Quattro secondi e una frase ripetuta due volte: “Io sono Giorgia Meloni”. No, non ha proseguito con un “sono una donna, sono una madre…”. Il 5 ottobre 2026 la presidente del Consiglio ha depositato un campione della propria voce all’EUIPO, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, con l’obiettivo di aggiungere una tutela contro la clonazione tramite intelligenza artificiale. La domanda riguarda anche contenuti multimediali e organizzazione di manifestazioni politiche ed è ancora “oggetto di esame”. Quindi la voce è stata depositata; il marchio, per ora, non è stato ancora registrato. E anche se lo sarà, non diventerà uno scudo universale contro qualsiasi imitazione della voce: parliamo di un marchio sonoro, tutelato come segno distintivo per i prodotti e i servizi indicati nella registrazione.
Il tempismo aiuta a capire perché quei quattro secondi interessino parecchio più della proprietà intellettuale. L’ipotesi di elezioni politiche a maggio 2027 è appena uscita dai ragionamenti riservati ed entrata nelle dichiarazioni pubbliche: Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, ha parlato della possibilità di votare insieme alle comunali, salvo poi ricordare che la legislatura scade in autunno e che lo scioglimento delle Camere spetta al Presidente della Repubblica. La data, quindi, non c’è. La campagna politica che dovrà fare i conti con l’intelligenza artificiale sì. E Meloni qualche anticipazione l’ha già vista anche addosso. Letteralmente.
Prima la lingerie, poi il Colosseo
A maggio sui social è circolata una falsa fotografia generata con l’IA: il volto della premier era stato montato sul corpo di una donna in lingerie e l’immagine veniva condivisa come se fosse autentica. Meloni, va detto, non sembrò disprezzare il lavoro dell’algoritmo: scrisse che l’aveva “migliorata parecchio“. Subito dopo, però, riportò la questione sui deepfake e sul loro potenziale di inganno e manipolazione.
A luglio il guardaroba è cambiato parecchio. L’ex generale Roberto Vannacci ha pubblicato un video realizzato con l’intelligenza artificiale e ambientato nell’antica Roma. Lui compare vestito da generale-imperatore; accanto siedono Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Nell’arena ci sono Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, rappresentati come nemici destinati alla morte. Arrivano gladiatori, un leone e il pollice verso. Non proprio il classico santino elettorale.
Meloni era finita anche lì senza averlo chiesto. Il giorno successivo ha scritto di essere stata inserita nel filmato “a mia insaputa” e ha preso le distanze: quella rappresentazione, ha spiegato, non appartiene al suo modo di intendere il confronto politico. Nel giro di pochi mesi la stessa persona è stata trasformata dall’IA in una donna in lingerie per costruire un falso credibile e in una figura dell’antica Roma dentro un contenuto apertamente fantastico.
Nella foto in lingerie il falso funziona se sembra vero. Nel video di Vannacci no: funziona anche se nessuno crede per un secondo che abbia fatto giustiziare Conte al Colosseo. La differenza pesa anche quando si passa dalle immagini alle norme.
La legge italiana guarda soprattutto al falso che può ingannare
Dal 2025 il Codice penale contiene un reato specifico. L’articolo 612-quater, introdotto dalla legge italiana sull’intelligenza artificiale, punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi, senza consenso, diffonde immagini, video o voci falsificati o alterati tramite IA, idonei a ingannare sulla loro autenticità, provocando un danno ingiusto alla persona rappresentata. Quando il fatto colpisce una pubblica autorità a causa delle sue funzioni, si procede d’ufficio.
L’articolo richiede, tra le altre cose, che il contenuto sia idoneo a ingannare sulla propria autenticità e provochi un danno ingiusto. Un politico vestito da imperatore romano che manda gli avversari ai gladiatori parte già con qualche difficoltà nel fingersi una registrazione fedele della giornata. Questo, naturalmente, non rende automaticamente lecito qualsiasi contenuto sintetico apertamente fantastico: eventuali altri illeciti devono essere valutati secondo le norme applicabili al singolo caso.
Dal 2 agosto 2026 si applicano poi gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’AI Act europeo. Per immagini, audio e video che costituiscono deepfake deve essere dichiarata la natura artificiale o manipolata del contenuto. Anche le opere chiaramente artistiche, creative, satiriche o di fantasia restano dentro l’obbligo, con modalità che non ne compromettano la fruizione. La Commissione europea precisa però che i contenuti prodotti prima del 2 agosto non devono essere etichettati retroattivamente. Il video di Vannacci è del 20 luglio: è arrivato una dozzina di giorni prima, per sua fortuna.
Una legge pensata proprio per le campagne elettorali è già caduta alla Camera
A marzo il Parlamento aveva sul tavolo anche qualcosa di molto più specifico. La proposta di legge 2212, prima firmataria Anna Ascani del Partito Democratico, puntava a intervenire direttamente sulla manipolazione delle campagne elettorali e referendarie attraverso contenuti prodotti con l’IA. Il testo prevedeva obblighi di trasparenza, etichettatura e poteri di intervento dell’Agcom.
L’11 marzo la Camera ha approvato una serie di emendamenti soppressivi presentati dalla maggioranza. Eliminati gli articoli di cui era composto il testo e respinto l’ultimo articolo aggiuntivo, il presidente di turno ha dichiarato il provvedimento “respinto nel suo complesso”: nessuna votazione finale, perché ormai non era rimasto sostanzialmente nulla da votare.
Fratelli d’Italia motivò quella scelta richiamando proprio le norme già approvate. Alessandro Urzì citò la legge italiana sull’IA, il nuovo reato sui deepfake e la normativa europea destinata a diventare applicabile nell’agosto 2026, sostenendo che esistesse già una cornice per tutelare i cittadini anche nei momenti elettorali. Anna Ascani, prima firmataria della proposta, difese invece la necessità di regole costruite specificamente per la propaganda elettorale generata con l’IA. Il risultato fu molto concreto: gli articoli vennero soppressi e la proposta fu dichiarata respinta nel suo complesso.
Da agosto, almeno sul fronte della trasparenza, uno dei pezzi di quella cornice europea è effettivamente operativo: chi viene esposto a un deepfake deve poter sapere che sta guardando o ascoltando materiale generato o manipolato artificialmente. La Commissione europea spiega che gli obblighi dell’articolo 50 servono a contrastare i rischi di inganno e manipolazione e riguardano anche l’etichettatura dei deepfake.
Il problema successivo comincia quando l’inganno non serve più. Il video dell’imperatore romano, però, non ha bisogno di ingannare nessuno. Può essere perfettamente riconoscibile come artificiale e continuare a fare il lavoro per cui è stato pubblicato: trasformare avversari politici reali in personaggi di una scena costruita, prodotta in pochi minuti e pronta a passare da Instagram alle reazioni degli altri partiti, ai giornali, ai talk show e di nuovo ai social. L’etichetta “generato con IA” dice da dove arriva l’immagine: non cancella ciò che l’immagine racconta.
Se davvero nel 2027 si voterà a maggio lo decideranno passaggi politici e costituzionali che ancora non sono avvenuti. Una cosa, invece, è già visibile diversi mesi prima: la prossima campagna elettorale italiana avrà a disposizione uno strumento capace di fabbricare a basso costo voci, fotografie e intere scenografie politiche.
Meloni, almeno per la propria voce, ha cercato una tutela in più. Per tutto il resto ci sono il Codice penale, l’AI Act, le etichette e le regole sulla trasparenza. Per i centurioni, al momento, si va a sentimento.