Lo scioglimento dei ghiacciai del monte Ararat riaccende la ricerca dell’Arca di Noè: cosa si spera di trovare?

Il ghiaccio dell’Ararat si sta ritirando e, metro dopo metro, lascia esposte porzioni di montagna che per decenni erano rimaste coperte. In altri luoghi del mondo questo stesso processo ha già restituito frecce, scarpe, utensili, resti organici e oggetti vecchi di migliaia di anni. Sulla montagna che da secoli viene associata all’Arca di Noè, è difficile che la fantasia rimanga educatamente seduta in disparte.

La possibilità che dal ghiaccio emergano materiali antichi ha una base scientifica molto concreta. L’archeologia glaciale è ormai un vero campo di ricerca: il ritiro di ghiacciai e nevai permanenti sta liberando nel mondo migliaia di reperti e materiali biologici, alcuni conservati nel ghiaccio per 10.000 anni. E sull’Ararat il ghiaccio sta perdendo terreno in fretta.

L’Ararat ha perso quasi metà del ghiaccio esposto in 46 anni

Uno studio pubblicato sulla Turkish Geographical Review ha ricostruito l’evoluzione dei ghiacciai del Büyük Ağrı Dağı, il Grande Ararat, attraverso immagini satellitari, rilievi sul campo e analisi geomorfologiche. Nel 1977 la superficie glaciale visibile occupava circa 9,3 chilometri quadrati. Nel 2023 era scesa a 4,9: una riduzione del 47% in 46 anni.

Il lavoro sul campo ha poi individuato anche masse di ghiaccio coperte dai detriti, più difficili da osservare dai satelliti e più resistenti alla fusione. Includendole, l’estensione glaciale attuale è stata ricalcolata in circa 8,11 chilometri quadrati. Uno studio pubblicato su Geoheritage conferma comunque una lunga e marcata fase di arretramento dei ghiacciai dell’Ararat.

È una trasformazione che interessa direttamente anche l’archeologia. Quando il ghiaccio si ritira, gli oggetti rimasti intrappolati possono riaffiorare in condizioni eccezionali: legno, fibre, cuoio e altri materiali organici che normalmente avrebbero poche possibilità di attraversare i millenni. Il problema è che, una volta esposti, cominciano rapidamente a deteriorarsi. Lo scioglimento crea quindi contemporaneamente un’occasione e una corsa contro il tempo. Gli archeologi devono arrivare dopo il ghiaccio e prima della decomposizione.

La ricerca dell’Arca intanto è ripartita anche a Durupınar

A rendere la storia ancora più particolare c’è quello che sta accadendo una trentina di chilometri più a sud. La formazione di Durupınar, scoperta nel 1959, ha una sagoma che dall’alto ricorda quella di una grande imbarcazione. È uno dei luoghi più celebri tra quelli associati all’Arca di Noè e negli ultimi decenni è stata sottoposta a radar, rilevamenti topografici e indagini geofisiche.

Nel 2026 la ricerca ha fatto un altro passo. Un progetto guidato dal professor Cenker Atila, archeologo della Sivas Cumhuriyet University, ha ottenuto le autorizzazioni delle autorità turche per una nuova campagna di indagini sul sito. I lavori sul campo sono cominciati alla fine di giugno con una squadra internazionale di circa venti tra ricercatori e studenti provenienti da cinque Paesi.

Il programma comprende mappatura ad alta precisione, modelli digitali in 2D e 3D, scansioni del sottosuolo con georadar e prelievo di campioni di terreno. Sono previsti anche carotaggi nei punti individuati attraverso i dati radar. Le analisi proseguiranno in laboratorio e l’università indica il 2027 come orizzonte per la presentazione completa dei risultati.

Durupınar e i ghiacciai sommitali rappresentano due piste diverse. La prima viene studiata direttamente attraverso la geofisica; la seconda apre progressivamente nuovi pezzi di paesaggio alla possibilità di osservazione e ricerca. A unirle c’è una montagna che continua a cambiare proprio mentre archeologi, geologi e glaciologi dispongono di strumenti sempre più precisi per guardarla sopra e sotto la superficie.

L’archeologia glaciale ha già restituito oggetti di 10.000 anni fa

L’idea che un ghiacciaio possa conservare per millenni qualcosa lasciato dagli esseri umani sembrava materiale da romanzo fino a pochi decenni fa. Poi sono cominciati ad arrivare i reperti.

Dalle Alpi alla Norvegia, fino al Nord America, lo scioglimento ha liberato armi da caccia, indumenti, attrezzature per il trasporto e resti di animali. Il caso più famoso resta Ötzi, emerso dal ghiaccio alpino nel 1991, ma da allora il numero dei ritrovamenti è cresciuto enormemente. Il solo programma di archeologia glaciale della contea norvegese di Innlandet ha recuperato migliaia di oggetti.

Questo rende l’Ararat interessante anche lasciando per un momento Noè sulla terraferma. La montagna è stata attraversata, raccontata e frequentata dagli esseri umani per secoli. Ma ogni nuova superficie esposta racconta anche ciò che l’Ararat sta perdendo: il ghiaccio che ha conservato quelle tracce per secoli.

Poi c’è la Genesi. Il testo racconta che l’Arca, dopo il Diluvio, si fermò sui “monti dell’Ararat”, espressione storicamente riferita a una regione più ampia rispetto alla singola cima che oggi porta quel nome. Nei secoli, però, proprio questa montagna di 5.137 metri è diventata il centro geografico e simbolico della ricerca.

Ora il paesaggio che alimenta quella storia sta cambiando rapidamente. Da una parte i georadar stanno scandagliando Durupınar; dall’altra il ghiaccio dell’Ararat continua ad arretrare e a scoprire terreno rimasto nascosto.

Forse dal ghiaccio usciranno soltanto frammenti della lunga presenza umana sulla montagna. Forse qualcosa di più inatteso. L’archeologia glaciale ha già mostrato quanto possa riemergere quando il ghiaccio arretra. Sull’Ararat, però, ogni possibile scoperta arriva insieme alla perdita dell’archivio naturale che l’ha conservata per secoli.

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