Due dentature, solchi profondi e arrotondati, una molecola rimasta intrappolata nei tessuti dei denti per migliaia di anni. È da qui che arriva quella che potrebbe essere la più antica prova conosciuta dell’uso abituale di una sostanza psicoattiva: due cacciatori-raccoglitori vissuti sull’isola indonesiana di Sulawesi succhiavano noci di betel, una delle quali risale a un periodo compreso tra 25mila e 16mila anni fa.
La scoperta viene da uno studio pubblicato su Science Advances da un gruppo internazionale guidato dall’archeologo Adam Brumm della Griffith University. Il secondo individuo analizzato è molto più recente, vissuto tra 7.600 e 6.300 anni fa. Due persone soltanto, dunque, entrambe provenienti da Sulawesi: abbastanza per spostare parecchio indietro la cronologia conosciuta, troppo poche per immaginare già un’abitudine diffusa tra tutti i gruppi umani dell’epoca.
Quei solchi sui denti erano troppo strani per essere semplice usura
I ricercatori sono partiti da un dettaglio difficile da ignorare. Entrambi gli individui presentavano sui denti scanalature profonde e arrotondate, diverse dall’usura più piatta provocata dalla normale masticazione. Nel caso più antico, i resti provengono dal sito di Leang Bulu Bettue, nel sud di Sulawesi, e appartenevano a un uomo morto probabilmente tra i 40 e i 50 anni.
La spiegazione proposta è piuttosto concreta: quei denti avrebbero tenuto a lungo, e ripetutamente, i semi interi della palma Areca catechu, le cosiddette noci di betel. Oggi vengono normalmente triturate e consumate insieme ad altri ingredienti, soprattutto calce spenta, che facilita il rilascio e l’assorbimento dell’arecolina, l’alcaloide responsabile degli effetti stimolanti.
I cacciatori-raccoglitori di Sulawesi sembrano aver fatto qualcosa di molto più semplice: tenevano la noce intera in bocca e la succhiavano. Niente preparazioni elaborate, niente agricoltura, nemmeno una comoda bustina pronta all’uso. Eppure l’effetto poteva arrivare lo stesso.
Per verificarlo, il gruppo ha immerso noci di betel nella saliva artificiale e testato poi la soluzione su recettori umani clonati ed espressi in ovociti di rana. Il risultato ha mostrato che il semplice contatto prolungato con la saliva può liberare arecolina in quantità sufficienti a produrre un effetto fisiologico. A rendere l’ipotesi molto più robusta è arrivata poi l’analisi biomolecolare: tracce della stessa sostanza sono state individuate nei tessuti dentali degli individui studiati.
Forse serviva anche contro il mal di denti. Con risultati piuttosto discutibili
Perché lo facessero è più difficile da stabilire. L’arecolina ha effetti stimolanti e può provocare una lieve euforia e una maggiore vigilanza, ma gli autori avanzano anche un’altra possibilità: le noci potevano essere usate per attenuare il dolore ai denti.
I resti umani antichi di Sulawesi mostrano infatti condizioni dentali tutt’altro che impeccabili e l’arecolina possiede proprietà analgesiche. La noce di betel, inoltre, offre poco dal punto di vista nutrizionale: tenerla a lungo in bocca avrebbe avuto poco senso come semplice alimento.
Il rimedio, ammesso che lo fosse, presentava però un inconveniente notevole. Anni di contatto con quei semi duri e abrasivi consumavano i denti fino ad arrivare, in alcuni casi, all’esposizione della camera pulpare. Dolore, difficoltà a mangiare e maggiore rischio di infezioni croniche. Una soluzione per il mal di denti capace di produrre altro mal di denti: alcune abitudini umane sembrano avere radici davvero profonde.
L’uso di sostanze psicoattive potrebbe precedere l’agricoltura di migliaia di anni
La datazione è la parte che rende lo studio particolarmente interessante. Finora molte delle prove archeologiche più solide sull’uso di sostanze psicoattive appartenevano a periodi successivi o vicini alla nascita dell’agricoltura. Tra gli esempi più antichi viene spesso citata la produzione di una bevanda fermentata nel Levante circa 13mila anni fa.
Il cacciatore-raccoglitore di Sulawesi porta invece il comportamento fino al Paleolitico superiore, tra 25mila e 16mila anni fa. Gli autori parlano quindi della possibile testimonianza più antica conosciuta dell’uso abituale di una droga vegetale neuroattiva. Il condizionale ha un peso: il record riguarda le prove finora trovate, e il campione comprende appena due individui.
La scoperta cambia però una parte interessante del racconto. L’uso ripetuto di piante capaci di modificare percezione, attenzione o dolore potrebbe essere nato molto prima dei villaggi agricoli, della produzione organizzata di alcol e delle società sedentarie. Almeno a Sulawesi, qualcuno aveva già scoperto che una pianta poteva fare qualcosa di più che riempire lo stomaco. E i denti, dopo migliaia di anni, hanno conservato sia l’abitudine sia il conto da pagare.
Fonte: Science Advances