Bastano alcune settimane in una città molto più inquinata perché nel sangue comincino a comparire tracce misurabili. È successo a 26 giovani adulti sani e non fumatori di Los Angeles che hanno trascorso dieci settimane a Pechino: due classi di molecole legate al metabolismo dei grassi sono aumentate insieme all’esposizione all’aria più sporca.
La scoperta arriva da uno studio pubblicato su Arteriosclerosis, Thrombosis and Vascular Biology e potrebbe aiutare a capire qualcosa che finora sappiamo descrivere molto bene nelle statistiche, ma molto meno nel singolo organismo: quando l’inquinamento comincia effettivamente a lasciare il segno.
Le due possibili spie si chiamano acidi dicarbossilici a catena lunga, o DCA, e acilcarnitine a catena medio-lunga. Nomi poco amichevoli per raccontare un meccanismo piuttosto concreto: quando le cellule fanno più fatica a utilizzare i grassi come carburante, alcune molecole possono accumularsi nel sangue.
E in mezzo ci sono i mitocondri, le strutture cellulari che producono gran parte dell’energia di cui abbiamo bisogno.
Cosa è successo durante le dieci settimane a Pechino
I ricercatori della UCLA hanno analizzato campioni di sangue già raccolti durante un precedente progetto che aveva seguito 26 adulti sani, non fumatori e con un’età media di circa 24 anni.
I partecipanti vivevano a Los Angeles e nelle estati del 2014 e 2015 si erano trasferiti a Pechino per un programma di dieci settimane. Il sangue era stato prelevato dopo sei o otto settimane dal loro arrivo.
La differenza nell’aria respirata era tutt’altro che sottile. Secondo i dati dello studio precedente utilizzati dai ricercatori, durante il soggiorno i livelli di particolato erano risultati del 371% più elevati rispetto a Los Angeles.
Analizzando ora in dettaglio i metaboliti presenti nel sangue, il gruppo guidato da Jesus Araujo, professore alla David Geffen School of Medicine e alla Fielding School of Public Health della UCLA, ha trovato l’aumento dei DCA e delle acilcarnitine.
La UCLA Health spiega che queste molecole sono già note perché possono comparire in quantità maggiori quando l’organismo presenta difficoltà nell’ossidazione degli acidi grassi, un processo strettamente legato al funzionamento dei mitocondri.
Che cosa c’entrano i mitocondri con l’inquinamento
Per ricavare energia dai grassi, le cellule devono prima trasportare gli acidi grassi dentro i mitocondri. Qui vengono progressivamente smontati attraverso la cosiddetta beta-ossidazione. La carnitina fa un po’ da navetta. Se questo meccanismo perde efficienza, una parte degli acidi grassi può rimanere legata alla carnitina e comparire nel sangue sotto forma di acilcarnitine. Un’altra parte può essere deviata verso percorsi alternativi che producono proprio gli acidi dicarbossilici.
Il loro aumento, secondo gli autori, può quindi essere un segnale di stress ossidativo e alterazione del metabolismo dei grassi. Processi che interessano anche il fegato e che nel tempo sono coinvolti nello sviluppo delle malattie cardiovascolari.
La ricerca aggiunge così un passaggio alla lunga catena che collega smog e cuore. Sappiamo da anni che l’esposizione all’inquinamento atmosferico è associata a un aumento del rischio cardiovascolare; qui i ricercatori hanno individuato due molecole che potrebbero aiutare a osservare molto prima ciò che sta accadendo dentro le cellule.
Un possibile segnale precoce nel sangue
L’aspetto più interessante riguarda proprio il futuro utilizzo di questi marcatori. L’idea dei ricercatori è verificare se DCA e acilcarnitine possano diventare una sorta di campanello d’allarme biologico, capace di mostrare che l’organismo sta risentendo dell’inquinamento quando una persona si sente ancora perfettamente bene.
Oggi il rischio legato all’aria sporca viene stimato soprattutto attraverso l’esposizione ambientale, i dati epidemiologici e la presenza di malattie già diagnosticate. Un biomarcatore nel sangue aggiungerebbe invece un’informazione individuale: non soltanto quanta aria inquinata una persona abbia respirato, ma come il suo organismo stia reagendo.
Il gruppo umano comprende 26 persone giovani e sane e serviranno studi più ampi per capire quanto questi segnali siano affidabili e se riescano davvero ad anticipare lo sviluppo di problemi cardiovascolari o metabolici. Per i ricercatori della UCLA, però, quelle molecole meritano di essere seguite. L’inquinamento atmosferico non rimane fuori dai polmoni né scompare quando chiudiamo la finestra. Qualche traccia, a quanto pare, continua a circolare nel sangue.