Dodici larve e pupe dentro un tombino, a 447 metri di quota in provincia di Belluno. A fine maggio 2011 cominciò così la storia italiana della zanzara coreana, Aedes koreicus. I ricercatori allevarono gli esemplari raccolti e identificarono dieci adulti con analisi morfologiche e genetiche. La sorveglianza stava cercando la zanzara tigre; trovò un’altra specie asiatica, capace di sistemarsi proprio dove la tigre comincia a faticare. Lo studio sulla prima segnalazione italiana confermò già nei mesi successivi che la popolazione si era stabilita.
Quindici anni dopo quella zanzara è ancora qui e il suo raggio d’azione si è allargato. Una nuova scoping review pubblicata su Acta Tropica ha passato al setaccio la ricerca disponibile su Aedes koreicus: 334 lavori individuati, 91 studi inclusi nell’analisi, affiancati da un workshop tenuto a Trento il 10 febbraio 2026 con 41 ricercatori e professionisti provenienti da sei Paesi europei. Più che annunciare una nuova emergenza sanitaria, il lavoro mette sul tavolo qualcosa di molto meno spettacolare e parecchio utile: sappiamo ancora troppo poco di una zanzara invasiva che, intanto, continua a guadagnare territorio.
Una zanzara che sale dove la tigre arriva con più fatica
Il suo vantaggio comincia dall’inverno. Aedes koreicus produce uova capaci di superare i mesi freddi in quiescenza e tollera temperature inferiori rispetto ad Aedes albopictus, la nostra ormai familiarissima zanzara tigre. Gli adulti possono inoltre comparire prima nella stagione e restare attivi più a lungo verso l’autunno. In Valbelluna, nelle prime indagini italiane, la specie risultava attiva indicativamente da fine marzo a fine ottobre. I ricercatori la trovarono tra 173 e 1.250 metri sul livello del mare, anche oltre gli 800 metri dove la tigre era assente o compariva soltanto sporadicamente. I dati raccolti nel Nord-Est italiano raccontavano già allora una zanzara decisamente poco impressionata dalla montagna.
Per riprodursi, poi, non chiede paesaggi tropicali. Tombini, contenitori artificiali, giardini, vivai e piccole raccolte d’acqua possono bastare. Nel monitoraggio svolto tra Veneto e Trentino i tombini rappresentavano quasi metà dei siti larvali positivi e i contenitori artificiali oltre il 40%. È una specie adattata agli ambienti antropizzati, pur essendo stata trovata anche nei boschi.
L’espansione italiana sembra ormai ben consolidata. Uno studio genetico pubblicato su PLOS Neglected Tropical Diseases ha analizzato 414 zanzare provenienti da 13 popolazioni italiane e slovene. I risultati indicano una colonizzazione stabile e sostengono l’espansione di una popolazione originariamente introdotta nell’area di Belluno verso ovest e verso la Slovenia. In località come Vicenza, Sondrio e Fonteno sono emerse anche prove di popolazioni capaci di superare l’inverno sul posto.
La fotografia più recente dell’ECDC, aggiornata all’aprile 2026, aggiunge un altro tassello: rispetto al giugno 2025 risultano quattro nuove unità amministrative europee dove la specie è ormai considerata stabilita. Due sono in Italia, una in Francia e una in Russia. La zanzara coreana non sta comparendo soltanto in nuovi punti sulla mappa: in alcune aree riesce a fermarsi.
Può trasmettere dengue, Zika e chikungunya?
Qui serve distinguere la capacità biologica osservata in laboratorio dal rischio che incontriamo fuori dalla porta di casa. Gli esperimenti hanno dimostrato che Aedes koreicus può diventare competente per alcuni arbovirus, però i risultati cambiano molto con temperatura, virus studiato e popolazione di zanzare utilizzata.
In uno studio pubblicato su Viruses, per esempio, esemplari provenienti dalla Germania sono riusciti a trasmettere chikungunya e Zika soltanto nelle condizioni termiche più calde testate, con efficienze di trasmissione rispettivamente del 4,6% e 4,7%. Nello stesso esperimento non è stata osservata trasmissione del virus West Nile.
Per la dengue è arrivato nell’agosto 2026 anche uno studio su una popolazione italiana di Aedes koreicus. Le femmine allevate in laboratorio sono state alimentate con sangue contenente DENV-1 e mantenute a 26 ± 1 °C. Il virus infettivo è stato recuperato nella saliva a 28 giorni dall’infezione; nelle fasi più avanzate dell’esperimento gli autori riportano un tasso di trasmissione del 33,3% e un’efficienza complessiva del 20%. È una dimostrazione di competenza vettoriale in condizioni controllate, accompagnata però da bassa efficienza e tempi di incubazione piuttosto lunghi.
Fuori dalla camera climatica entrano in gioco parecchie altre cose: quanti esemplari sono presenti, quanto vivono, quante volte pungono l’uomo, le temperature reali, la presenza del virus e la probabilità che una zanzara incontri prima una persona infetta e poi una suscettibile. Gli studi disponibili finora non attribuiscono ad Aedes koreicus focolai di arbovirosi in Europa. Nel Nord Italia è stata trovata anche durante indagini legate alla dengue, ma i focolai autoctoni conosciuti sono stati sostenuti dalla zanzara tigre.
La stessa nuova revisione di Acta Tropica invita quindi a considerarla oggi soprattutto come specie invasiva e potenzialmente molesta, con un ruolo sanitario da studiare meglio. Tra le priorità individuate ci sono proprio nuovi esperimenti sulla competenza vettoriale, dati più lunghi sulle popolazioni, studi sulla competizione con le altre Aedes e una sorveglianza capace di raggiungere anche quote e stagioni normalmente meno battute.
Il problema è anche riuscire a riconoscerla
A complicare il lavoro c’è un dettaglio abbastanza antipatico: Aedes koreicus assomiglia alle altre zanzare invasive a strisce bianche. Persino le uova raccolte nelle comuni ovitrappole possono essere difficili da distinguere da quelle di Aedes albopictus, Aedes japonicus e altre specie senza ricorrere a controlli più accurati. La nuova review chiede quindi protocolli migliori di identificazione e una sorveglianza che includa montagna, pianura e periodi più lunghi dell’anno. Una zanzara che cambia habitat e calendario rende poco utile continuare a cercarla soltanto nei posti e nei mesi in cui eravamo abituati a cercare le altre.
Per i giardini e gli spazi privati, invece, le contromisure hanno ben poco di esotico. L’Istituto Superiore di Sanità raccomanda per le zanzare del genere Aedes di eliminare regolarmente i piccoli ristagni, svuotare sottovasi, secchi e annaffiatoi, mantenere libere grondaie e canalette e coprire le raccolte d’acqua che non possono essere eliminate. Bastano pochi centimetri perché un contenitore dimenticato diventi un allevamento decisamente più produttivo del previsto.
La zanzara coreana, quindi, è arrivata da tempo, ha imparato a passare gli inverni del Nord Italia e continua a occupare territori dove altre specie invasive trovano condizioni meno comode. Per ora il segnale più solido viene dalla sua capacità di espansione, molto più che dal suo curriculum come vettore di malattie umane. Ed è precisamente questo il momento utile per seguirla: quando la zanzara è già sulla mappa, mentre l’emergenza sanitaria ancora no.