Quarant’anni di rilevamenti, 21,1 milioni di osservazioni, 36.886 siti in 124 paesi. Il rapporto “Status of Coral Reefs of the World: 2025“, diffuso dal Global Coral Reef Monitoring Network (GCRMN) con la International Coral Reef Initiative e sottoposto per la prima volta a revisione esterna dalla International Coral Reef Society, è la fotografia più dettagliata mai scattata alle barriere coralline del pianeta. Il quadro è quello di un organismo che perde progressivamente la capacità di rimarginarsi.
Una scala che scende
Dal primo grande sbiancamento globale, nel 1998-1999, la copertura di coralli duri ha perso una quota consistente: circa il 6,5% allora, il 9,9% nel 2010-2011, il 6,6% nel 2016-2017, l’8,9% nel 2023-2024, fino a un livello medio del 25,8% nel 2024. Tra il 1980 e il 2024 la media globale è scesa dal 30,2% al 27,3%, un calo del 9,5% che corre parallelo al riscaldamento delle acque superficiali, cresciute di 0,81°C tra il 1985 e il 2025.
Il dato più rilevante riguarda i tempi. “Un tempo le barriere coralline avevano decenni per riprendersi dopo gravi eventi di sbiancamento. Oggi, sono fortunate se riescono a guadagnare cinque o sei anni“, spiega Manuel González Rivero, autore principale dello studio e ricercatore dell’Australian Institute of Marine Science. Per molte barriere colpite dalle ondate di calore del 2024, aggiunge, l’El Niño di quest’anno ha lasciato poco più di dodici mesi prima di un nuovo colpo: “Questo sta creando una spirale di declino che diventa sempre più difficile da invertire a ogni evento di sbiancamento”. A preoccupare non è solo la perdita di copertura, chiarisce, ma il fatto che si stiano erodendo le condizioni per il recupero: alle ondate di calore si sommano pressioni locali, scarsa qualità dell’acqua, pesca eccessiva, sviluppo costiero, che rendono i coralli ancora meno capaci di resistere.
@ AIMS James Gilmour
Il recupero possibile
Il rapporto non è una diagnosi senza uscita. Tra il 2017 e il 2019, dopo il terzo sbiancamento globale, la copertura corallina è aumentata di circa il 6%: prova che l’ecosistema si ricostituisce quando gli stress si allentano e il tempo a disposizione basta. Si tratta, in qualche modo, di un dettaglio tecnico che diventa politico, perché sposta la questione dalla constatazione del danno alla gestione delle pressioni locali, qualità delle acque, tutela della fauna ittica, regolamentazione costiera, l’unica leva su cui gli Stati possono agire subito, mentre le emissioni si riducono altrove.
In gioco non c’è solo la biodiversità. Le barriere occupano meno dello 0,2% del fondale oceanico ma ospitano oltre il 25% delle specie marine note, e sostengono sicurezza alimentare, turismo e protezione costiera per quasi un miliardo di persone. Oggi 104 milioni vivono entro cinque chilometri da una barriera, il 46% in più rispetto a vent’anni fa.
David Obura, presidente dell’IPBES, parla di inerzia collettiva più che di conoscenza mancante: “il continuo declino della copertura corallina, evidenziato in questo rapporto, deve scuoterci dalla nostra persistente inerzia”. Un intervento tardivo, avverte, rischia perdite irreversibili. Sulla stessa linea l’ambasciatrice di Palau alle Nazioni Unite, Ilana Seid: “La sfida che ci troviamo ad affrontare non è più individuare cosa bisogna fare, ma trovare la volontà collettiva per farlo”.
Il rapporto arriva mentre gli oceani hanno appena toccato la temperatura media più alta mai registrata, 21,10°C il 22 agosto scorso, oltre il record del 2024: la prossima ondata di calore, e una finestra di recupero ancora più stretta, sembrano già scritte.
