Kellie Gerardi prende la sua giacca da volo blu, stacca le patch una per una e le rimette su una giacca rosa. La richiesta arriva dalla figlia Delta, sei anni: perché quella della mamma astronauta non può essere rosa? Può. E, per i più apprensivi, la fisica continua a funzionare.
La scena compare in uno dei 194 post Instagram analizzati da Karen Shalev, Shannon Pappas e Jocelyn Steinke dell’Università del Connecticut in uno studio pubblicato sul Journal of Science Communication. I ricercatori hanno passato al setaccio i post pubblicati tra giugno e novembre 2024 da tre donne impegnate nella ricerca spaziale: la statunitense Kellie Gerardi, la canadese Shawna Pandya e l’irlandese Norah Patten.
Dentro hanno trovato microgravità, medicina spaziale e addestramento. Ma anche Barbie, maternità, vestiti, Taylor Swift, David Bowie e un discreto assortimento di glitter. Un campionario piuttosto lontano dalla vecchia fotografia dello scienziato serio, possibilmente uomo, possibilmente con qualcosa di bianco addosso. Fotografia che molti di noi (me compresa, lo ammetto) si portavano dietro senza accorgersene.
Una Barbie può stare accanto a un esperimento scientifico
Gerardi è quella che mescola di più i due mondi. Pubblica contenuti sulla ricerca in microgravità e poi si presenta alla New York Fashion Week con la figlia. Racconta la perdita di una gravidanza e il percorso di fecondazione in vitro. Mostra perfino la sua collezione di Barbie in carriere diverse, collegando ciascuna a un traguardo della propria vita.
In un altro video indossa un vestito cucito da una bambina che, per un progetto scolastico chiamato “Miss Solar System”, aveva realizzato abiti in miniatura per una serie di Barbie ispirate ai pianeti. Gerardi le dice che è brava in molte cose e che spera sappia di non doverne scegliere per forza una sola. Una frase che, miei cari, varrebbe la pena appendere in cucina. Perché evidentemente si può studiare lo spazio e cucire un vestito. Si può fare l’astronauta e voler bene a una Barbie. Perfino nello stesso pomeriggio.
Pandya porta più spesso nei suoi post medicina spaziale, voli parabolici e ricerca. In alcuni dei contenuti analizzati, lei e Patten eseguono prove di inserimento e rimozione di un dispositivo intrauterino su un modello di utero in microgravità. Un esperimento legato alla salute femminile che difficilmente avrebbe bisogno di glitter per essere interessante, ma Instagram consente una certa libertà di arredamento.
Patten torna spesso alla bambina che voleva andare nello spazio molto prima di sapere come arrivarci. Mostra collage e lavori artistici di quando era piccola, fotografie delle visite al Kennedy Space Center e opere di un’epoca in cui quella carriera esisteva soprattutto nella sua testa. Dentro una tuta da volo, insomma, continua a esserci una persona. Con una madre, una figlia, un animale domestico, una canzone preferita e, in alcuni casi, parecchie Barbie.
Charli XCX, Bowie e Taylor Swift: la fisica regge lo stesso
Poi c’è Instagram, che resta Instagram anche quando si parla di bioastronautica. Gerardi si è definita “bratstronaut”, prendendo in prestito l’estetica di Brat di Charli XCX. Patten ha scherzato sull’arrivo di Taylor Swift in Irlanda scrivendo che ora poteva farsi da parte perché Norah era tornata in città (la voglio come epigrafe). Pandya ha montato immagini dell’equipaggio durante un volo in microgravità sulle note di Space Oddity di David Bowie.
Gli autori leggono questi riferimenti come parte delle strategie con cui le tre donne adattano la comunicazione scientifica al linguaggio della piattaforma. Musica, audio di tendenza e cultura pop possono portare il contenuto davanti a persone che, aprendo Instagram, non stavano certo cercando “ricerca biomedica in microgravità”. Comprensibile: nemmeno io, di solito, la cerco prima di colazione.
In un altro post Gerardi chiede alla figlia cosa succederà a un piccolo polpo di peluche durante il volo. Delta immagina che i tentacoli fluttueranno su e giù. Nel filmato successivo il pupazzo fluttua davvero. Ipotesi, esperimento, osservazione: metodo scientifico, con meno burocrazia.
Astronaute, madri, figlie. Anche tutte insieme
Tra i temi individuati nello studio compare “I am a woman in STEMM”. STEM è l’acronimo inglese di Science, Technology, Engineering and Mathematics, cioè scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. In questo caso compare una seconda M perché i ricercatori includono anche la medicina: da qui STEMM.
Le tre protagoniste lavorano in settori ancora fortemente associati agli uomini e sui social non eliminano tutto ciò che potrebbe sembrare troppo femminile per essere scientifico. Gerardi parla della figlia e dei momenti familiari persi per il lavoro. Pandya mostra ricerca, formazione e vita professionale. Patten racconta il proprio percorso verso lo spazio partendo anche dalle fotografie di quando era adolescente.
E poi ci sono il rosa, il viola, i braccialetti dell’amicizia, i vestiti con stelle e pianeti. La giacca rosa di Gerardi racconta proprio questo. Prende uno degli oggetti più riconoscibili dell’immaginario astronautico e cambia semplicemente colore. Non perde pezzi, non smette di essere professionale e, almeno dallo studio, non risultano guasti alla propulsione.
Cinque mesi di Instagram, 194 post e tre modi diversi di stare nella scienza
I ricercatori hanno analizzato 194 post pubblicati tra il 24 giugno e il 24 novembre 2024, guardando video e fotografie, leggendo didascalie, hashtag ed emoji e ascoltando audio e canzoni. Ne sono usciti sei grandi temi, sette modi ricorrenti di costruire il messaggio e cinque tattiche comunicative. Descrive come comunicano, non misura quanto funzioni.
Perché in quei 194 post stanno insieme un modello di utero in microgravità, David Bowie, una Barbie astronauta, una bambina che guarda la mamma in televisione e una giacca da volo diventata rosa perché, semplicemente, poteva esserlo. Ci abbiamo messo più tempo noi a farcene una ragione che lei a cambiare le patch.