Un cantiere milionario si trasforma in un caso di incuria che indigna la città di Palermo, dove il patrimonio artistico rischia di finire tra i detriti indifferenziati. Nel cuore del capoluogo siciliano, il complesso monumentale del Monastero di Santa Caterina d’Alessandria è stato recentemente al centro di un imponente intervento di recupero architettonico. I lavori, finanziati con 2.000.000 di euro provenienti dai fondi del Pnrr, hanno permesso di restituire splendore alle facciate seicentesche e di restaurare la preziosa pavimentazione della terrazza panoramica. Tuttavia, proprio la gestione delle piastrelle avanzate ha generato polemiche e stupore.
Al termine delle operazioni di cantiere, centinaia di frammenti di maioliche d’epoca, databili in un arco temporale compreso tra il Seicento e l’Ottocento, sono stati buttati alla rinfusa dentro un cassonetto per l’edilizia situato in piazza Pretoria. Tra i calcinacci, i frammenti di vetro, le bottiglie di birra e le cicche di sigarette, spuntavano pezzi unici di storia siciliana. Un trattamento inaccettabile per reperti di inestimabile valore storico, che ha trasformato un’opera d’arte recuperata in un mucchio di materiale di risulta pronto per la discarica.
Il saccheggio dei turisti e la giustificazione della Soprintendenza
La presenza di quel tesoro indifeso nei cassonetti non è passata inosservata a lungo. Attratti dal pregio artistico della ceramica antica, numerosi turisti e passanti hanno intuito l’occasione e si sono precipitati a raccogliere i pezzi, trasformando frammenti di storia in insoliti souvenir da portare a casa. Nel giro di poche ore, come confermato da un residente della zona, il volume dei reperti presenti nel cassonetto si è rapidamente dimezzato sotto i colpi di questa razzia incontrollata.
Interpellata sulla vicenda, la Soprintendenza ha ammesso l’errore parlando di una svista incresciosa, precisando che la stazione appaltante esterna non riceveva comunicazioni puntuali sulle singole operazioni di dismissione quotidiana. Dalla Soprintendenza è stato spiegato che le mattonelle avanzate integravano la pavimentazione originaria grazie al contributo di padre Bucaro, rettore della chiesa, e che buona parte dei pezzi scartati risultava danneggiata o compromessa dai sali interni. Ciononostante, la mancata cernita preventiva ha permesso che autentiche meraviglie in cotto smaltato finissero alla portata di chiunque, evidenziando una clamorosa falla nella tutela dei beni culturali.