Nel cuore arido della valle di San Rafael, a Lochiel, una remota località dell’Arizona meridionale al confine con il Messico, un imponente pioppo americano di oltre due secoli è diventato l’ultimo baluardo della resistenza ambientale. Tra i suoi rami, a oltre sei metri da terra, si alternano giorno e notte gli attivisti impegnati in un pacifico tree sit, un’occupazione ad oltranza per impedire che gli escavatori della Fisher Sand and Gravel, ditta appaltatrice federale, abbattano l’albero per fare spazio alla nuova barriera di confine. Le ruspe hanno già raso al suolo tre colossi secolari appartenenti allo stesso boschetto, soprannominati affettuosamente le Nonne dalle comunità locali e dalle tribù indigene. Ora, questo gigante sopravvissuto rappresenta per gli ambientalisti una vera e propria Statua della Libertà ecologica da difendere a ogni costo.
Un’oasi di biodiversità travolta dal cemento della barriera
La drammatica protesta nasce dalla decisione del Dipartimento della Sicurezza Interna e della Customs and Border Protection di realizzare un sistema a doppia barriera d’acciaio, con due muri paralleli alti nove metri e distanziati tra loro da una striscia di servizio larga venti metri. L’opera devasta un corridoio ecologico fondamentale dove nascono le sorgenti del fiume Santa Cruz, un’oasi ripariale rara in uno Stato che ha già perso il novanta per cento dei propri ambienti fluviali. La valle ospita specie a rischio come il cuculo beccogiallo e rappresenta una via di transito vitale per orsi neri, istrici, puma e giaguari. Nonostante gli avvistamenti di nidi attivi inviati agli uffici federali da Erick Meza, coordinatore del Sierra Club, i cantieri proseguono a ritmo serrato grazie al Real ID Act, norma che concede deroghe speciali sulle leggi ambientali.
La spinta delle organizzazioni e il caso della contea di Santa Cruz
A coordinare i presidi sul campo c’è Kate Scott, cofondatrice del Madrean Archipelago Wildlife Center, affiancata da decine di manifestanti accampati nei terreni privati limitrofi con il consenso dei proprietari. La protesta ha varcato i confini dello Stato ottenendo il sostegno di Julia Butterfly Hill, la celebre attivista che alla fine degli anni ’90 visse per due anni su una sequoia in California.
A rendere ancora più controversa la demolizione del territorio è la netta opposizione dello sceriffo della contea di Santa Cruz, David Hathaway, il quale ha ribadito pubblicamente che i valici clandestini in questo tratto di prateria sono praticamente inesistenti. Le trivellazioni intensive per estrarre acqua sotterranea e le esplosioni con dinamite rischiano di prosciugare irrimediabilmente l’ecosistema locale e le falde acquifere condivise con il Messico.
Un presidio ad oltranza contro le ruspe federali
Nonostante le intimidazioni del personale di sicurezza e la minaccia di interventi di sgombero forzato, la catena umane a difesa dell’ultimo pioppo non accenna a sciogliersi. Gli attivisti chiedono modifiche strutturali al progetto, come l’ampliamento dello spazio tra i pilastri d’acciaio o deviazioni mirate del tracciato per risparmiare il patrimonio arboreo. Mentre i camion della ditta costruttrice continuano a sfrecciare alzando polvere lungo la servitù federale della Roosevelt Reservation, la vedetta arroccata sui rami ribadisce la volontà di non cedere. Salvare quell’albero bicentenario significa opporsi alla distruzione sistematica di un paesaggio naturale unico e proteggere l’ultimo fragile filo di vita che unisce due nazioni.