Le ondate di calore si misurano in giorni. Ma il rischio vero è nelle ore

Un gruppo di ricercatori guidato da Weilin Liao, dell’Università Sun Yat-sen di Guangzhou, ha analizzato per la prima volta su scala globale le “ondate di calore estreme orarie” (HHE, hourly heat extremes), incrociando dati climatici storici dal 1981 al 2023 con proiezioni fino al 2099. Lo studio, pubblicato su Nature Climate Change, cambia l’unità di misura standard del rischio da caldo: non più il giorno, classificato come “caldo” o “normale” in base a un unico valore massimo, ma l’ora. È una differenza che conta, perché due giornate classificate allo stesso modo possono nascondere un numero molto diverso di ore realmente pericolose – un margine che le metriche attuali non registrano.

Il quadro che emerge è netto. Nello scenario ad alte emissioni SSP5-8.5, la frequenza globale delle HHE è destinata a quadruplicare entro fine secolo, mentre l’esposizione complessiva della popolazione mondiale a questi eventi aumenterà di sei volte. Ogni giornata già classificata come “calda” guadagnerà in media altre quattro ore di temperature estreme rispetto a oggi. Ma il dato più significativo riguarda le giornate che gli indici tradizionali considerano normali: qui si accumuleranno comunque altre tre-quattro ore di calore estremo, un fenomeno che le metriche giornaliere convenzionali non registrano affatto.

La scomposizione statistica dei fattori conferma quanto il riscaldamento climatico, più che la crescita demografica, sia il motore di questa tendenza: il cambiamento climatico spiega da solo il 92% dell’aumento dell’esposizione previsto per fine secolo nello scenario intermedio SSP2-4.5, percentuale che sale al 96% nello scenario più pessimistico SSP5-8.5.

I ricercatori hanno anche calcolato l’effetto di diversi livelli di riscaldamento globale rispetto all’era preindustriale: con ogni mezzo grado aggiuntivo, la durata media delle HHE per stagione estiva cresce di circa 200 ore, passando da 402 ore a un grado di riscaldamento a oltre 1.061 ore a 2,5 gradi. A 1,5 gradi, meno dell’1% delle terre emerse subirebbe un raddoppio della frequenza di questi eventi; a 2 gradi la quota sale al 60%, a 2,5 gradi supera il 93%.

La distribuzione geografica dell’esposizione non è uniforme. Oltre tre quarti del carico attuale e futuro di calore estremo ricade su Paesi a basso e medio reddito, in particolare Sud America, Africa occidentale e centrale, Sud-est asiatico. Nelle regioni più povere, ogni mezzo grado di riscaldamento aggiunge più di un’ora di calore estremo per ogni giornata calda, contro circa mezz’ora nelle regioni ad alto reddito: un divario che lo studio definisce ineguaglianza intergenerazionale oltre che geografica.

Chi nasce oggi eredita infatti un’esposizione al calore ben maggiore rispetto a chi è nato nel 1981. Nello scenario ad alte emissioni SSP5-8.5, la coorte 2023 accumulerà nell’arco della vita un’esposizione fino a quattro volte superiore rispetto alla coorte 1981. Un secondo filone di analisi, condotto separando i risultati per livello di riscaldamento globale anziché per scenario emissivo, mostra che il moltiplicatore cresce in modo quasi lineare con la temperatura: da circa 2,2 volte a 1,5°C di riscaldamento fino a 3,2 volte a 2,5°C. Anche in questa seconda analisi il divario per reddito resta ampio: nei paesi a basso reddito il moltiplicatore sale da 3,1 a 4,6 volte tra 1,5°C e 2,5°C di riscaldamento, contro un aumento da 1,6 a 2,3 volte nei paesi ad alto reddito.

Gli autori collegano inoltre l’esposizione oraria alla mortalità legata al caldo osservata in diversi paesi tra il 2001 e il 2020, trovando correlazioni statistiche solide, comprese tra 0,63 e 0,95 a seconda del Paese, segno che l’unità di misura oraria coglie meglio il rischio reale per la salute pubblica rispetto agli indici giornalieri.

Lo studio propone un cambio di paradigma nella valutazione del rischio climatico, chiedendo che le politiche di adattamento e i sistemi di allerta abbandonino la logica del “giorno caldo” a favore di un monitoraggio orario, capace di intercettare anche il calore che si accumula silenziosamente nelle notti e nelle giornate apparentemente ordinarie.

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