare l’esposizione al sole.

L’intera operazione è intrecciata con preghiere, canti e rituali. Il documento di UNDP racconta che gli anziani sistemano il ghiaccio nella cavità, viene cantata una sorta di ninna nanna al “ghiacciaio bambino” e vengono recitati versi del Corano. Per alcuni anni il luogo viene poi lasciato indisturbato.

Il “ghiacciaio artificiale” funziona davvero?

Parlare semplicemente di “nuovi ghiacciai” rischia di suggerire qualcosa di più grande e meglio dimostrato di ciò che sappiamo. Uno studio pubblicato nel 2021 su Sustainability ha analizzato il glacier grafting in tre villaggi del Gilgit-Baltistan: Gole, Pari e Balghar. I ricercatori hanno raccolto 160 questionari a livello familiare e hanno trovato una percezione positiva della tecnica rispetto alla disponibilità d’acqua per l’irrigazione, alla superficie coltivabile e alla sicurezza alimentare. Si tratta però di dati ottenuti soprattutto dalle valutazioni delle famiglie coinvolte, non della misurazione diretta, per anni, della massa di ghiaccio e della portata aggiuntiva dei corsi d’acqua.

Anche la Baltistan Culture & Development Foundation, che oggi lavora con le comunità per recuperare la pratica, precisa che la sua efficacia non è ancora completamente dimostrata scientificamente. Il Gang Khswa è quindi un sistema tradizionale di conservazione e accrescimento del ghiaccio con risultati riportati dalle comunità; la dimensione dell’effetto idrologico resta da misurare meglio.

Una ricerca antropologica sulle tecniche di coltivazione del ghiaccio nell’Himalaya occidentale ridimensiona anche la parola “ghiacciaio”. Le formazioni ottenute possono assomigliare più a chiazze di ghiaccio persistenti che a ghiacciai nel significato glaciologico classico. La possibilità che queste piccole masse producano aumenti misurabili dell’acqua disponibile per l’agricoltura rimane oggetto di discussione.

Dieci siti recuperati mentre il “Terzo Polo” perde ghiaccio

La pratica intanto è tornata sul terreno. La Baltistan Culture & Development Foundation riferisce di aver completato interventi di glacier grafting in dieci località del Baltistan, coinvolgendo anziani, giovani e comunità locali. Il progetto ha ricevuto sostegno finanziario britannico attraverso il Foreign, Commonwealth & Development Office. La stessa organizzazione ha costruito anche sei ice stupas, torri coniche nelle quali l’acqua viene congelata in inverno e conservata fino alla fusione primaverile.

Il bisogno di trattenere acqua in montagna ha un contesto parecchio più grande di quelle ceste di ghiaccio. L’International Centre for Integrated Mountain Development definisce Hindu Kush-Himalaya il “Terzo Polo”: contiene il maggiore volume di ghiaccio terrestre fuori dalle regioni polari e alimenta grandi sistemi fluviali dai quali dipendono circa 240 milioni di persone nelle montagne e 1,65 miliardi nelle aree a valle. Il rapporto HI-WISE descrive una criosfera sottoposta a cambiamenti senza precedenti su scala umana, con fusione accelerata dei ghiacciai, perdita di neve e scongelamento del permafrost.

Nel solo Gilgit-Baltistan l’agricoltura vive appesa a quell’acqua: secondo ICIMOD, circa il 90% dei terreni coltivati della regione viene irrigato con acqua alimentata dai ghiacciai. Quando il ghiaccio arretra, possono spostarsi anche i punti dai quali partono i canali tradizionali e la disponibilità d’acqua durante la stagione agricola diventa più fragile.

C’è poi il problema opposto, quello dell’acqua che arriva tutta insieme. UNDP censisce nelle regioni settentrionali pakistane 3.044 laghi glaciali; 33 sono considerati ad alto rischio di improvvise rotture, le cosiddette GLOF, capaci di scaricare a valle milioni di metri cubi d’acqua, fango e detriti. Circa 7,1 milioni di persone nel Gilgit-Baltistan e nel Khyber Pakhtunkhwa vivono in aree esposte a questo pericolo.

Il Pakistan, secondo la sua più recente documentazione climatica, contribuisce per circa l’1% alle emissioni globali di gas serra e resta fortemente esposto agli impatti del riscaldamento globale. In queste montagne l’adattamento assume così anche forme molto poco futuristiche: ghiaccio dentro una cesta, una salita a piedi, una grotta scelta perché il sole ci arriva il meno possibile.

Il Gang Khswa da solo non può mettere al sicuro l’acqua di una regione investita da cambiamenti tanto rapidi, e la sua efficacia fisica richiede ancora dati migliori. Intanto, sulle montagne del Baltistan, il lavoro resta molto concreto: ghiaccio raccolto altrove, ceste sulle spalle, una salita oltre i 4.000 metri e una cavità abbastanza fredda da conservarlo. Il “matrimonio” viene dopo.

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