Perché le dita della mano hanno lunghezze diverse? Per una ragione sorprendentemente utile

Basta raccogliere una moneta caduta a terra. Pollice e indice la pizzicano, il medio raggiunge quella scivolata sotto il mobile, anulare e mignolo si chiudono intorno alle altre già recuperate. Nessuno assegna i compiti: la mano li distribuisce in una frazione di secondo.

Le dita della mano hanno lunghezze diverse anche perché questa disposizione irregolare permette di cambiare presa, forza e superficie di contatto a seconda dell’oggetto. Una tazza, una penna, una busta della spesa e un bottone richiedono movimenti parecchio differenti. Cinque dita identiche sarebbero ordinate. Molto meno utili.

La lunghezza, però, racconta soltanto una parte della storia. Contano anche la forma delle ossa, l’ampiezza delle articolazioni, i muscoli, i tendini e il controllo esercitato dal sistema nervoso. Un modello cinematico applicato alle mani di 360 primati ha mostrato che le proporzioni delle dita e la mobilità delle articolazioni lavorano insieme: allungare un dito, da solo, non basta a ottenere una presa migliore.

Il medio dà forza, il mignolo non fa tappezzeria

Durante una presa completa, il dito medio occupa una posizione centrale e tende a esercitare molta forza. In uno studio sulla forza delle singole dita, il suo contributo arrivava mediamente a circa il 35%, contro il 25% dell’indice e dell’anulare e il 14% del mignolo. Sono valori legati alla specifica prova utilizzata: la distribuzione cambia con il peso, la forma e le dimensioni di ciò che stiamo afferrando.

Quel 14% potrebbe far sembrare il mignolo il collega che compare soltanto alle riunioni. Immobilizzarlo, tuttavia, crea un problema ben più grande. In una prova statica condotta su 50 persone, escludere il mignolo dalla presa ha ridotto la forza complessiva in media del 33%; bloccando anche l’anulare, la perdita ha raggiunto il 54%. Gli autori segnalano che il test non riproduceva tutti i movimenti quotidiani e che l’ordine delle prove avrebbe potuto favorire l’affaticamento, ma il risultato mostra quanto le dita esterne aiutino a stabilizzare l’intera mano.

L’indice svolge più spesso i compiti di precisione. Riesce a muoversi con una discreta indipendenza e lavora molto bene con il pollice quando dobbiamo scrivere, premere un pulsante o raccogliere qualcosa di piccolo. L’indipendenza rimane comunque relativa: tendini condivisi, collegamenti meccanici e controllo nervoso fanno sì che le altre dita si muovano leggermente anche quando tentiamo di azionarne una sola.

Il pollice cambia completamente la presa

Il pollice è più corto delle altre dita, ha soltanto due falangi e possiede un’articolazione che gli permette di ruotare verso il palmo. Questa opposizione consente di avvicinare il suo polpastrello a quello dell’indice, creando la presa di precisione usata per una moneta, un ago, una cerniera o una matita.

Negli esseri umani il pollice è relativamente lungo rispetto alle altre dita, soprattutto se confrontato con quello delle grandi scimmie moderne. Questa proporzione, insieme alla mobilità articolare, offre un’area più ampia entro cui controllare e spostare oggetti piccoli tra pollice e indice. La lunghezza da sola, ancora una volta, non compie miracoli: nello studio sui primati, alcune specie con pollici proporzionalmente lunghi mostravano capacità di manipolazione inferiori a causa della diversa mobilità delle articolazioni.

Anche la storia evolutiva è meno lineare della consueta sequenza scimmia, pietra, utensile, essere umano soddisfatto. Un’analisi pubblicata su Nature Communications, basata sul confronto tra primati viventi e fossili, suggerisce che alcune proporzioni simili alle nostre potrebbero essere molto antiche. Mani adatte alla presa di precisione potrebbero quindi essere comparse prima della produzione sistematica degli strumenti in pietra, mentre le dita molto allungate di scimpanzé e oranghi sarebbero legate anche alle loro specializzazioni locomotorie.

Le misure delle dita cominciano a formarsi nell’embrione

La disposizione delle dita viene stabilita molto prima che una mano possa afferrare qualsiasi cosa. Durante lo sviluppo embrionale, diversi geni e segnali molecolari indicano alle cellule dove formare il pollice, quante falangi costruire e quanto far crescere le ossa.

Tra i protagonisti ci sono i geni delle famiglie HOXA e HOXD. Modificare la quantità di alcuni prodotti di questi geni può cambiare sia il numero sia la lunghezza delle dita. Negli esseri umani, alterazioni dei geni coinvolti nello sviluppo degli arti sono associate a malformazioni delle mani e dei piedi, segno di un sistema preciso e tutt’altro che affidato al caso.

Anche i segnali ormonali possono influenzare sottilmente le proporzioni, soprattutto il rapporto tra indice e anulare. La ricerca su questo cosiddetto rapporto 2D:4D è però molto meno adatta alle interpretazioni da oroscopo anatomico che circolano online. Guardare le dita non permette di ricostruire con sicurezza la quantità di testosterone ricevuta prima della nascita, né di prevedere carattere, fertilità, capacità sportive o destino sentimentale. Le associazioni osservate sono medie statistiche, spesso piccole e sensibili al metodo utilizzato per misurare le dita.

L’allenamento può rendere la mano più forte, rapida e coordinata: succede a chi suona uno strumento, pratica arrampicata o ripete ogni giorno movimenti molto precisi. Le proporzioni di partenza rimangono però il risultato dello sviluppo e della storia evolutiva della nostra specie. Così il medio raggiunge, l’indice controlla, anulare e mignolo sostengono, mentre il pollice gira intorno al problema e lo afferra. Una squadra diseguale, costruita proprio per riuscire a fare quasi tutto.

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