La stagione delle allergie autunnali si sta prolungando e la causa è l’inquinamento atmosferico secondo uno studio italiano

A Legnano, nel Milanese, le annate più calde sono state associate a stagioni polliniche più lunghe per ambrosia e urticacee. Per le graminacee, invece, il caldo tende ad anticipare l’inizio della stagione. Sono i risultati di quasi trent’anni di misurazioni condotte in Lombardia, dove l’aumento delle temperature sta modificando anche il calendario delle piante responsabili di numerose allergie respiratorie.

A documentarlo è uno studio pubblicato su Scientific Reports, condotto da ricercatori dell’ATS Milano, dell’Università di Milano-Bicocca e dell’Istituto meteorologico finlandese. E c’è un’altra complicazione: alcune ricerche mostrano che l’inquinamento atmosferico può modificare i pollini, rendendoli più allergenici. Per chi soffre di allergie, dunque, il problema riguarda sia il periodo di esposizione sia le caratteristiche dell’aria che respira.

In Lombardia il caldo sta cambiando la stagione dei pollini

I ricercatori hanno analizzato le concentrazioni polliniche registrate dalla stazione aerobiologica di Legnano tra il 1995 e il 2022, confrontandole con temperature, precipitazioni, umidità e radiazione solare. L’area è particolarmente interessata dall’ambrosia, una pianta altamente allergenica che rilascia polline tra la fine dell’estate e l’autunno.

I risultati mostrano che temperature più elevate sono associate a stagioni più lunghe per ambrosia e urticacee, mentre per graminacee e urticacee il caldo è collegato a un inizio anticipato. L’artemisia presenta un comportamento differente: temperature e radiazione solare elevate tendono a ritardare la conclusione della stagione, mentre piogge e umidità possono anticiparla.

Utilizzando queste relazioni per elaborare scenari futuri, i ricercatori hanno stimato che nei prossimi sessant’anni la stagione pollinica delle graminacee potrebbe iniziare circa 12-15 giorni prima e quella delle urticacee 13-16 giorni prima. Per l’ambrosia, l’aumento delle temperature potrebbe prolungare il periodo di rilascio dei pollini di circa una settimana. Sono proiezioni basate sulle tendenze climatiche osservate nell’area, con risposte che possono cambiare da una specie all’altra.

C’è anche un dettaglio interessante. Nell’area milanese, gli interventi di contenimento dell’ambrosia e la diffusione di Ophraella communa, un piccolo coleottero che si nutre della pianta, hanno contribuito a ridurre le concentrazioni di polline. Il caldo conta parecchio, insomma, ma le piante non leggono soltanto il termometro.

Negli Stati Uniti le stagioni polliniche sono già cambiate

Il fenomeno è stato osservato anche su scala molto più ampia. Uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences ha analizzato i dati di 60 stazioni di monitoraggio in Nord America, raccolti tra il 1990 e il 2018. In quel periodo, le stagioni polliniche hanno iniziato ad anticipare la partenza di circa 20 giorni, allungandosi di circa 8 giorni, mentre le quantità complessive di polline sono aumentate del 21%.

Attraverso modelli climatici, gli autori hanno stimato che il riscaldamento provocato dalle attività umane abbia contribuito per circa la metà ai cambiamenti nel calendario dei pollini e per circa l’8% all’aumento delle concentrazioni. Una successiva analisi pubblicata nel 2026 da Climate Central ha esaminato l’andamento delle temperature autunnali in 202 città statunitensi. In 177 città il periodo senza gelate si è allungato, in media di undici giorni rispetto al 1970. In 67 città l’aumento ha raggiunto almeno due settimane.

Per l’ambrosia, che può continuare a rilasciare polline fino alle prime gelate intense, significa avere potenzialmente più tempo a disposizione. Una sola pianta può produrre fino a un miliardo di granuli pollinici, trasportati dal vento anche per grandi distanze. L’analisi misura i giorni senza gelo, mentre lo studio del 2021 documenta direttamente i cambiamenti nelle stagioni polliniche: due dati diversi che aiutano a comprendere come il riscaldamento stia influenzando l’esposizione agli allergeni.

Lo smog può rendere i pollini più allergenici

Il polline prodotto da un’ambrosia che cresce vicino a una strada trafficata può avere caratteristiche diverse da quello della stessa pianta in un’area verde. Alcuni studi raccolti in un lavoro scientifico pubblicato sulla rivista Allergy, firmato da quattordici esperti tedeschi, hanno rilevato quantità maggiori di allergeni nei pollini provenienti da zone esposte al traffico.

Tra le proteine coinvolte c’è Amb a 1, il principale allergene dell’ambrosia. Nei campioni provenienti da aree trafficate, gli anticorpi IgE delle persone allergiche si legavano più intensamente ai pollini, indicando una maggiore capacità di provocare una risposta allergica nei test.

Un altro esperimento condotto su piante esposte al biossido di azoto, un inquinante prodotto anche dalla combustione dei carburanti, ha osservato modifiche nelle proteine del polline e un aumento della sua allergenicità in laboratorio. Il traffico può dunque contribuire al problema in due modi: attraverso gli inquinanti che irritano direttamente le vie respiratorie e attraverso le modifiche che questi possono provocare negli allergeni.

L’intensità dei sintomi dipende poi dalla sensibilità individuale e dalla quantità di polline inalata. L’interazione tra cambiamento climatico, inquinamento e allergie è stata affrontata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità, che nel 2025 ha dedicato un documento specifico ai suoi effetti sulla salute.

Cosa fare se le allergie continuano anche in autunno

Per chi continua a starnutire quando l’estate è già finita, conoscere i pollini presenti nella propria zona può aiutare a gestire l’esposizione. In Italia è possibile consultare i bollettini della rete POLLnet, che raccolgono le rilevazioni di pollini e spore fungine, comprese quelle di Alternaria, un altro importante allergene respiratorio.

Anche iniziare per tempo le terapie, quando prescritte dal medico, può aiutare. Uno studio clinico randomizzato pubblicato nel 2025 su Frontiers in Allergy ha coinvolto 120 persone allergiche all’artemisia in Cina. Tra i 107 partecipanti con dati completi, chi aveva iniziato un trattamento nasale combinato circa due settimane prima della stagione pollinica ha registrato sintomi mediamente meno intensi rispetto a chi aveva cominciato dopo il peggioramento dei disturbi.

L’Asthma and Allergy Foundation of America suggerisce inoltre di tenere chiuse le finestre nei giorni con concentrazioni elevate e di evitare di portare pollini in camera da letto attraverso scarpe, vestiti e capelli.

Sono accorgimenti utili per ridurre l’esposizione individuale. Il problema ambientale, però, rimane: stagioni più calde possono prolungare la presenza di alcuni pollini, mentre l’inquinamento può renderli più allergenici. Chi soffre di allergie può controllare i bollettini e seguire le cure appropriate. Per ridurre lo smog e contenere il riscaldamento climatico servono interventi di tutt’altra scala. I fazzoletti, da soli, non possono fare molto.

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