Duecentoquarantotto giorni all’anno con le bocche della laguna chiuse al mare. È lo scenario più critico calcolato per Venezia entro la fine del secolo: il MOSE potrebbe dover funzionare per quasi due giorni su tre, proteggendo la città dall’acqua alta e lasciando sempre meno tempo alla laguna per rinnovare le proprie acque. Il mare rimarrebbe fuori. Con lui, però, anche buona parte del ricambio naturale che mantiene in equilibrio questo ecosistema.
A calcolarlo è uno studio dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), pubblicato il 9 ottobre 2026 sulla rivista scientifica Scientific Reports. Le simulazioni mostrano che, con l’innalzamento del livello del mare dovuto al cambiamento climatico, le chiusure delle barriere mobili potrebbero diventare così frequenti da rallentare sensibilmente la circolazione dell’acqua. Nel caso peggiore, oltre un terzo della laguna impiegherebbe più di 20 giorni per rinnovarla. Una prospettiva piuttosto complicata per un’opera che ha il compito di difendere Venezia proprio dall’acqua.
Il MOSE potrebbe restare chiuso quasi due giorni su tre
Il MOSE è composto da 78 paratoie mobili, distribuite in quattro barriere alle tre bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia. Normalmente rimangono adagiate sul fondale, permettendo al mare Adriatico di scambiare acqua con la laguna. Quando è prevista una marea particolarmente alta, si sollevano e impediscono all’acqua marina di entrare.
Il sistema ha dimostrato di saper proteggere Venezia dagli allagamenti. Il problema riguarda quanto spesso sarà necessario attivarlo nei prossimi decenni. Con il mare che sale, infatti, anche una marea ordinaria può raggiungere livelli sufficienti a richiedere la chiusura delle barriere. E quello che oggi rappresenta un intervento temporaneo rischia di diventare una condizione sempre più abituale.
Per capire quanto, i ricercatori hanno utilizzato un modello che riproduce la circolazione dell’acqua nella laguna, applicandolo a due scenari climatici: uno con emissioni di gas serra più contenute (RCP4.5) e uno con emissioni elevate (RCP8.5). Hanno poi confrontato due periodi, dal 2045 al 2049 e dal 2095 al 2099, simulando le condizioni con il MOSE operativo e senza le sue chiusure.
Nello scenario più critico, quello ad alte emissioni, a fine secolo si arriverebbe a circa 248 giorni di chiusura all’anno. Sono proiezioni legate a precise ipotesi climatiche, naturalmente, e non un calendario già scritto. Ma rendono bene le dimensioni del problema.
Un terzo della laguna potrebbe impiegare oltre 20 giorni per rinnovare l’acqua
La laguna di Venezia vive grazie anche agli scambi continui con l’Adriatico. Le maree fanno entrare e uscire l’acqua, trasportano sostanze nutritive, contribuiscono a disperdere gli inquinanti e regolano le condizioni ambientali nelle diverse zone.
Quando le paratoie si alzano, questo movimento viene interrotto o fortemente limitato. Una chiusura di poche ore è una cosa. Ripetere l’operazione per gran parte dell’anno è tutt’altra. I ricercatori hanno misurato il cosiddetto water renewal time, cioè il tempo necessario perché l’acqua presente in una determinata zona venga sostituita attraverso la circolazione lagunare.
Nelle condizioni più estreme simulate, oltre un terzo della superficie lagunare richiederebbe più di 20 giorni per il rinnovo dell’acqua. Una permanenza così prolungata può favorire l’accumulo di nutrienti e contaminanti, creando condizioni più favorevoli alla proliferazione delle alghe e a una riduzione dell’ossigeno disponibile.
Attenzione, però: lo studio misura il rallentamento del ricambio idrico, senza dimostrare che quelle aree diventeranno necessariamente prive di ossigeno o che si verificheranno morie di pesci. Sono possibili conseguenze ecologiche di una circolazione sempre più limitata, da valutare insieme agli altri fattori che influenzano la qualità dell’acqua. Il rischio, insomma, riguarda un equilibrio che dipende da movimenti continui, anche quando dalla superficie sembrano quasi impercettibili.
La laguna potrebbe superare i 30 gradi per oltre tre mesi all’anno
Alle chiusure sempre più frequenti si aggiunge il caldo. E su questo fronte le proiezioni sono altrettanto preoccupanti. Nello scenario ad alte emissioni, le simulazioni indicano temperature dell’acqua superiori ai 30 °C per più di tre mesi all’anno, accompagnate da ondate di calore marine frequenti e prolungate. Il MOSE può fermare l’alta marea, ma naturalmente non può abbassare la temperatura della laguna.
Acque più calde e ricambio più lento rappresentano una combinazione delicata. All’aumentare della temperatura diminuisce, a parità delle altre condizioni, la quantità massima di ossigeno che può sciogliersi nell’acqua. Intanto, la minore circolazione può rendere più difficile disperdere le sostanze che arrivano dai fiumi, dagli scarichi e dalle attività presenti nel bacino lagunare.
Gli effetti dipenderanno dalle condizioni locali, dalla quantità di nutrienti e inquinanti presenti e dalla risposta degli organismi. Ma è proprio la sovrapposizione di questi fenomeni a preoccupare i ricercatori: il riscaldamento agisce sull’acqua mentre le chiusure del MOSE ne limitano progressivamente il movimento. Un doppio stress per un ambiente che ospita barene, bassi fondali, praterie di fanerogame marine e numerose specie animali e vegetali.
Con meno emissioni, gli effetti sarebbero circa dimezzati
La ricerca contiene anche un risultato meno cupo, e dipende direttamente dalle emissioni di gas serra. Nello scenario RCP4.5, caratterizzato da emissioni più contenute rispetto a quello peggiore, gli impatti simulati risultano complessivamente circa dimezzati. Cambiano la frequenza delle chiusure, il rallentamento del ricambio idrico e l’intensità del riscaldamento delle acque.
La differenza è importante perché mostra quanto le condizioni future della laguna dipendano dall’evoluzione del clima. Le barriere rimangono le stesse, mentre cambia la quantità di tempo per cui sarà necessario utilizzarle.
Gli autori dello studio indicano per questo la necessità di affiancare alla riduzione globale delle emissioni misure locali di adattamento, capaci di limitare gli effetti delle chiusure sempre più prolungate. La ricerca non individua una singola soluzione già pronta: mette in evidenza il problema che le future strategie di gestione dovranno affrontare.
Venezia continuerà ad avere bisogno di proteggersi dall’acqua alta. Il MOSE è stato costruito per questo e le simulazioni ne confermano l’efficacia nel contenere l’innalzamento dell’acqua all’interno della laguna.
Ma c’è una differenza enorme tra chiudere le barriere durante una marea eccezionale e doverlo fare per 248 giorni all’anno. Nel secondo caso, per quasi otto mesi, lo scambio naturale con l’Adriatico sarebbe fortemente limitato. E il mare da cui Venezia deve difendersi è anche quello di cui la sua laguna ha bisogno per continuare a vivere.
Fonte: Scientific Reports