Per chi nasceva in Gran Bretagna all’inizio degli anni Cinquanta, la quantità di zucchero disponibile in casa dipendeva anche dal calendario. Il razionamento del dopoguerra era ancora in vigore, poi venne gradualmente smantellato. Così persone nate a pochi mesi di distanza finirono per trascorrere la gravidanza e i primi anni di vita con un accesso molto diverso agli alimenti zuccherati. Oggi quella vecchia tessera annonaria è diventata una specie di esperimento naturale: chi è rimasto più a lungo sotto il razionamento dello zucchero mostra un rischio più basso di ricevere una diagnosi di ansia in età adulta.
A trovare l’associazione è uno studio pubblicato su Translational Psychiatry, condotto da Hana F. Navratilova, Anthony D. Whetton e Nophar Geifman su 46.448 partecipanti della UK Biobank, nati tra il 1951 e il 1956. I ricercatori li hanno divisi in base alla durata del razionamento vissuto dal concepimento in poi, arrivando fino a circa 1000 giorni, cioè la gravidanza e i primi due anni di vita.
La differenza più netta compare dopo circa 1000 giorni di razionamento
Il gruppo rimasto sotto il razionamento più a lungo, dal concepimento fino a circa due anni, mostrava nel modello statistico un hazard di diagnosi di ansia inferiore del 33% rispetto al gruppo di riferimento nato quando il razionamento era ormai terminato: hazard ratio 0,67, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,53 e 0,84. L’associazione è rimasta anche dopo aver tenuto conto di fattori demografici, stile di vita, salute e consumo di zucchero in età adulta.
Quel 33%, però, è una misura relativa prodotta dal modello. Guardando alle percentuali grezze, le diagnosi di ansia andavano dal 5,45% al 6,29% nei diversi gruppi; tra chi aveva vissuto circa 1000 giorni di razionamento la quota era del 5,79%. Meno spettacolare del “33% in meno”, parecchio più utile per capire di che grandezza stiamo parlando.
Per la depressione il segnale c’era, ma reggeva peggio. Nel gruppo esposto più a lungo il modello iniziale indicava un hazard più basso del 29%. Quando i ricercatori hanno inserito nelle analisi anche il consumo di zucchero più avanti nella vita, però, l’associazione si è indebolita fino a perdere significatività statistica. Per l’ansia, invece, è rimasta.
Mangiare meno zucchero da piccoli non li ha trasformati in adulti allergici ai dolci
Verrebbe facile pensare che chi aveva avuto poco zucchero da bambino avesse semplicemente continuato a mangiarne meno per tutta la vita, ma i dati sono molto meno ordinati. Tra i partecipanti con informazioni sulle preferenze alimentari, quelli esposti al razionamento per circa 1000 giorni dichiaravano effettivamente di gradire un po’ meno i cibi dolci: 5,82 punti contro 6,04 su una scala di nove. Una differenza di 0,22 punti. Il consumo di zucchero in età adulta, inoltre, non spiegava l’associazione osservata con l’ansia.
Quindi la differenza sull’ansia non si lascia liquidare con un semplice “da grandi mangiavano meno dolci”. Gli autori ritengono che l’ambiente nutrizionale durante una fase molto precoce dello sviluppo possa avere effetti che arrivano parecchio più avanti nel tempo. È un’ipotesi compatibile con i dati dello studio, non la prova di un meccanismo biologico già chiarito.
I ricercatori hanno controllato anche le immagini cerebrali disponibili per una parte del campione. Su 139 regioni di materia grigia analizzate, 80 mostravano inizialmente differenze tra i gruppi e successive analisi ne hanno evidenziate 11, comprese alcune aree del cervelletto. Quelle differenze non dimostrano che il razionamento abbia modificato il cervello né che siano la causa della minore incidenza di ansia. Per ora dicono soltanto che qualcosa cambia insieme all’esposizione e merita di essere studiato meglio.
Il problema è che nessuno sa quanto zucchero mangiassero davvero
Il razionamento offre ai ricercatori una situazione rarissima, ma ha un limite piuttosto evidente: nessuno ha pesato lo zucchero nel tè delle madri britanniche del 1952. La durata delle restrizioni è stata usata come indicatore della probabile esposizione. Il gruppo “1000 giorni”, per esempio, comprende 6.856 persone che avevano attraversato sotto razionamento la gravidanza e circa i primi due anni di vita.
In quegli anni, poi, non veniva razionato soltanto lo zucchero: anche carne, burro, formaggi, cereali e altri alimenti erano sottoposti a restrizioni, con calendari diversi. Cambiavano contemporaneamente assistenza sanitaria, condizioni familiari, infezioni, stress materno e molti altri fattori. I modelli statistici possono provare a tenerne conto; cancellare mezzo dopoguerra britannico da un’equazione è un’altra faccenda.
Per questo lo studio non dimostra che ridurre lo zucchero durante la gravidanza o nei primi due anni prevenga l’ansia e non consegna ai genitori una nuova formula alimentare. Mostra però un’associazione abbastanza consistente da sopravvivere a diverse analisi di sensibilità, soprattutto per l’ansia. La stessa University of Surrey parla di una possibile rilevanza duratura dell’ambiente nutrizionale precoce sulla salute mentale, chiedendo ulteriori studi per capire attraverso quali meccanismi.
Il razionamento dello zucchero apparteneva a un Paese che cercava ancora di uscire dal dopoguerra. Settant’anni dopo, quelle restrizioni stanno facendo tutt’altro mestiere: aiutano i ricercatori a capire quanto lontano possano arrivare gli effetti dei primi anni di vita. Per l’ansia, almeno in questo campione britannico, la traccia sembra esserci. Lo zucchero, da solo, non basta ancora a spiegare perché.