La crisi climatica si manifesta in modo differente in ciascun Paese: la campagna globale del clima nata dal basso e diffusa via Whatsapp

Il 29 agosto, in India, 34 agricoltrici si sono sedute a parlare di caldo estremo e salute mestruale, due cose che nei campi possono incontrarsi molto più spesso di quanto accada nei programmi sul clima. Poco distante, più di 200 persone assistevano a uno spettacolo di strada accompagnato dal Parai, musica popolare tamil, per parlare di acqua, raccolta della pioggia e rifiuti. Nello stesso giorno, in Burundi qualcuno affrontava il cambiamento climatico con la slam poetry; in Uganda bambini e adulti ripulivano il quartiere; in Siria si discuteva dei rischi legati alle piene dell’Eufrate. A tenere insieme tutto questo c’era soprattutto WhatsApp.

La storia era cominciata cinque mesi prima e con dimensioni decisamente più gestibili. Nel marzo 2026 tre membri del Movement for Community-led Development in America Latina e nei Caraibi avevano organizzato una prima giornata regionale, con attività in Colombia e Brasile e un incontro online per confrontarsi. Contemporaneamente, nell’Africa occidentale stavano nascendo altre campagne. L’idea ha cominciato a viaggiare dentro la rete e qualcuno ha posto la domanda più ovvia: possiamo farlo anche noi?

La risposta è passata dai telefoni. Ad agosto, organizzazioni e singoli di 20 Paesi si scambiavano proposte per il 29 agosto: alberi da piantare, strade da pulire, incontri, corsi, spettacoli. MCLD ha una certa capacità di far circolare messaggi: dichiara oltre 3.000 organizzazioni locali, reti e gruppi comunitari, insieme a 30 ONG internazionali, distribuiti in più di 40 Paesi. Una chat di gruppo leggermente sfuggita di mano, insomma.

In ogni posto il clima aveva un problema diverso

La giornata globale non prevedeva un copione da ripetere. In Siria la Salam Humanitarian Foundation ha lavorato sulla consapevolezza dei rischi climatici e delle possibili inondazioni dell’Eufrate. In Uganda il Lubaga Social Justice Center e la Fellowship for Community Enlightenment hanno coinvolto abitanti e bambini nella pulizia del territorio e nell’installazione di cartelli sulla tutela ambientale. In Rwanda la Green Development Organization ha unito formazione sui rifiuti, raccolta, riciclo e sistemi di monitoraggio gestiti insieme alla comunità.

In India il programma di Sanitation First rende ancora meglio l’idea. L’organizzazione lavora da oltre vent’anni su acqua e servizi igienici e negli ultimi anni ha portato dentro questi progetti anche il clima. Tra le sue attività ci sono il recupero dei bacini idrici, pompe solari, formazione nelle scuole, agricoltura rigenerativa e programmi dedicati alle persone che lavorano sotto temperature estreme. Da qui nasce l’incontro con le 34 agricoltrici: Sanitation First sta già lavorando sul rapporto tra stress da caldo e salute mestruale di studentesse, lavoratrici agricole, addette ai servizi igienici e altre persone esposte alle alte temperature.

Il tema trova ancora poco spazio nei piani climatici indiani, sostiene l’organizzazione, che vorrebbe portarlo anche nelle strategie di preparazione agli eventi estremi. Il 29 agosto quel lavoro è finito insieme ad attività su biochar, acqua e rifiuti. La crisi climatica, vista da un campo agricolo del Tamil Nadu, assume forme abbastanza diverse da quelle che entrano normalmente in una slide.

Anche l’arte è diventata uno strumento. In Burundi l’Initiative for the Promotion of Art and Culture Group ha usato la poesia performativa; in Brasile una comunità ha affiancato alle attività ambientali musica, un murale dipinto insieme e momenti conviviali. Nessun obbligo di sembrare una conferenza sul clima per parlare di clima.

In Malawi servivano perfino delle biciclette

La giornata del 29 agosto arriva sopra un lavoro che in molti Paesi era già cominciato. Una delle storie raccolte da MCLD in Malawi contiene un dettaglio che racconta questa scala molto meglio di parecchie definizioni.

