Incendi boschivi, i numeri da chiamare e le regole per mettersi in salvo

In Italia sono già andati in fumo quasi 48.000 ettari di territorio da inizio 2026, il 135% in più rispetto alla media del periodo 2006-2025. Il dato arriva dal database EFFIS di Copernicus, il sistema satellitare europeo che misura le superfici bruciate, e racconta una stagione partita con settimane di anticipo sul solito calendario degli incendi. Il report Italia in fumo 2026 di Legambiente conferma la tendenza: 469 roghi registrati da gennaio, il 36% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. E il 2025, va ricordato, si era già chiuso con quasi 100.000 ettari bruciati, quasi il doppio del 2024. La curva, insomma, non accenna a scendere. Numeri a parte, resta un aspetto pratico da tenere a mente quando ci si trova davanti alle fiamme, ovvero che un incendio boschivo, banale a dirlo, non si comporta esattamente come un rogo domestico, perché si tratta di un fronte mobile, che corre all’aperto, e può avanzare più in fretta di quanto si possa immaginare.

I numeri da chiamare

In caso di avvistamento la prima cosa da fare è avvertire i Vigili del Fuoco, componendo il 115 oppure il 112, il Numero di emergenza unico europeo, che smista la chiamata alla centrale operativa competente. In alternativa esiste un canale dedicato proprio a questo tipo di emergenze, il 1515, un servizio gratuito attivo 24 ore su 24 gestito dai Carabinieri Forestali. Chiunque si ritrovi a dover chiamare dovrà indicare con precisione sia Comune che Provincia dell’area colpita e restare in linea finché l’operatore non chiuderà la comunicazione. Ricordate, sono le domande ricche di dettagli, e non la fretta di riattaccare, a permettere di calibrare l’intervento.

Come comportarsi se le fiamme sono vicine

Le indicazioni operative arrivano direttamente dalla Protezione Civile e dalla campagna Io non rischio. Vanno cercate una via di fuga sicura, una strada o un corso d’acqua, senza mai fermarsi sottovento, nella direzione in cui le fiamme vengono spinte dall’aria, perché è proprio lì che si rischia di restare intrappolati. Se il fronte è debole e non c’è altra via, si può provare ad attraversarlo nel punto più sottile per raggiungere l’area già bruciata. Quando muoversi non è possibile, meglio sdraiarsi a terra in un punto privo di vegetazione, perché il fumo sale e restare bassi aiuta a non respirarlo. E naturalmente non ci si deve fermare lungo le strade a guardare o a filmare, perché le auto parcheggiate diventano un ostacolo per i mezzi di soccorso.

Prevenzione, la parte che dipende da noi

Buona parte degli incendi boschivi non nasce per cause naturali, ma per comportamenti imprudenti e/o volontari. Vale quindi la pena ripassare qualche accortezza elementare: mai gettare mozziconi o fiammiferi accesi vicino a erba secca, mai accendere fuochi fuori dalle aree attrezzate, e se si parcheggia in un prato controllare che la marmitta non sia a contatto con la vegetazione, perché il calore basta a innescare le fiamme. I rifiuti abbandonati nei boschi sono combustibile pronto all’uso, e anche bruciare residui agricoli senza le dovute precauzioni può sfuggire di mano in pochi minuti, soprattutto con il vento.

Perché in estate aumentano gli incendi dolosi?

Concludiamo il nostro articolo con un piccolo focus su un aspetto meno discusso ma altrettanto interessante, inerente le motivazioni per cui, con il caldo estivo, aumentano anche gli episodi dolosi. Il legame tra temperature elevate e comportamenti aggressivi non è una suggestione da bar, ma un solido filone di ricerca, proprio della psicologia sociale. Possiamo citare lo psicologo Craig Anderson, che in una rassegna pubblicata su Current Directions in Psychological Science, ha mostrato quanto le temperature elevate aumentino l’ostilità percepita ed i pensieri aggressivi, con effetti misurabili sui tassi di violenza e sui reati contro la proprietà proprio nei mesi più caldi. Un filone più mirato si è concentrato sugli incendi dolosi, con uno studio del 2016 condotto a Toronto e pubblicato sull’International Journal of Biometeorology: gli autori hanno trovato un’associazione indipendente tra temperatura e frequenza degli inneschi, più marcata negli episodi notturni, pur precisando che anche il freddo intenso produce un effetto rilevante e che la relazione non è lineare come si potrebbe immaginare. C’è poi un fattore più prosaico, quello che la criminologia ambientale chiama teoria delle attività di routine (d’estate le giornate sono più lunghe, la vegetazione secca offre più combustibile e le forze dell’ordine sono già impegnate su altri fronti) condizioni che moltiplicano le occasioni di innesco e riducono le probabilità di essere notati in tempo, che si tratti di un bosco o di un’auto parcheggiata.

Chiudiamo con un dovuta precisazione: la piromania vera e propria, il disturbo compulsivo riconosciuto dal DSM-5, rimane un fenomeno raro, mentre la maggior parte degli incendi dolosi nasce da moventi reali, che si tratti di un vantaggio economico, di un rancore mai del tutto sopito o della volontà di intimidire, più che da un incontrollabile impulso patologico.

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