Sotto le strade, dove di solito finiscono pensieri molto pratici e pochissima immaginazione, passa anche una parte del clima che facciamo fatica a vedere. Tombini, condotte, curve di cemento, acque reflue che scorrono al buio: tutto sembra appartenere alla manutenzione ordinaria delle città, a quel mondo che si nota soltanto quando qualcosa si rompe, risale, puzza, allaga. E invece proprio lì, nelle reti fognarie urbane, potrebbe esserci una quota di metano molto più concreta di quanto i conti ufficiali abbiano considerato finora.
Il metano, dopo l’anidride carbonica, è uno dei gas serra più importanti per il riscaldamento globale: resta in atmosfera meno a lungo della CO₂, però intrappola molto calore e pesa parecchio nel breve periodo. La NASA lo indica come il secondo maggiore contributore al riscaldamento terrestre dopo la CO₂, mentre l’EPA ricorda che è il secondo gas serra antropico più abbondante dopo l’anidride carbonica e che le sue concentrazioni sono più che raddoppiate negli ultimi due secoli. Le sintesi internazionali sul metano attribuiscono alle emissioni antropiche una quota vicina al 45% del riscaldamento netto attuale, e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha già indicato il taglio del metano come una delle leve più rapide per rallentare il riscaldamento nei prossimi decenni.
Dove l’acqua sporca resta abbastanza a lungo, le tubature diventano piccoli reattori senza ossigeno
Per anni le fognature sono rimaste in una zona grigia degli inventari climatici. L’idea di partenza sembrava ragionevole: l’acqua reflua attraversa le condotte per un tempo limitato, quindi la formazione di metano dovrebbe essere marginale. A questo si aggiungeva un problema molto pratico, perché misurare quello che succede dentro reti sotterranee estese, irregolari, diverse da città a città, è complicato. Così le reti fognarie urbane sono state trattate come una sorgente trascurabile, spesso assunta pari a zero negli inventari collegati alle linee guida del Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici.
Lo studio pubblicato su Nature Water ribalta questa comodità contabile. Gli autori parlano di prove ormai solide sulle emissioni di CH₄ dai sistemi fognari, in contrasto con l’ipotesi di “zero emissioni”, e propongono un insieme di equazioni pensate per stimare il metano dalle reti fognarie usando dati disponibili con relativa facilità: geometria delle condotte, portate di progetto, portate medie reali in tempo asciutto e temperatura delle acque reflue.
La materia, del resto, c’è tutta. Le acque reflue urbane sono cariche di sostanza organica biodegradabile. Dentro molte condotte l’ossigeno scarseggia. In queste condizioni anaerobiche, i microrganismi trovano l’ambiente adatto per produrre metano. La fogna smette di essere soltanto un tubo che porta via ciò che la città espelle e diventa un luogo chimico, biologico, vivo nel modo meno poetico possibile.
Il gruppo internazionale, coordinato da Yuan Zhiguo della City University of Hong Kong, lavora su questi processi da circa vent’anni, insieme a ricercatori dell’Università del Queensland, della Hong Kong Polytechnic University, della Tianjin University e della Tongji University. Già nel 2008 il gruppo aveva sviluppato il modello SeweX, nato per simulare i processi fisici, chimici e biologici che avvengono nelle fognature, compresa la produzione di idrogeno solforato, il gas responsabile di molti problemi di odore e corrosione, e quella di metano.
Il nodo era la calibrazione. Per rendere più affidabile la parte del modello dedicata al metano, i ricercatori hanno raccolto dati sul campo nelle reti fognarie australiane usando sensori online progettati per seguire ciò che accade dentro le condotte. Una volta calibrato il modello, hanno simulato quasi 3.000 scenari di tubazioni, cambiando struttura e condizioni operative. Da lì è emerso un elemento molto concreto: la produzione di metano è strettamente legata alla superficie bagnata della condotta, cioè alla porzione interna del tubo effettivamente a contatto con le acque reflue.
La stima globale parla di milioni di tonnellate l’anno
Il passaggio decisivo arriva quando un modello complesso viene trasformato in uno strumento più maneggevole. La nuova stima permette di calcolare le emissioni partendo da informazioni che molte autorità idriche già possiedono o possono ricostruire: diametro dei tubi, pendenza, flussi medi, temperatura, portata progettata e portata reale. Lo strumento è stato poi verificato con dati reali provenienti da 21 città in Australia, Stati Uniti, Cina e Belgio.
Il risultato ha il peso dei numeri scomodi: le reti fognarie globali emetterebbero ogni anno tra 1,18 e 1,95 milioni di tonnellate di metano, cioè 1,18–1,95 teragrammi di CH₄. Secondo lo studio, questa quota aggiungerebbe tra l’1,7% e il 3,3% alle emissioni globali di metano oggi attribuite al settore dei rifiuti e tra il 15,7% e il 37,6% all’impronta climatica stimata della gestione delle acque reflue.
Per una volta il problema climatico ha una forma poco spettacolare. Nessuna fiammata visibile, nessuna ciminiera, nessuna grande immagine da satellite. Solo tubi, acqua sporca, materia organica, assenza di ossigeno e una rete urbana che cresce insieme alle città. Proprio questa normalità rende il dato importante: se le fognature vengono conteggiate come sorgenti nulle, una parte delle emissioni resta fuori dal quadro. Se entrano negli inventari, diventano una voce misurabile e quindi gestibile.
Yuan Zhiguo e il suo gruppo insistono su questo aspetto: le fognature rappresentano una sorgente quantificabile di metano, con implicazioni climatiche globali. La crescita delle reti urbane, soprattutto nelle aree dove l’espansione delle città corre più veloce della pianificazione ambientale, può aumentare anche il potenziale emissivo. Inserire queste emissioni nei sistemi nazionali di contabilizzazione dei gas serra aiuterebbe a rendere più realistici gli inventari e ad aprire un nuovo spazio di intervento per la riduzione delle emissioni.
Senza una misura, quel metano resta manutenzione invisibile. Con una stima, entra nei bilanci. Le politiche climatiche vivono anche di ciò che riescono a contare. Una perdita da un gasdotto, una discarica, un allevamento, un impianto industriale: tutto entra più facilmente nel dibattito quando lascia una traccia chiara nei dati. Le fognature hanno goduto a lungo di una specie di anonimato tecnico. Stavano sotto, funzionavano, sparivano dalla conversazione. Questo nuovo strumento toglie loro quell’alibi.
Per le città significa guardare alle acque reflue con una lente più ampia. Gestire una rete fognaria riguarda igiene, sicurezza, manutenzione, odori, corrosione, allagamenti, salute pubblica. Da ora, con più forza, riguarda anche il clima. Il metano dalle fognature diventa una voce piccola rispetto ai giganti delle emissioni globali, eppure abbastanza grande da meritare una riga nei bilanci nazionali. Sopra resta l’asfalto. Sotto, il conto continua.
Fonte: Nature Water
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