La musica pop globale ha improvvisamente scoperto di avere grossi problemi con la libertà d’espressione quando il rapper Macklemore è stato estromesso in tronco dalle date statunitensi del tour di Ed Sheeran. Tutto è iniziato al MetLife Stadium, dove il cantante ha urlato lo slogan Free Palestine e intonato il brano Hind’s Hall prima di venire travolto da una bufera mediatica scatenata da organizzazioni come l’Israeli American Council e dalle pressioni commerciali dei proprietari degli stadi. Tra questi spicca Robert Kraft, influente proprietario del Gillette Stadium, che ha imposto un vero e proprio aut aut a Ed Sheeran vietando categoricamente l’esibizione del rapper nel suo impianto e minacciando di annullare le date.
Le parole di Macklemore
La situazione è degenerata quando il protagonista ha discusso direttamente con il collega inglese – e amico da anni, come precisato da Macklemore – per capire le ragioni della sua esclusione forzata dai palchi americani. Come ha raccontato lo stesso rapper con un post sui social svelando il retroscena del loro confronto privato, Ed Sheeran “mi ha detto che le parole ‘Palestina libera’ e la bandiera palestinese sono dolorose per molte persone con cui ha parlato”.
Di fronte a questa motivazione, il musicista estromesso ha replicato con fermezza ribadendo la gravità della crisi umanitaria in corso e contestando la linea del collega che, di fronte alle sue rimostranze sul numero spaventoso di vittime civili innocenti, gli ha risposto seccamente “non prendo posizione”. Nonostante il disaccordo profondo, il musicista ha voluto rimarcare che il vero dramma non riguarda le carriere milionarie dei protagonisti ma la tragedia umanitaria in corso, sottolineando come l’industria dello spettacolo tenda a soffocare ogni voce dissenziente:
Qualunque siano le conseguenze che ognuno di noi deve affrontare per ciò che diciamo, possiamo tornare a casa dalle nostre famiglie. Le vittime sono il popolo palestinese.
La replica di Ed Sheeran
Di fronte alle polemiche crescenti, Ed Sheeran ha rotto il silenzio pubblicando un lungo intervento social per chiarire la propria posizione e precisare che la decisione finale è arrivata direttamente dai promoter a causa dei diktat imposti dalle venue. Il cantautore britannico ha spiegato di aver cercato a lungo di fare da ponte tra le parti coinvolte, parlando direttamente con Robert Kraft e con i locali, senza però riuscire a evitare lo stop definitivo ai concerti. Ha premesso inoltre di non essere indifferente a ciò che accade a Gaza:
Sono inorridito dal conflitto tra Israele e Palestina. La sofferenza e il dolore causati da entrambe le parti sono una tragedia. Nel mondo ci sono troppe guerre che provocano sofferenze incalcolabili, e nessuna di queste dovrebbe essere tollerata.
Nel suo comunicato ha infine precisato il motivo per cui sceglie di non esporsi pubblicamente:
Ho sempre usato la mia posizione e la mia musica per unire persone di ogni provenienza e cultura e questo non cambierà mai. Chiunque sia stato a uno dei miei concerti sa che sono uno spazio di unità, gioia, evasione, amore, un luogo in cui tutti devono sentirsi i benvenuti. Non sono complice. Ho le mie opinioni su questo conflitto devastante. Il fatto che scelga di non esprimermi pubblicamente non significa che non ne abbia, e non significa che non mi importi. E non significa nemmeno che non sostenga delle cause a modo mio, nel privato. Il mio pubblico comprende giovani e spesso bambini, di ogni provenienza. Chi viene ai miei concerti non si aspetta di trovarsi di fronte a una discussione politica. Rispetto la determinazione di Macklemore nel prendere posizione e gridare ciò in cui crede. Ma per arrivare allo stesso obiettivo, la pace, ci sono approcci diversi. Io scelgo di usare la mia notorietà e la mia piattaforma per creare uno spazio sicuro e accogliente, per mantenere aperti il dialogo e la diplomazia, non per chiuderli. Se ci concentriamo soltanto su chi urla più forte, nulla cambierà mai. Ci sono vari modi di battersi per il cambiamento. Ho passato questa settimana cercando di costruire ponti e trovare una soluzione, purtroppo non ci sono riuscito. So chi sono, sia come persona che come artista, e chi mi conosce davvero conosce anche i miei valori.
