Sumatra e Kalimantan bruciano da settimane, e il dato che dovrebbe preoccuparci di più non solo la superficie in fiamme ma anche cosa c’è sotto quella superficie. Le torbiere indonesiane custodiscono carbonio accumulato migliaia di anni fa: quando si incendiano, non producono un semplice rogo, ma la liberazione improvvisa di riserve che la geologia aveva sigillato per millenni. Susan Page, docente di geologia e ambiente all’Università di Leicester, lo ha spiegato alla BBC con una sintesi efficace: prosciugare una torbiera significa trasformare “serbatoi di carbonio a lungo termine” in una “fonte di carbonio a breve termine”.
Un El Niño fuori scala
I numeri di quest’anno confermano l’anomalia. I dati satellitari del servizio Copernicus indicano circa 58 milioni di tonnellate di carbonio emesse dagli incendi indonesiani nel 2026, contro una media annua di 32 milioni registrata tra il 2003 e il 2025 nello stesso periodo. Il ministro delle Foreste indonesiano, Raja Juli Antoni, ha parlato di settembre come del mese decisivo, definendolo “la battaglia principale” per contenere un El Niño che gli esperti descrivono ormai come eccezionalmente intenso. Le stime più allarmanti parlano di un potenziale di 11 milioni di ettari bruciati nel corso della stagione.
Tra gennaio e luglio sono già andati distrutti 107.465 ettari secondo il Ministero delle Foreste, il 110% in più rispetto allo stesso periodo del 2023, l’ultimo anno in cui El Niño aveva colpito il Paese con forza paragonabile. L’Agenzia nazionale per la mitigazione dei disastri conta 182 focolai attivi, oltre 145 concentrati nel solo Kalimantan.
La geopolitica dietro il fuoco
Dietro la siccità c’è però un fattore meno visibile ma altrettanto concreto: la chiusura dello Stretto di Hormuz ha alterato gli equilibri energetici globali, spingendo Indonesia, Malesia e Thailandia verso una domanda crescente di biocarburanti. Lo documenta un rapporto del Singapore Institute for International Affairs pubblicato a giugno, secondo cui l’aumento dei prezzi di fertilizzanti ed energia sta spingendo piccoli e medi coltivatori a usare il fuoco come scorciatoia economica per liberare terreno o smaltire scarti agricoli. Una crisi energetica lontana migliaia di chilometri che si traduce, sul campo, in più incendi appiccati per necessità di bilancio.
Le conseguenze umane e ambientali
La foschia tossica ha già varcato i confini nazionali, raggiungendo Malesia, Filippine e Singapore. A Manila, distante 1.700 chilometri dal Borneo, le autorità hanno sospeso le lezioni in presenza per l’inquinamento atmosferico giudicato “acutamente insalubre”. Nel Sarawak malese le scuole sono passate alla didattica a distanza, mentre le autorità locali si preparano a operazioni di inseminazione delle nuvole per indurre precipitazioni artificiali, tecnica già impiegata anche dall’Indonesia.
Sul fronte sanitario, migliaia di persone sono state ricoverate per infezioni respiratorie. Sul fronte della biodiversità, la fondazione YIARI segnala oranghi trovati debilitati, privi di cibo e acqua, con parte del loro habitat naturale ridotto in cenere.
Le risposte in campo
L’Indonesia sperimenta nel Kalimantan meridionale una tecnica di raffreddamento sotterraneo, che inietta acqua e liquidi antincendio fino a due metri di profondità per colpire i punti caldi che covano sotto la torba anche quando le fiamme in superficie sembrano spente: un test a Pengayuan ha portato le temperature sotterranee da 120 a 30 gradi. Parallelamente, le autorità hanno avviato azioni legali contro le aziende responsabili, inviando lettere di allerta a venti entità con concessioni interessate dai roghi.
Restano, però, i limiti strutturali di una crisi che si ripete ogni anno con la stessa dinamica: pressione economica sui coltivatori, siccità ciclica, risposta emergenziale. Finché queste tre variabili resteranno immutate, il Sud-Est asiatico continuerà a respirare, ogni fine estate, il fumo delle proprie torbiere.

