Non è tanto il singolo evento estremo, così non c’è nemmeno un solo ecosistema a essere in difficoltà. Piuttosto, meglio osservare il quadro complessivo che mostra, ahinoi, una pressione crescente su quasi tutti i sistemi che permettono alla Terra di rimanere stabile e abitabile.
Secondo il nuovo Planetary Health Check 2026, infatti, sette dei nove limiti planetari individuati dalla comunità scientifica sono stati ormai superati. L’ultima soglia a entrare nella “zona di rischio” è quella relativa all’acidificazione degli oceani, oltrepassata nel 2025.
Il rapporto fotografa una situazione in cui tutti e sette i limiti già oltrepassati si trovano oggi ai livelli peggiori mai registrati. Un segnale che, secondo gli autori, indica un aumento del rischio di cambiamenti profondi e potenzialmente irreversibili nei sistemi naturali da cui dipendono società ed economie.
Cosa sono i limiti planetari
Il concetto di Planetary Boundaries nasce nel 2009 da un gruppo internazionale di scienziati guidato da Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK), e dalla ricercatrice statunitense Johan Rockström.
L’idea alla base è semplice: la Terra possiede una serie di equilibri fondamentali che hanno permesso alla civiltà umana di svilupparsi. Superare determinati limiti non significa che il pianeta possa “collassare” immediatamente, ma che possa aumentare il rischio di destabilizzare quei meccanismi naturali che regolano clima, acqua, biodiversità e cicli chimici.
I nove confini monitorati riguardano:
- cambiamento climatico
- integrità della biosfera (perdita di biodiversità)
- cambiamento nell’uso del suolo
- ciclo dell’acqua dolce
- alterazione dei cicli dell’azoto e del fosforo
- introduzione di nuove sostanze e materiali prodotti dall’uomo
- acidificazione degli oceani
- riduzione dello strato di ozono stratosferico
- concentrazione di aerosol atmosferici
Nel 2026, sette di questi nove sistemi risultano oltre il limite considerato sicuro.
@Potsdam Institute for Climate Impact Research
Sette confini già oltrepassati
I sette limiti che hanno superato la soglia di sicurezza sono:
- Cambiamento climatico: l’aumento delle concentrazioni di gas serra continua a spingere il sistema climatico fuori dall’intervallo considerato stabile. Il riscaldamento globale sta aumentando la frequenza e l’intensità di eventi estremi come ondate di calore, siccità e precipitazioni intense
- Integrità della biosfera: la perdita di biodiversità e il declino delle popolazioni animali e vegetali stanno riducendo la capacità degli ecosistemi di svolgere funzioni essenziali, dalla regolazione del clima alla protezione delle risorse naturali
- Cambiamento nell’uso del suolo: la trasformazione di foreste, zone umide e altri ambienti naturali in aree agricole, urbane o infrastrutturali continua a modificare profondamente gli equilibri ecologici
- Acqua dolce: l’alterazione dei cicli idrologici, dovuta a cambiamenti climatici, consumo eccessivo e trasformazioni del territorio, sta aumentando la pressione sulle risorse idriche
- Cicli dell’azoto e del fosforo: l’uso intensivo di fertilizzanti in agricoltura ha modificato il ciclo naturale di questi elementi, contribuendo all’inquinamento delle acque e alla perdita di biodiversità
- Nuove entità introdotte dall’uomo: comprendono sostanze chimiche, plastica, pesticidi e altri materiali prodotti dall’attività umana che possono alterare gli ecosistemi
- Acidificazione degli oceani: è il confine superato più recentemente. L’assorbimento di una parte della CO₂ emessa dalle attività umane ha modificato la chimica degli oceani, rendendo le acque più acide e mettendo sotto pressione organismi come coralli, molluschi e plancton.
Restano invece entro la soglia di sicurezza due parametri: la riduzione dello strato di ozono stratosferico e, a livello globale, la concentrazione degli aerosol atmosferici. Gli scienziati però precisano che il dato sugli aerosol può nascondere situazioni critiche a livello regionale.
Il rapporto arriva dopo dodici mesi caratterizzati da fenomeni estremi in diverse aree del pianeta.
Nel 2025 le alluvioni monsoniche in Pakistan hanno coinvolto oltre 6,9 milioni di persone. Gli oceani hanno raggiunto un nuovo record per il contenuto di calore e l’uragano Melissa si è rapidamente intensificato fino alla categoria 5 prima di colpire la Giamaica, alimentato da acque eccezionalmente calde.
Tra gennaio 2023 e settembre 2025, inoltre, lo stress termico sufficiente a provocare lo sbiancamento dei coralli ha interessato circa l’84,4% delle barriere coralline mondiali, dando origine al più esteso evento globale di sbiancamento mai osservato.
Ne abbiamo parlato qui: il più grande sbiancamento dei coralli mai registrato colpisce l’84% delle barriere coralline del mondo
Nel 2026, l’Europa occidentale ha registrato il periodo giugno-luglio più caldo mai rilevato, accompagnato da siccità in Francia, Spagna, Germania e Regno Unito e da grandi incendi in Europa e Canada. Temperature record sono state registrate anche in Giappone, Corea del Sud e in alcune aree del Medio Oriente.
Secondo Hindou Oumarou Ibrahim, presidente dei Planetary Guardians, questi eventi non devono essere letti come crisi separate:
Pakistan, Caraibi, Europa, le barriere coralline dei nostri oceani: il pianeta ci sta mostrando ovunque lo stesso squilibrio.
Anche i “polmoni verdi” della Terra sono sotto pressione
Uno degli aspetti più preoccupanti evidenziati dal rapporto riguarda la capacità degli ecosistemi naturali di assorbire carbonio: foreste, vegetazione e suoli rappresentano infatti una parte fondamentale della risposta naturale al cambiamento climatico: assorbono una quota significativa della CO₂ prodotta dalle attività umane, funzionando come veri e propri serbatoi di carbonio.
Ma caldo estremo, siccità, incendi e degrado degli ecosistemi stanno mettendo sotto pressione questa capacità.
In alcune regioni, spiegano gli autori del rapporto, gli ecosistemi potrebbero arrivare a trasformarsi da pozzi di carbonio a fonti di emissioni, rilasciando più carbonio di quanto riescano ad assorbirne.
Il nostro percorso verso emissioni nette zero dipende dal funzionamento dei pozzi di carbonio – ha spiegato Boris Sakschewski, autore principale dello studio – ma le osservazioni attuali indicano che il pianeta potrebbe perdere parte della sua capacità di compensare le pressioni crescenti che esercitiamo su di esso.
Secondo Johan Rockström, la priorità è accelerare le azioni necessarie per riportare i sistemi planetari all’interno dello spazio operativo sicuro: proteggere gli ecosistemi, ridurre le emissioni, cambiare il modo in cui produciamo energia e utilizziamo le risorse.
La fotografia del Planetary Health Check 2026 è quindi quella di un pianeta che sta mostrando i propri segnali di stress. Sette soglie superate su nove non rappresentano un punto di non ritorno automatico, ma senza dubbio indicano che la finestra per intervenire si sta restringendo. La sfida, secondo gli scienziati, non è soltanto salvare singoli ambienti o affrontare singole emergenze: è preservare quei sistemi invisibili che rendono possibile la vita così come la conosciamo.