La Chikonde Youth Organization aveva bisogno di raggiungere comunità lontane per le proprie attività di sensibilizzazione e gestione del territorio. Con il sostegno di World Bicycle Relief sono quindi arrivate 100 biciclette ai volontari. Secondo i dati riportati dall’organizzazione attraverso MCLD, il progetto ha inoltre contribuito alla messa a dimora di più di 81.250 alberi autoctoni e da frutto in 13 aree comunitarie.

Nello stesso Paese SAPPHIRE Community Organization riferisce di aver formato 619 persone alla produzione di bricchette alternative a carbone e legna e 250 agricoltori alla coltivazione dell’ibisco, scelta perché più resistente alla siccità. Sono risultati dichiarati dalle organizzazioni coinvolte, utili soprattutto per capire che cosa significhi, sul terreno, quella vaga espressione chiamata “azione climatica locale”. A volte significa avere abbastanza biciclette per arrivarci.

Lasciare decidere alle comunità significa anche lasciargli risorse

La libertà di scegliere quale problema affrontare pesa più del colore locale delle singole iniziative. Nel dibattito internazionale sull’adattamento esiste un approccio molto vicino, la locally led adaptation. Il World Resources Institute la descrive come uno spostamento concreto di potere verso chi vive direttamente gli impatti climatici: decidere priorità, interventi, modalità di attuazione e criteri con cui valutarne i risultati.

C’è anche una seconda metà, parecchio importante: i soldi. Tra gli otto principi raccolti dal WRI ci sono l’accesso diretto alle risorse e finanziamenti prevedibili e di lungo periodo. Il lavoro del 2022 che ha analizzato 21 esperienze tra Africa, Asia-Pacifico, Caraibi e America Latina insiste proprio sulla differenza tra coinvolgere una comunità e darle abbastanza potere per guidare davvero le scelte.

Secondo MCLD, le attività del 29 agosto sono state realizzate senza finanziamenti esterni specifici. È un buon indicatore della capacità organizzativa della rete. Sarebbe molto meno confortante se diventasse il modello economico dell’adattamento: complimenti per l’iniziativa, adesso arrangiatevi. Lo stesso WRI mette in guardia dal trasferire responsabilità sulle comunità senza trasferire insieme risorse e potere.

Appena dieci giorni prima della giornata di MCLD, alla COP17 della Convenzione ONU contro la desertificazione, la stessa questione era finita al centro di un confronto organizzato dalla IUCN con istituzioni africane ed esperti. Dall’incontro è arrivata la richiesta di superare i progetti isolati e collegare ripristino del territorio, acqua, cibo, biodiversità e mezzi di sussistenza. Le comunità, hanno sostenuto i partecipanti, devono entrare nei processi come detentrici di conoscenze e partner delle decisioni. Servono però anche investimenti, diritti sul territorio, istituzioni locali solide e collegamenti con le politiche pubbliche.

È una distinzione che impedisce di romanticizzare troppo bene questa storia. Un quartiere può capire prima di chiunque altro dove si allaga la strada, quale raccolto non regge più la siccità o perché una lavoratrice soffre il caldo nei campi. Per sistemare sistemi idrici, infrastrutture, territori degradati e strumenti di allerta servono anche risorse che difficilmente possono uscire da una chat.

Il prossimo messaggio guarda già alla COP31

Il 2 settembre MCLD ha riunito online partecipanti di 12 Paesi per raccontare cosa fosse successo quattro giorni prima. Intanto era già comparsa una nuova data: il 7 novembre, quando si terrà la terza giornata della campagna, chiamata On The Road To COP31. Al momento del bilancio pubblicato l’8 settembre, realtà di 12 Paesi avevano già aderito.

Il resoconto della giornata non misura quante emissioni siano state evitate né permette di confrontare l’efficacia climatica delle singole iniziative. Misura molto meglio un’altra cosa: la capacità di persone lontanissime di riconoscere problemi diversi, organizzarsi e scambiarsi soluzioni senza aspettare che qualcuno preparasse per tutti lo stesso progetto.

In Siria il problema era l’Eufrate. In India il caldo nei campi. In Rwanda i rifiuti. In Malawi, a un certo punto, erano anche cento biciclette. Poi qualcuno ha preso il telefono e ha scritto nel gruppo.

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