Il ritiro a catena di Finneas, Lukas Graham e della band di supporto in solidarietà con Macklemore
A poco però sono bastate le dichiarazioni di Sheeran, perché il terremoto era già scoppiato dando il via ad una vera e propria reazione a catena con l’intero parterre degli artisti di supporto che ha deciso di non rimanere in silenzio e abbandonare in massa il Loop Tour in segno di aperta solidarietà con Macklemore e con la causa palestinese. Dopo l’esclusione forzata del rapper, anche Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e la band folk irlandese Beoga hanno annunciato il loro ritiro ufficiale dalle date rimanenti. Le motivazioni degli artisti sono state affidate a lunghi messaggi social che non lasciano spazio a interpretazioni. Finneas ha dichiarato esplicitamente che:
gli artisti non devono essere messi a tacere quando parlano per gli oppressi. Ho deciso di ritirarmi dalle date del mio prossimo tour con Ed Sheeran. Sono con la Palestina e il suo popolo.
Sulla stessa linea Aaron Rowe che ha voluto sottolineare il legame storico del popolo irlandese con i drammi dell’occupazione:
Non prendo la decisione alla leggera. Ed è stato un amico per me e ha cambiato la mia vita, non potrò mai ringraziarlo abbastanza per questo. Ma come irlandesi conosciamo fin troppo bene il genocidio, la carestia forzata e l’occupazione violenta. Non posso restare a guardare e permettere ai miliardari di usare la loro posizione di potere per mettere a tacere le voci legittime di coloro che si esprimono contro il genocidio israeliano e che mettono in luce l’omicidio feroce di bambini. Perderei ogni rispetto per me stessa se continuassi normalmente. Devo essere fedele a me stesso e ai miei antenati che hanno resistito alla colonizzazione e lottato per una libertà che oggi godo in Irlanda.
La band Beoga ha motivato l’addio parlando apertamente del “silenziamento di Macklemore da parte delle lobby sioniste”, mentre il gruppo Lukas Graham ha criticato aspramente le dinamiche di potere economico affermando che “nessuno dovrebbe decidere chi può parlare o quale sofferenza possiamo riconoscere” e ribadendo:
Dovremmo poter parlare di guerra, di civili uccisi, di bambini che meritano di crescere. Ovunque vivano. Qualunque bandiera sventoli sopra di loro. Sono cresciuto a Christiania, una piccola comunità in Danimarca dove dire la propria opinione faceva parte della vita quotidiana. Avere più soldi non rendeva la tua opinione più valida di quella degli altri.
Dalle critiche social di colleghi famosi alle pesanti accuse di antisemitismo
La cacciata dal palco di Macklemore ha spaccato il mondo dello spettacolo anche al di fuori degli artisti presenti al tour, catalizzando l’attenzione di altri volti noti della musica internazionale. La popstar Pink ha condiviso post critici per poi precisare di non aver mai chiesto alcuna censura, mentre il leader dei Culture Club Boy George ha attaccato duramente la gestione della vicenda definendo lo slogan un facile esercizio di stile e criticando la mancanza di coraggio della controparte.
A rincarare la dose si sono aggiunte le pressioni economiche e logistiche dei promoter, che hanno preferito tagliare la scaletta pur di evitare il boicottaggio delle arene sportive. La linea di demarcazione tracciata dai grandi circuiti di eventi dimostra quanto sia fragile lo spazio per il dissenso politico quando la posta in gioco commerciale si scontra con la diplomazia internazionale e la sensibilità dei grandi sponsor.
