L’aula dell’Onu si svuota durante il delirante discorso di Netanyahu: quali Paesi sono andati via (mentre Susan Sarandon veniva arrestata)

L’immagine che resta è quella di un’aula che lentamente si svuota. Nel momento esatto in cui Benjamin Netanyahu raggiunge il podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York, decine di delegati si alzano dai loro posti e lasciano la sala. Un gesto silenzioso, arrivato proprio all’inizio dell’intervento del primo ministro israeliano, che ha trasformato il suo discorso davanti all’81esima Assemblea generale dell’Onu in uno dei momenti più controversi della giornata diplomatica.

Al momento, ancora non si conoscono ufficialmente i Paesi che hanno partecipato al walkout, ma diverse testate internazionali hanno riportato che tra i posti rimasti vuoti durante il discorso di Netanyahu c’erano quelli delle delegazioni di Arabia Saudita, Iran, Algeria, Bangladesh, Sudan, Tunisia, Uzbekistan, Sri Lanka, Malesia, Montenegro e Kirghizistan.

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Anche le delegazioni di Giordania, Libia, Isole Marshall e Mauritius risultavano assenti dai loro posti durante l’intervento, anche se in alcuni casi alcuni rappresentanti sarebbero rimasti in sala. In ogni caso, ci sono stati anche delegati applaudito e intonato “Am Yisrael Chai” (“il popolo di Israele vive”) a sostegno del primo ministro Netanyahu.

Il discorso di Netanyahu

Davanti ai posti vuoti lasciati dalle delegazioni, Benjamin Netanyahu ha scelto una linea di duro contrattacco, definendo coloro che stavano lasciando la sala “codardi morali” e invitando gli altri rappresentanti a fare altrettanto:

Se ci sono altri codardi morali che non hanno ancora lasciato questa sala, vi prego di farlo ora.

Come c’era da aspettarsi, nel suo intervento, il primo ministro israeliano ha dedicato ampio spazio alla difesa dell’operato di Israele nella guerra a Gaza, respingendo le accuse di genocidio e sostenendo che il Paese stia piuttosto combattendo per proteggere la propria popolazione.

Israele non ha commesso un genocidio, Israele ha impedito un genocidio, ha affermato, accusando Hamas e i suoi sostenitori di rappresentare una minaccia per Israele.

Il premier ha inoltre definito l’esercito israeliano “l’esercito più morale del mondo” e ha parlato di una seconda battaglia combattuta sul terreno della comunicazione:

Per tre anni i nostri coraggiosi soldati combattono valorosamente una guerra su sette fronti. Ma c’è un ottavo fronte in questa guerra: la guerra per la verità. Si svolge nei media mondiali e, in modo ancora più pernicioso, sui social media.

E ha inoltre accusato diversi Paesi stranieri di aver speso miliardi per diffondere, a suo dire, false informazioni contro Israele. E, come se non bastasse, ha alza al cielo un cercapersone, simbolo dell’attentato che ha ucciso e mutilato decine di presunti appartenenti al partito armato libanese Hezbollah.

Poi non ha potuto fare a meno di nominare Zohran Mamdani, sindaco di New York, che nei giorni precedenti lo aveva definito un “criminale di guerra” e aveva criticato le azioni israeliane a Gaza. Netanyahu lo ha accusato di antisemitismo e ha affermato che le critiche rivolte a Israele avrebbero contribuito ad alimentare un clima di insicurezza per gli ebrei.

Vergognatevi per aver sputato in faccia alla verità, ha detto rivolgendosi ai suoi accusatori, mentre difendeva la condotta del governo israeliano e dei suoi militari.

Mamdani, da parte sua, aveva accusato Netanyahu di crimini di guerra e sostenuto la necessità di applicare il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale, posizione che Netanyahu e il suo governo respingono.

Nel finale del suo intervento Netanyahu ha celebrato la “determinazione incrollabile” del popolo israeliano, presentando Israele come una nazione che continua a combattere per il proprio futuro nonostante le pressioni internazionali.

Fuori dall’Onu intanto…

Mentre dentro il Palazzo di Vetro andava in scena la protesta diplomatica, a pochi passi dalla sede delle Nazioni Unite centinaia di persone manifestavano contro la guerra a Gaza.

Tra gli arrestati durante il sit-in organizzato da Jewish Voice for Peace, gruppo ebraico antisionista, c’era anche Susan Sarandon. L’attrice premio Oscar è stata fermata dalla polizia di New York insieme ad altri manifestanti durante una protesta che chiedeva la fine del sostegno militare a Israele e un cessate il fuoco.

Con lei sono state arrestate anche Cynthia Nixon, attrice nota per Sex and the City, e Hannah Einbinder, protagonista della serie Hacks. Alla protesta ha partecipato anche l’attore Elliot Page. I manifestanti hanno bloccato una strada vicino alla sede Onu chiedendo la fine delle operazioni militari a Gaza. La polizia ha fermato decine di persone e le ha accompagnate su autobus della polizia.

Insomma, questa giornata all’Onu ha restituito due immagini molto diverse ma unite dallo stesso tema: il dissenso. Dentro l’Assemblea generale, il messaggio è arrivato attraverso l’assenza: delegati che hanno scelto di non assistere al discorso del primo ministro israeliano. Fuori dal Palazzo di Vetro, invece, la protesta è passata attraverso la presenza fisica di cittadini e personaggi pubblici disposti a farsi arrestare per sostenere la propria posizione.

Gesti simbolici che, certo, da soli non bastano a cambiare il corso di un massacro, ma senza dubbio possono avere il potere di raccontare quanto profonda sia diventata la frattura internazionale attorno al conflitto a Gaza e al ruolo di Israele nella regione.

Fonte: The Guardian / Reuters

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