Dopo l’estate, quando sole, mare, vento e lavaggi frequenti hanno lasciato i capelli più secchi e sfibrati, una maschera o una cura intensiva sembrano la soluzione più semplice per restituire morbidezza e lucentezza. Ma cosa contengono davvero questi prodotti?
A chiederselo è stata la rivista tedesca Öko-test, che ha portato in laboratorio 32 maschere e trattamenti per capelli, tra prodotti da supermercato, discount, profumerie, negozi biologici e acquisti online. Il risultato è in gran parte positivo, ma non mancano alcune bocciature e diverse sostanze che la rivista vorrebbe vedere scomparire dalle formulazioni.
I prezzi dei prodotti analizzati erano estremamente diversi: da appena 0,98 euro fino a 34,70 euro per 150 ml. Ed è proprio il prezzo uno degli aspetti più interessanti emersi dall’indagine, in quanto spendere di più non significa necessariamente acquistare una maschera migliore. Tra i prodotti più economici ce ne sono infatti alcuni che ottengono ottimi giudizi, mentre la maschera più costosa del test si ferma a un risultato soltanto sufficiente.
Per valutare i singoli campioni, Öko-test ha sottoposto le maschere a una serie di analisi di laboratorio, cercando tra le altre cose profumi allergizzanti, muschi sintetici, filtri UV problematici, formaldeide e sostanze simili, metalli e composti plastici. Sono state considerate anche alcune caratteristiche della confezione e le dichiarazioni ambientali dei produttori.
Non è stato verificato però se le promesse pubblicitarie sulla capacità di riparare o nutrire i capelli siano effettivamente mantenute. Il giudizio riguarda quindi soprattutto la composizione e altri aspetti del prodotto.
Cosa hanno trovato nelle maschere per capelli
Uno dei risultati più interessanti riguarda l’etilesil metossicinnamato (EHMC), conosciuto anche come octinoxate. Si tratta di un filtro UV che gli esperti hanno individuato nella maschera Neqi Mask Repair Reveal, dove sarebbe utilizzato soprattutto per contribuire alla stabilità della formulazione. Il problema, secondo la rivista tedesca, è che l’EHMC rientra tra le sostanze con attività endocrina.
Nel 2025 il Comitato scientifico per la sicurezza dei consumatori della Commissione europea (SCCS) ha rivalutato questa sostanza, prendendo in considerazione dati che mostrano proprietà di interferenza endocrina in studi sugli animali e in test su cellule umane. Questo non significa che l’utilizzo della maschera provochi automaticamente un danno ormonale nelle persone, ma spiega perché la presenza della sostanza sia stata considerata un elemento critico nel sistema di valutazione del test.
Un’altra sostanza finita sotto la lente è il Galaxolide, conosciuto anche come hexamethylindanopyran. È un muschio sintetico utilizzato in profumeria per dare alle formulazioni una caratteristica nota olfattiva pulita e dolce. Secondo Öko-test, però, questa sostanza può accumularsi nel tessuto adiposo ed è oggetto di attenzione anche per possibili effetti sul fegato e sulla riproduzione.
Il punto più delicato riguarda proprio quest’ultimo aspetto: la sostanza è infatti interessata da una valutazione europea sulla possibile classificazione come tossica per la riproduzione.
C’è poi il tema dei siliconi, trovati in quasi un terzo dei 32 prodotti analizzati. Queste sostanze possono rivestire il capello creando una sorta di pellicola che lo rende più liscio e lucido. L’effetto cosmetico, però, non equivale necessariamente a una vera riparazione della fibra capillare. Inoltre alcuni siliconi e altri composti plastici possono essere difficili da degradare nell’ambiente. Per questo la loro presenza ha comportato penalizzazioni nel test.
Le maschere peggiori del test
La Neqi Mask Repair Reveal è risultata la maschera peggiore del test con giudizio insufficiente. Oltre all’octinoxate, nel prodotto è stato trovato anche il clorometilisotiazolinone (CIT), un conservante appartenente alla famiglia delle isotiazolinoni e noto per il suo forte potenziale sensibilizzante.
Il problema, sottolineano gli esperti tedeschi, riguarda anche il fatto che una maschera può rimanere a contatto con i capelli e con la cute per diversi minuti. Per questo la rivista considera particolarmente discutibile la presenza di questo tipo di conservante in prodotti che prevedono tempi di posa relativamente lunghi.
Il CIT è stato trovato anche nella John Frieda Frizz Ease Wunder-Reparatur. Il prodotto non è stato bocciato come la Neqi, ma è riuscito a strappare solo una sufficienza.
Il Galaxolide è stato trovato invece nella maschera Herbal Essences riparatrice all’olio di argan del Marocco. Il prodotto ha ottenuto un giudizio scadente, finendo quindi tra i peggiori del test.
A sorprendere è poi la Wella Professionals Elements Renewing Mask. È infatti la maschera più costosa dell’intero test, con un prezzo equivalente a 34,70 euro per 150 ml, ma nonostante il prezzo elevato ha ottenuto soltanto “sufficiente”. Il motivo principale della penalizzazione è ancora una volta il Galaxolide.
La cosa interessante è che la pagina italiana presenta la maschera come un prodotto con il 95% di ingredienti di origine naturale, vegano e senza siliconi e solfati. Questo però non contraddice necessariamente il risultato del test, una formulazione può infatti essere priva di siliconi e contenere comunque altri ingredienti che la rivista tedesca considera problematici.
Alla fine, il test invita soprattutto a guardare oltre i claim sulla confezione. Parole come “riparazione”, “ricostruzione” e “cura intensiva” raccontano infatti ciò che il prodotto promette, ma non necessariamente quello che una formulazione può fare davvero sulla fibra capillare.
E quando si sceglie una maschera, vale la pena dare un’occhiata anche all’INCI, soprattutto se si vogliono evitare determinati conservanti, profumi o ingredienti poco rispettosi dell’ambiente.
Fonte: Öko-test