Il parallelo con Hollywood: i casi di Susan Sarandon e Melissa Barrera
Purtroppo, però, quanto accaduto a Macklemore non si tratta di un fenomeno isolato. La marginalizzazione artistica non ha risparmiato infatti la settima arte, come ha dimostrato senza filtri l’attrice Susan Sarandon durante la conferenza stampa del film The echo chamber alla Mostra del Cinema di Venezia. Interpellata sul clima che si respira negli Stati Uniti per chi critica le politiche di Israele, la celebre interprete ha denunciato apertamente le ritorsioni subite dai lavoratori dello spettacolo d’oltreoceano.
È stata una rivelazione enorme per il nostro popolo (quello americano, ndr) scoprire quanto denaro gli Stati Uniti diano ad Israele. Abbiamo anche votato per unire l’esercito americano con l’esercito israeliano. Adesso queste informazioni sono note.
Parole pesanti come macigni, seguite dalla confessione amara sulle conseguenze pratiche di questo attivismo. Ricordiamo infatti che nel novembre 2023 Sarandon era stata estromessa dalla United Talent Agency, una delle più importanti agenzie di talenti di Hollywood, dopo alcune dichiarazioni pronunciate durante manifestazioni a sostegno dei palestinesi. E a quanto pare il fenomeno non si è fermato lì:
E così ci sono ancora film che non mi vengono proposti, con agenzie che dicono ai registi di non darmi un ruolo.
Non tutti hanno pagato lo stesso prezzo, ma sostenere pubblicamente la causa palestinese, soprattutto nei mesi successivi al 7 ottobre 2023, per alcune personalità del cinema, della musica e della cultura ha avuto conseguenze molto più concrete di qualche insulto sui social. In alcuni casi sono saltati contratti, rappresentanze e apparizioni pubbliche; in altri è arrivata una pressione politica e mediatica talmente forte da trasformare poche parole pronunciate su un palco in un caso nazionale.
Uno dei più chiari è quello di Melissa Barrera. Nel novembre 2023 Spyglass Media la estromise da Scream 7 dopo una serie di post sulla guerra a Gaza. L’attrice aveva parlato, tra le altre cose, di “genocidio” e “pulizia etnica”; la società spiegò pubblicamente di avere “zero tolleranza” per antisemitismo e hate speech e incluse tra i contenuti contestati anche quelli che definì falsi riferimenti al genocidio.
Tanti gli esempi anche fuori il mondo del cinema
E Hollywood non è l’unico ambiente in cui è accaduto. Maha Dakhil, potentissima agente della CAA, lasciò il board interno dell’agenzia dopo aver condiviso un post che accusava Israele di genocidio, scusandosi poi per il linguaggio utilizzato. Ancora lo scrittore premio Pulitzer Viet Thanh Nguyen si vide rinviare un incontro alla 92NY di New York dopo aver firmato una lettera che chiedeva il cessate il fuoco e criticava le operazioni israeliane a Gaza; la decisione provocò a sua volta rinunce e dimissioni di altri autori e membri dello staff. A Londra, invece, una mostra di Ai Weiwei alla Lisson Gallery fu messa in sospeso dopo un suo post sul rapporto tra Israele, Stati Uniti e comunità ebraica. Casi diversi, parole diverse e contestazioni diverse, ma con un elemento comune: l’opinione politica non restò confinata all’opinione politica. Entrò direttamente nello spazio professionale.
Veniamo a noi: la querelle Ghali-Rai
Ma non c’è bisogno di guardare oltreoceano. Basta fare un tuffo nel passato recente qui da noi per imbattersi in quanto accaduto a Ghali durante il Festival di Sanremo 2024. Al termine dell’esibizione di Casa mia, Ghali disse semplicemente: “Stop al genocidio”. Il giorno dopo l’ambasciatore israeliano in Italia Alon Bar accusò il Festival di avere permesso che il palco fosse utilizzato per diffondere “odio e provocazioni” e ricordò le vittime israeliane del 7 ottobre e gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas.
A quel punto la vicenda diventò un caso istituzionale: l’amministratore delegato della Rai Roberto Sergio diffuse una nota per esprimere la propria “solidarietà al popolo di Israele ed alla comunità ebraica” e il messaggio venne letto in diretta TV a Domenica In nello speciale per Sanremo. Quanto accaduto non rimase tuttavia una scaramuccia da dopofestival: seguirono proteste davanti alle sedi Rai e il caso finì dentro un dibattito molto più ampio sulla libertà di espressione e sul racconto di Gaza nei media europei.
