Un secchiello di pollo fritto, una coscia alata, magari pure il bel faccione del Colonnello, purché sia KFC e, soprattutto, purché resti sulla pelle. È questa l’idea assai bizzarra di fidelizzazione proposta dalla catena di fast food al Modena Nerd: farsi tatuare – gratuitamente – un soggetto legato al marchio e ricevere, in cambio, un menu omaggio ogni dieci giorni.
Una sottospecie di tessera fedeltà, insomma, che però non dovrai mai cercare nel portafoglio, ma troverai direttamente incisa sul tuo corpo. Brividi d’inchiostro al sapor di alette.
L’iniziativa, organizzata il 5 e 6 settembre durante la fiera modenese dedicata a fumetti, videogiochi e alla cultura pop in generale, ha attirato centinaia di persone (ma da lì, ne sono uscite tatuate una novantina). Non sono mancate, però, le polemiche. Federconsumatori aveva chiesto l’intervento del Comune e dell’Asl, mettendo sotto la lente di ingrandimento sia gli aspetti sanitari sia quelli legati a una forma di marketing decisamente poco discreta. Ma al primo di settembre, secondo quanto riportato dalla stampa locale, al Comune non risultava ancora presentata la segnalazione prevista per effettuare tatuaggi.
La macchina promozionale, quindi, ha ingranato la marcia e non si è fermata: nel weekend l’iniziativa si è svolta regolarmente e le code allo stand hanno dimostrato che, oibò, quando di mezzo c’è la parola “gratis”, persino trasformarsi in un cartellone pubblicitario permanente può sembrare un affare da non lasciarsi sfuggire.
Pollo gratis “a vita”. Ma cosa dura davvero per tutta la vita?
A rendere l’operazione particolarmente interessante – diciamo così – è proprio la formula scelta per promuoverla: pollo fritto gratis “a vita”. Nella pratica, chi ha aderito ha ricevuto un coupon per un menu omaggio ogni dieci giorni, secondo condizioni e modalità previste dall’iniziativa. Il tatuaggio, invece, non ha scadenza, non richiede app e non teme l’inflazione: quello rimane lì a imperitura memoria.
Qui il rapporto tra ciò che offre il consumatore e ciò che riceve comincia ad apparire quantomeno sbilanciato, non credete? Se da una parte c’è un’azienda che ottiene qualcosa di molto simile a uno spazio pubblicitario permanente, dall’altra c’è una persona che, in cambio, riceve periodicamente pollo fritto ma con una piccola differenza: il buono può essere sottoposto a condizioni, modifiche o limitazioni. L’inchiostro sottopelle no (a meno, naturalmente, di mettere in conto una rimozione laser o una cover-up. Operazioni decisamente meno immediate di una visita al fast food).
E non è nemmeno la prima volta. La “Tattoo Experience” non nasce quest’anno. Già nel 2025, sempre durante Modena Nerd, circa cinquanta persone avevano scelto di tatuarsi soggetti a tema KFC: secchielli di pollo, cosce fritte e illustrazioni assortite legate al marchio.
L’azienda aveva poi celebrato l’iniziativa su LinkedIn definendola una delle sue “attivazioni più audaci” e un modo per creare un “legame profondo” con il pubblico.
Profondo, in effetti, è la parola giusta: qualche millimetro nel derma…
Quest’anno l’operazione è tornata e, visto il numero di persone in fila, sembra aver centrato l’obiettivo dal punto di vista pubblicitario. Del resto, poche campagne possono vantare testimonial disposti non solo a indossare una maglietta con il logo, ma a portarselo addosso potenzialmente per decenni.
Di fatto, sono anni che i marchi lavorano per trasformare i consumatori in ambasciatori spontanei: programmi fedeltà, raccolte punti, community online, contenuti da condividere sui social, gadget esclusivi e hashtag servono esattamente a questo. Compriamo un prodotto e contribuiamo anche a promuoverlo.
In questo caso, il corpo stesso diventa supporto promozionale. Una superficie sulla quale il brand può insediarsi stabilmente, facendo leva sul desiderio di appartenenza, sull’esperienza da raccontare e, naturalmente, sull’irresistibile richiamo del “gratis”. Il contesto del Modena Nerd, poi, è stato super azzeccato: fandom, simboli, identità, personaggi da amare e universi narrativi da esibire, tutti codici tipici della cultura pop che vengono presi in prestito e trasferiti su un marchio commerciale.
“Uno sponsor vivente”
Federconsumatori ha definito l’iniziativa una forma di “marketing invadente”, accusando il marchio di arrivare ad “appropriarsi letteralmente del corpo del consumatore, rendendolo uno sponsor vivente”.
Il punto sollevato dall’associazione è quello della sproporzione dello scambio: l’azienda guadagna un’esposizione potenzialmente permanente, mentre il cliente ottiene del cibo.
È quindi interessante non tanto domandarsi se qualcuno sia libero o meno di tatuarsi una coscia di pollo – naturalmente lo è – ma renderci conto fino a che punto il marketing sia disposto a spingersi pur di creare un rapporto apparentemente “speciale” con chi compra. Tra l’altro un pollo fritto che verrà ingurgitato in pochi minuti.
Ah, eccolo l’altro dettaglio tutt’altro che secondario: non si sta regalando un libro, un abbonamento culturale o una cesta di verdure, ma junk food. Il cortocircuito è quasi perfetto: il consumatore offre una parte del proprio corpo in modo permanente al marchio e, in cambio, riceve periodicamente un prodotto che appartiene a quel modello alimentare che il marketing sa rendere desiderabile ben oltre il bisogno reale. Che storia (da polli).