Octopus Energy prometteva bollette più leggere e “energia pulita a prezzi accessibili”. Il Giurì dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, però, ha fermato entrambe le comunicazioni: quella sul risparmio vantato per quasi tutti i clienti e quella sul beneficio ambientale dell’offerta.
La pronuncia n. 26/2026 è stata emessa il 14 settembre e riguarda una campagna diffusa su stampa, internet e social media. Nel dispositivo il Giurì dichiara contrarie all’articolo 2 del Codice le comunicazioni relative ai “vanti di risparmio del 96% dei clienti” e al “dispacciamento di energia pulita”, ordinandone la cessazione.
Quel 96% deve reggere alla prova dei numeri
Octopus aveva utilizzato due formule molto simili: “il 96% dei nostri clienti spende meno rispetto al precedente fornitore” e “con Octopus puoi risparmiare. Il 96% dei nostri clienti lo conferma”. Per chi legge, il messaggio è piuttosto semplice: passando a Octopus, quasi tutti spenderebbero meno.
Il problema è proprio quel numero. Il dispositivo dello IAP stabilisce che i messaggi sul risparmio del 96% sono contrari all’articolo 2 del Codice, quello che vieta la pubblicità ingannevole, e ne ordina la cessazione.
Il Codice di Autodisciplina aggiunge due regole piuttosto chiare: dati e statistiche dalla validità limitata non possono essere presentati come se valessero senza limiti e chi utilizza un’affermazione in una comunicazione commerciale deve essere in grado di dimostrarne la veridicità.
Questo non significa che nessun cliente Octopus abbia risparmiato. Significa che quel 96% non ha retto come messaggio pubblicitario nella campagna esaminata dal Giurì. E quando si mette una percentuale così precisa in una pubblicità, quella percentuale deve reggere anche quando qualcuno chiede di vedere le prove.
E poi c’è quell’“energia pulita”
Il Giurì ha fermato anche il messaggio “energia pulita a prezzi accessibili”. Nel dispositivo, il “dispacciamento di energia pulita” compare esplicitamente tra le comunicazioni giudicate contrarie all’articolo 2.
Qui il problema riguarda il peso delle parole. “Pulita” attribuisce all’energia un vantaggio ambientale molto ampio; “a prezzi accessibili” ne aggiunge uno economico. In una pubblicità entrambi devono essere formulati in modo sufficientemente preciso da non creare nel consumatore un’impressione più favorevole di quella che può essere dimostrata.
Lo stesso IAP, nelle sue regole sulle dichiarazioni ambientali, stabilisce che un beneficio ambientale deve permettere di capire a quale aspetto del prodotto o dell’attività si riferisce. Più il termine utilizzato è generico, più diventa importante chiarirne il significato. La decisione non stabilisce quindi che Octopus venda energia “sporca” e non mette in discussione in blocco le fonti rinnovabili. Riguarda il modo in cui il vantaggio ambientale è stato raccontato nella campagna pubblicitaria.
“Energia da fonti rinnovabili certificata” indica una caratteristica precisa, verificabile attraverso le Garanzie di Origine. Il GSE prevede infatti che chi vende energia come rinnovabile si approvvigioni di una quantità corrispondente di queste certificazioni. “Energia pulita”, invece, può suggerire un vantaggio ambientale molto più ampio. E quando una parola promette molto, anche ciò che la sostiene deve essere altrettanto solido.
Lo stesso righello deve valere per tutti
Il procedimento è stato promosso da Enel Energia Italia contro Octopus Energy Italia. È scritto nella stessa scheda della pronuncia e fa parte del normale funzionamento del sistema autodisciplinare. La richiesta di rigore è difficile da contestare: una percentuale di risparmio va dimostrata, un vantaggio ambientale va definito e sostenuto. Sarebbe però curioso fermarsi al logo di Octopus, in un settore nel quale il lessico del verde è ormai ovunque.
La stessa Enel commercializza offerte presentate come alimentate con energia certificata proveniente al 100% da fonti rinnovabili, specificando l’utilizzo delle Garanzie di Origine. È una formulazione sostenuta da uno strumento di certificazione previsto proprio per questo tipo di contratti e, da sola, non indica alcuna irregolarità. Mostra però quanto parole come “verde” e “rinnovabile” siano diventate centrali nel modo in cui gli operatori energetici raccontano i propri prodotti.
E sappiamo già che il problema può riguardare anche i grandi gruppi italiani. Nel 2019 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato Eni per 5 milioni di euro per la campagna Eni Diesel+, ritenendo ingannevoli alcuni messaggi sul positivo impatto ambientale del carburante, sulla riduzione delle emissioni e sul risparmio dei consumi. Eni ha successivamente interrotto quella comunicazione e rimosso i messaggi contestati.
Sono procedimenti diversi: il Giurì dello IAP opera nel sistema dell’autodisciplina pubblicitaria, mentre l’Antitrust può irrogare sanzioni amministrative. La regola comune è molto più semplice: quando un vantaggio economico o ambientale entra in una pubblicità, deve essere sostenibile anche fuori dalla pubblicità.
Quindi sì, controlliamo il 96% di Octopus. Controlliamo “energia pulita”. E facciamolo ogni volta che “green”, “verde”, “pulito”, “rinnovabile” o un risparmio particolarmente invitante finiscono su una campagna commerciale, qualunque sia il nome stampato sopra. Il righello c’è. Tanto vale usarlo su tutti.