Il calendario dice settembre, ma i muri continuano a restituire le temperature di luglio. A Roma l’anno educativo dei nidi è ricominciato il 1° settembre; nei prossimi giorni la stessa scena si ripeterà nelle scuole di tutta Italia, secondo calendari regionali diversi. Bambini, ragazzi e personale torneranno in edifici costruiti in gran parte quando settembre aveva un significato climatico diverso.
E ormai il problema arriva da entrambe le estremità dell’anno scolastico. A maggio e giugno il caldo può accompagnare lezioni ed esami; a settembre può essere già lì ad aspettare chi rientra. L’Osservatorio europeo Climate-ADAPT segnala che l’aumento delle temperature sta facendo crescere in Europa la probabilità di giornate oltre i 30 °C anche durante i mesi di scuola e che gli istituti dell’Europa meridionale sono tra quelli più esposti.
In Italia solo 2.835 edifici risultano avere questi impianti
I numeri più recenti arrivano dall’Anagrafe dell’edilizia scolastica del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Nel file relativo al 2024-2025 risultano 2.835 edifici con impianto di “condizionamento/ventilazione” su 39.351 edifici censiti: il 7,20%. Nel 2020-2021 erano 1.593 su 40.342, il 3,95%.
Il raddoppio percentuale in quattro anni sembra una buona notizia finché non si guarda cosa misura davvero. Il Ministero non censisce specificamente “aule con aria condizionata”: la variabile si chiama “Condizionamento/Ventilazione”, è disponibile soltanto per gli edifici dotati di impianto di riscaldamento e può assumere anche il valore “non definito”. Inoltre i dati vengono trasmessi dagli enti locali proprietari o gestori.
Quindi quel 7,20% dice quanti edifici risultano positivi alla voce ministeriale. Non permette di trasformare automaticamente il restante 92,8% in scuole sicuramente prive di sistemi capaci di raffrescare le aule. Sarebbe un titolo molto più semplice. Peccato che i dati siano meno collaborativi.
Un’elaborazione per singolo codice edificio sul file 2024-2025 conta infatti 23.739 edifici indicati esplicitamente con “NO” e altri 12.777 con valore non definito, il 32,47% del totale. Il buco nazionale, insomma, riguarda quasi un edificio su tre.
Da una regione all’altra cambia parecchio
Anche guardando le sedi scolastiche anziché gli edifici fisici, la geografia italiana è tutt’altro che uniforme. Il XXIII Rapporto sulla sicurezza delle scuole di Cittadinanzattiva, elaborato sugli Open Data MIM 2024-2025, registra sistemi di condizionamento o ventilazione in 4.457 sedi su 60.030, pari al 7,42%.
La media nasconde differenze notevoli. Nelle Marche la quota arriva al 30,23%, in Sardegna al 16,52%, in Veneto all’11,03% e in Emilia-Romagna al 9,55%. Nel Lazio scende al 2,35%, con 115 sedi su 4.885; in Umbria al 3,29%. Sono dati costruiti sulle sedi scolastiche, quindi non vanno sovrapposti ai 39.351 edifici fisici del conteggio precedente. Servono però a mostrare quanto l’adattamento al caldo proceda in ordine sparso.
La stessa Cittadinanzattiva chiede che la prossima programmazione dell’edilizia scolastica preveda investimenti specifici per condizionamento e ventilazione, piani di gestione del caldo e un aggiornamento almeno annuale dell’Anagrafe. Il rapporto lega esplicitamente queste richieste ai cambiamenti climatici.
Una scuola fresca non comincia dal telecomando
Ridurre tutto all’aria condizionata, però, significherebbe progettare l’adattamento partendo dall’ultimo anello della catena. Una scuola esposta al sole, con tetti e pareti poco isolati, vetri senza schermature, cortili impermeabilizzati e poca vegetazione accumula calore per ore.
Le indicazioni di Climate-ADAPT vanno nella direzione opposta: isolamento dell’involucro, schermature solari, tetti chiari o verdi, ventilazione naturale e meccanica, superfici e progettazione capaci di limitare l’ingresso del calore. L’UNICEF aggiunge alberi, aree verdi, ombra, accesso all’acqua e spazi climatizzati, soprattutto dove ci sono bambini più piccoli.
È una differenza sostanziale anche sul piano ambientale. Raffreddare edifici inefficienti significa aumentare il fabbisogno elettrico proprio durante le ore più calde. Limitare prima l’accumulo di calore permette invece di usare meno energia per raggiungere la stessa temperatura interna. L’Agenzia europea dell’ambiente indica proprio le soluzioni passive – ombreggiamento, ventilazione, isolamento, infrastrutture verdi – tra le priorità per un raffrescamento sostenibile.
Roma mostra quanto possono essere lunghi i tempi
Roma offre un esempio piuttosto utile di questa distanza tra emergenza e adattamento strutturale. Nell’aprile 2025 il Campidoglio aveva avviato l’installazione di circa 40 nuovi apparecchi in sei nidi dei Municipi VI e VII, dentro un investimento complessivo da circa 1,5 milioni di euro. Nel 2026 sono stati stanziati altri 6 milioni, con l’obiettivo indicato dal sindaco Roberto Gualtieri di ampliare la copertura entro l’estate 2027.
Il programma strutturale è molto più grande. “Scuole Verdi” vale 600 milioni di euro e riguarda oltre mille edifici comunali. A questi si aggiungono 250 milioni della Città metropolitana per 154 istituti secondari: nel complesso, insieme agli interventi già finanziati con altri programmi, il piano presentato dal Campidoglio arriva a 850 milioni e oltre 1.350 edifici.
Dentro ci sono pompe di calore, fotovoltaico, nuovi infissi, ricambio d’aria controllato, monitoraggio delle temperature e la possibilità di intervenire su coperture e schermature solari. Per gli edifici comunali, però, il cronoprogramma prevede l’avvio della gestione e degli interventi nel novembre 2029. In mezzo ci sono altre tre estati.
Il caldo in classe arriva anche sui risultati scolastici
La temperatura delle aule non riguarda soltanto quanto sia spiacevole stare seduti al banco. Una revisione sistematica pubblicata nell’agosto 2026, che ha analizzato 14 studi, ha trovato che temperature più alte dentro e fuori le scuole sono generalmente associate a risultati scolastici peggiori.
Un precedente esperimento condotto in Costa Rica su 37 bambini di circa 11 anni aveva abbassato la temperatura delle aule da circa 30 a 25 °C: miglioravano il comfort e la velocità nei compiti di linguaggio e ragionamento logico, mentre l’accuratezza delle risposte non cambiava in modo significativo.
Sono risultati da leggere con i loro limiti, soprattutto perché gli studi, i climi e gli edifici sono molto diversi fra loro. Intanto però la direzione del problema è abbastanza visibile: stiamo allungando la stagione del caldo dentro un patrimonio scolastico che continua a essere progettato, censito e ristrutturato soprattutto pensando all’inverno.
I condizionatori possono tamponare le giornate peggiori. Per il resto servono ombra, alberi, isolamento, ventilazione, energia pulita e dati abbastanza buoni da sapere dove intervenire prima. Il caldo, quello, la mappa delle scuole l’ha già trovata. E sarà ogni anno peggio.