Lavoratori dell’ex Ilva occupano l’aeroporto di Genova: “Vogliamo risposte, il Governo dov’è?”

“Il Governo dov’è?”: animati dalla rabbia e dall’esasperazione, i lavoratori dell’ex Ilva di Genova hanno occupato l’aeroporto Cristoforo Colombo per protestare contro la nuova richiesta di cassa integrazione avanzata dai commissari di Acciaierie d’Italia. Gli operai sono partiti in corteo dallo stabilimento di Cornigliano, raggiungendo lo scalo aeroportuale e bloccando l’accesso alle partenze, mentre le forze dell’ordine hanno consentito il passaggio dei manifestanti senza opporre resistenza.

La decisione era stata presa all’alba durante un’assemblea sindacale per chiedere garanzie concrete sul futuro dello stabilimento. Il delegato Rsu Armando Palombo ha annunciato che l’occupazione continuerà fino a quando non arriverà una risposta chiara dal governo. La protesta arriva dopo giorni di forte tensione, nonostante un precedente accordo che sembrava aver garantito la prosecuzione delle attività produttive.

“Ci mettono nelle condizioni di forzare e forzeremo, tanto per essere molto chiari. Perché in questo paese se le questioni non esplodono non si arriva a capo di nulla” ha dichiarato Armando Palombo (Fiom) aprendo l’assemblea dei lavoratori dell’ex Ilva di Genova Cornigliano, denunciando lo strappo dei commissari.

Mercoledì hanno firmato a Roma e inviato al prefetto una lettera che garantiva la continuità produttiva. Venerdì, a mezzanotte, hanno inviato una Pec prendendo in giro tutta la città: chi firma mercoledì una carta bianca e venerdì una nera è uno scellerato. Genova non può aspettare dieci anni per il green mentre il mercato tira: i rotoli devono arrivare subito.

Cassa integrazione per oltre 8.600 lavoratori

A far esplodere nuovamente la mobilitazione è stata la richiesta di Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, di estendere la cassa integrazione dagli attuali 4.450 dipendenti fino a un massimo di 8.622, con validità fino al 28 febbraio 2027. Il provvedimento coinvolgerebbe quasi tutti gli stabilimenti del gruppo: fino a 6.964 lavoratori a Taranto, 870 a Genova e 515 a Novi Ligure, oltre ai dipendenti delle altre sedi.

I commissari motivano la richiesta con la necessità di riorganizzare la produzione dopo lo stop dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. Per i sindacati, però, il rischio è quello di un progressivo ridimensionamento industriale, senza certezze sulla ripresa delle attività. Non è soltanto una questione occupazionale. L’ex Ilva rappresenta un pezzo fondamentale della siderurgia italiana e la sua crisi coinvolge migliaia di famiglie, imprese dell’indotto e interi territori.

Le rassicurazioni della Regione non fermano la protesta

Il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, ha raggiunto l’aeroporto per incontrare i manifestanti, ribadendo che l’accordo raggiunto nei giorni precedenti resta valido. Bucci ha spiegato che esiste un piano per mantenere attivo lo stabilimento di Cornigliano attraverso la lavorazione di coils per conto terzi, in attesa dell’arrivo di un nuovo acquirente. Ha inoltre annunciato che saranno chiesti chiarimenti ai commissari sulla decisione di ampliare la cassa integrazione.

Ma per i lavoratori le rassicurazioni non bastano. Dopo anni di incertezze, chiedono un progetto industriale concreto, investimenti e garanzie occupazionali. La Fiom ha ribadito che la mobilitazione è permanente e proseguirà fino a quando non saranno individuate soluzioni credibili.

Autotrasportatori, agricoltori e operai, la protesta si allarga

Mentre a Genova gli operai occupano l’aeroporto, nel Mezzogiorno cresce la mobilitazione degli autotrasportatori contro il caro carburanti e l’aumento dei costi di gestione. Al Sud, dalla Campania alla Sicilia, camion fermi e presidi lungo le principali arterie stradali stanno creando disagi alla circolazione e al trasporto delle merci, mentre i supermercati sono sempre più vuoti. Le imprese denunciano margini economici sempre più ridotti e chiedono interventi sulle accise, sui costi del gasolio e sui collegamenti marittimi.

Alle proteste degli autotrasportatori si intrecciano quelle degli agricoltori, alle prese con l’aumento dei costi di produzione, dei fertilizzanti e del carburante agricolo, a fronte di prezzi di vendita spesso insufficienti a garantire un reddito adeguato. In diversi territori camion e trattori condividono gli stessi luoghi di mobilitazione.

Una rivolta sociale che si sta sottovalutando

La protesta degli operai dell’ex Ilva di Genova e Taranto, quella degli autotrasportatori e quella degli agricoltori del Sud nascono da problemi diversi, ma denunciano la stessa realtà: in Italia si lavora senza riuscire ad arrivare a fine mese e si produce con costi sempre più alti insostenibili. Gli stipendi perdono potere d’acquisto, le imprese faticano a sopravvivere e le risposte delle istituzioni vengono giudicate insufficienti, anzi in alcuni casi la voce di chi protesta viene proprio ignorata. A queste mobilitazioni si aggiungono le vertenze industriali, le proteste per i salari, la precarietà e le difficoltà delle famiglie schiacciate dal costo della vita.

Non è una protesta unitaria, ma un malcontento sempre più esteso, che attraversa l’Italia da Nord a Sud. Operai che rischiano il posto, camionisti che non riescono più a sostenere il costo del carburante, agricoltori che vendono i propri prodotti a prezzi insufficienti a coprire le spese.

L’Italia non resta a guardare. Scende in strada, occupa, blocca e protesta. Eppure, queste mobilitazioni rischiano di ricevere meno attenzione mediatica rispetto alle manifestazioni segnate da violenze, vetrine infrante e saccheggi.

Sono spesso le immagini degli scontri e delle devastazioni a dominare i titoli e il dibattito pubblico, mentre le proteste di chi difende il proprio lavoro e la sopravvivenza della propria attività faticano a ottenere la stessa visibilità. Un paradosso che dovrebbe far riflettere: possibile che per farsi ascoltare sia più efficace spaccare una vetrina che denunciare una fabbrica a rischio chiusura o un’impresa sull’orlo del fallimento?

Il punto non è mettere le proteste in competizione, né giustificare le violenze, ma riconoscere la gravità di ciò che sta accadendo. Dietro queste mobilitazioni, ci sono cittadini arrabbiati, disperati e che non accettano più che la loro dignità venga calpestata.

 

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