Persino due anni dopo Sanremo quella presa di posizione ha continuato a seguirlo: nel gennaio 2026 l’annuncio della sua partecipazione alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Milano-Cortina provocò le proteste di esponenti della Lega, che contestarono proprio le sue dichiarazioni su Gaza. Il ministro dello Sport Andrea Abodi disse di non condividerne le idee ma difese comunque la presenza dell’artista, precisando che l’esibizione avrebbe avuto carattere artistico e non politico.
In origine, infatti, come spiegato dallo stesso Ghali in un lungo messaggio sui social, il cantante avrebbe dovuto recitare una poesia contro la guerra in più lingue, ma l’arabo alla fine era stato escluso. Alla cerimonia recitò dunque Promemoria di Gianni Rodari in italiano, francese e inglese, mentre i giovani performer formavano una colomba con i loro corpi. Sembrava tutto, più o meno, sotto controllo quando accadde qualcosa di difficilmente ignorabile proprio durante la cerimonia.
Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport e telecronista della diretta su Rai1, durante tutta la performance non pronunciò mai il nome di Ghali. Nessuna presentazione prima del suo intervento, nessun riferimento mentre recitava Rodari, nessuna spiegazione per chi guardava da casa. Gli altri artisti erano stati presentati e contestualizzati; lui, uno degli ospiti più discussi e attesi dell’intera cerimonia, rimase semplicemente una voce senza nome.
E nemmeno le immagini aiutavano: Ghali fu mostrato quasi sempre da lontano, senza i primi piani riservati ad altri protagonisti, al punto che sui social molti spettatori parlarono apertamente di censura. Qui però bisogna fare una distinzione importante: la telecronaca era della Rai e l’omissione del nome riguarda direttamente Petrecca; la regia televisiva delle immagini era invece affidata all’Olympic Broadcasting Service, quindi attribuire alla Rai anche la scelta delle inquadrature sarebbe inesatto. Resta però l’effetto complessivo visto dagli spettatori: Ghali era sul palco, ma televisivamente sembrava quasi non esserci.
Il giorno dopo fu lui stesso a reagire. Su Instagram scrisse: “Pace? Armonia? Umanità? Non ho sentito niente di tutto questo ieri sera”, ringraziando invece le persone per i messaggi ricevuti. La vicenda divenne immediatamente politica: esponenti dell’opposizione parlarono apertamente di censura e il caso Ghali finì dentro le polemiche molto più ampie sulla telecronaca di Petrecca, già criticato per una serie di errori e gaffe durante la cerimonia. Pochi giorni più tardi la protesta interna alla Rai sarebbe arrivata fino all’Usigrai; Petrecca, alla fine dei Giochi, avrebbe poi rimesso il mandato da direttore di Rai Sport.
Il silenzio non ha prezzo, il dissenso sì
Alla fine, il caso scoppiato (e riscoppiato) qui da noi su Ghali si incastra con quelli di Macklemore, Barrera, Sarandon: non perché le conseguenze siano state identiche, ma perché rende esplicita la domanda che attraversa tutti questi episodi. Quanto costa, per chi vive di cinema, musica, arte o esposizione pubblica, decidere che su Israele e Palestina il silenzio non è un’opzione?
La risposta, guardando questi casi, non è unica. Per qualcuno è stato un contratto. Per qualcun altro un agente, una mostra o un palco. Per altri ancora una campagna di delegittimazione senza conseguenze lavorative dimostrabili. Mettere tutto nello stesso calderone sarebbe scorretto. Ma sarebbe altrettanto difficile sostenere che non sia successo nulla: dal 2023 in poi, nel mondo della cultura occidentale, parlare pubblicamente di Gaza per alcuni ha avuto un prezzo. E in alcuni casi quel prezzo compare nero su bianco in un comunicato aziendale, in un rapporto interrotto o in un nome cancellato da un progetto.