“La scuola è aperta a tutti, deve stabilire legami, non alzare barriere”: il discorso di Mattarella è la migliore risposta al tetto agli stranieri

Nel cuore ferito di Amatrice, esattamente dieci anni dopo la catastrofica scossa che nel 2016 rase al suolo il Centro Italia mietendo 299 vittime e lasciando 40.000 sfollati, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto l’Istituto omnicomprensivo Sergio Marchionne, sorto nella frazione di San Cipriano al posto del distrutto plesso Romolo Capranica, per inaugurare l’anno scolastico 2026/2027.

Accolto dal ministro Giuseppe Valditara, dal governatore laziale Francesco Rocca e dal sindaco Giorgio Cortellesi, il Capo dello Stato ha deposto una corona d’alloro prima di salire in cattedra, simbolicamente guidato dalle domande di Alberto Angela. In un Paese che dibatte aspramente sull’ipotesi di fissare un limite del 30% agli alunni stranieri con cittadinanza extra-Ue che hanno una conoscenza insufficiente dell’italiano – misura caldeggiata dal governo per evitare la ghettizzazione ma criticata per i problemi logistici legati ai quartieri – la voce del Quirinale ha tracciato una rotta netta ma soprattutto inclusiva, in netto contrasto con le dichiarazioni dell’esecutivo.

La Costituzione come bussola contro ogni forma di barriera

Richiamando l’articolo 34 della Carta fondamentale, Mattarella ha ribadito senza esitazioni il valore imprescindibile dell’istruzione pubblica come motore di coesione sociale:

La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati. La scuola prepara tutti, ‘è aperta a tutti’: così dispone l’art. 34 della Costituzione. Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale.

Oltre gli algoritmi per riscoprire il valore umano del docente

La cerimonia amatriciana ha offerto l’occasione per affrontare le sfide tecnologiche ed etiche del presente, a partire dall’intelligenza artificiale e dall’isolamento generato dall’iperconnessione. Davanti a studenti disorientati da schermi e social, il presidente ha smontato ogni tentazione di delega digitale:

Non potrà mai esserci una macchina al posto di un insegnante, per quanto sia una macchina intelligente. Quando un ragazzo alza la mano, l’insegnante capisce se lo sta facendo per perdere tempo o per capire meglio un concetto o se sta interrogando, capisce se il ragazzo non è preparato o sta cercando di esprimere meglio un concetto, la macchina difficilmente potrebbe farlo. Voi stessi avete governato una macchina non al contrario.

Un monito rigoroso che si estende alla difesa intransigente della dignità del corpo docente contro ogni forma di aggressione o prepotenza verbale e fisica e purtroppo resosi necessario dopo i recenti fatti di cronaca.

Memoria e futuro tra banchi di storia e poesie da custodire

Infine, scavando nei ricordi della propria giovinezza tra televisioni in bianco e nero e assenza di internet, il presidente ha regalato ai ragazzi una riflessione intima sul valore salvifico dello studio e della cultura intesa come autentico esercizio di libertà. Rievocando la faticosa abitudine di imparare i testi poetici a memoria, il capo dello Stato ha concluso con un invito appassionato a guardare avanti senza timori:

Guardate al futuro con fiducia, la cultura rende liberi.

Dalle macerie del sisma che dieci anni fa spezzò le comunità di Amatrice, Arquata del Tronto e Norcia, la ripartenza scolastica si conferma così l’argine più solido per ricostruire non solo gli edifici lesionati, ma il tessuto etico e civile dell’intero Paese che ora più che mai non ha bisogno di muri e divisioni.

Fonte: Quirinale

Leggi tutto