Le immagini riprese dai droni dell’organizzazione australiana per la conservazione Geographe Marine Research hanno fatto il giro del web, documentando un lutto straziante. La mamma delfina Fraggle, ribattezzata così in omaggio ai personaggi dello show Fraggle Rock, ha trasportato sul proprio dorso per sei giorni consecutivi il corpo senza vita del suo piccolo, un neonato di appena due settimane.
Per l’esemplare si tratta della quarta perdita neonatale subìta negli ultimi anni, un dramma acuito dalle rigide condizioni invernali della regione che causano frequentemente complicazioni respiratorie nei piccoli. Durante l’intero periodo di elaborazione del lutto, l’intero gruppo di 14 delfini della comunità locale si è stretto attorno alla madre, scortandola e nuotando al suo fianco per fornirle protezione e sostegno in attesa che l’animale interrompa il trasporto per riprendere ad alimentarsi.
I precedenti tra le orche: da J36 a Tahlequah
Le manifestazioni di dolore materno e l’incapacità di separarsi dalla prole deceduta rappresentano un fenomeno già ampiamente documentato dalla comunità scientifica tra i cetacei. Un episodio analogo ha visto protagonista l’orca J36 nello Stretto di Rosario, in Argentina, sorpresa a spingere con il muso il proprio cucciolo di sesso femminile nato morto e ancora legato al cordone ombelicale, prima di fare ritorno a Puget Sound per riaggregarsi al proprio gruppo sociale.
Il caso più celebre resta tuttavia quello di Tahlequah, l’orca appartenente alla popolazione in pericolo critico delle Southern Resident che nel 2018 commosse l’opinione pubblica mondiale trasportando il piccolo senza vita per 17 giorni lungo un percorso di oltre 1.600 chilometri. La stessa Tahlequah è poi tornata a dare la luce al piccolo J61, andato ad aggiungersi ai figli sopravvissuti J47 e J57, in un habitat minacciato dall’inquinamento acustico e dai contaminanti chimici isolati dalla National Oceanic and Atmospheric Administration.
La cultura sociale e la complessità emotiva dei cetacei
Gli studi condotti da enti quali il Center for Whale Research, SR3, la SeaDoc Society e il Whale Museum confermano come questi episodi non siano meri automatismi biologici, bensì la manifestazione di una vera e propria cultura sociale. I cetacei sviluppano complessi legami familiari, comunicano attraverso dialetti specifici, condividono tecniche di caccia e praticano raggruppamenti di affiliazione. La partecipazione del branco al dolore di madri come Fraggle o J36 dimostra l’esistenza di una struttura empatica avanzata, dove il lutto diventa un rito collettivo condiviso dall’intero gruppo. Qualcosa che ci unisce profondamente a loro, più di quanto potremmo immaginare in apparenza.