Ogni italiano ne mangia in media sessanta l’anno. La banana finisce nel carrello quasi per riflesso, con la fama di frutto sano, comodo da sbucciare e adatto anche ai più piccoli. Pochi sanno che quella convenzionale è fra i frutti più trattati al mondo, tanto che nelle piantagioni sudamericane si è guadagnata il soprannome di fruta quimica. E non si tratta di un’esagerazione. Lo conferma un’indagine pubblicata dal Salvagente su 15 campioni di banane, comprati nelle principali catene di supermercati e discount italiani.
In laboratorio è stata analizzata la polpa, alla ricerca di residui di pesticidi. I risultati non stupiranno di certo chi conosce la filiera, e dovrebbero far riflettere chiunque compri spesso le banane, in particolare se destinate ai bambini. In un singolo frutto convenzionale sono comparse fino a cinque tracce di fitofarmaci, fra cui sostanze vietate in Europa, senza dimenticare che alcuni dei marchi più venduti contengono anche interferenti endocrini. Rispetto all’ultima indagine, condotta quattro anni fa, il quadro è rimasto praticamente identico.
Del Monte, il campione più problematico
La maglia nera spetta alla banana Del Monte, il campione peggiore per numero e concentrazione di residui, proveniente dalla Costa Rica. Nella Del Monte le analisi hanno trovato tre fungicidi: l’azoxystrobin (0,160 mg/kg), il thiabendazolo (0,408 mg/kg, la dose più alta fra tutti i prodotti testati, contro una soglia massima di legge di 6 mg/kg) ed il fenpropimorph (0,021 mg/kg). A queste si aggiungono la bifentrina (0,036 mg/kg, un insetticida interferente endocrino che in Europa è vietato su quasi tutte le altre colture) ed un’ulteriore traccia non quantificabile. In tutto sono cinque presenze in un solo frutto.
C’è poi un dettaglio che fa riflettere: tra le banane convenzionali, la Del Monte è la più cara, con un prezzo di 2,88 euro al chilo. Ha però anche il profilo di residui più preoccupante. In questo caso, insomma, pagare di più non garantisce né qualità né sicurezza.
Perché la banana accumula pesticidi
Per capire da dove arrivino tanti residui bisogna partire da lontano. La banana è il quinto alimento coltivato al mondo, e la sua produzione si regge quasi interamente su monocolture intensive in America Latina. Il solo Ecuador copre il 30% delle esportazioni globali, e la filiera è da sempre nelle mani di pochi grandi gruppi multinazionali. I trattamenti cominciano dal terreno e proseguono con le irrorazioni aeree sulla pianta (il vento porta spesso queste sostanze sulle coltivazioni biologiche vicine), poi vengono trattati i frutti stessi. In più, dal quarto mese di crescita fino alla raccolta, i caschi sono avvolti in sacchi di plastica che rilasciano insetticidi e fungicidi.
La raccolta non segna la fine del percorso, perché le banane vengono tagliate e la parte incisa viene trattata con fungicidi. Seguono un lavaggio con soluzioni al cloro e altri trattamenti chimici, che rallentano la maturazione durante il viaggio. I frutti arrivano nei porti europei ancora verdi e acerbi. Lì vengono esposti all’etilene, un ormone vegetale che accelera la maturazione e fa ingiallire la buccia. È un tragitto lungo e carico di chimica, che rende bene l’idea del soprannome fruta quimica di cui abbiamo parlato in apertura.
Cosa ha trovato il test
Sulla carta, tutti i 15 campioni rispettano i limiti di legge. La conformità formale, però, non dice tutto. Alcune delle molecole trovate sono interferenti endocrini, cioè sostanze in grado di agire sull’organismo anche a concentrazioni bassissime. Resta poi aperta la questione del cosiddetto “effetto cocktail”, cioè l’azione combinata di più pesticidi presenti nello stesso frutto.
Fra le sostanze più preoccupanti c’è la bifentrina, un insetticida riconosciuto come interferente endocrino per l’uomo e vietato in Europa su quasi tutte le colture. Sulle banane è ammessa in deroga, con un limite massimo molto basso di 0,1 mg/kg, per ragioni di “tolleranza all’importazione”. In pratica le multinazionali del settore hanno ottenuto dall’Ue una concessione speciale, sostenendo di non avere alternative.
Poi c’è l’epossiconazolo, un fungicida classificato come potenzialmente cancerogeno e vietato nei cibi venduti nell’Unione europea dal 2020. Il laboratorio ne ha trovato tracce in due campioni, sotto i limiti di rilevazione analitica. Anche l’imidacloprid compare in tracce in alcuni dei frutti analizzati. È un insetticida neonicotinoide, messo al bando dall’Ue nel 2018 e tristemente noto per il legame con la moria delle api.
La molecola più diffusa è l’azoxystrobin, rilevata in ben 8 campioni su 15. Si tratta di un fungicida tossico per inalazione, applicato spesso con le irrorazioni aeree. Il thiabendazolo, invece, si usa dopo la raccolta. L’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa) lo classifica come probabile cancerogeno e interferente endocrino.
Le analisi hanno trovato anche altre tre sostanze. La prima è il fenpropimorph. La seconda è il pyriproxyfen, sospettato di essere un interferente endocrino. La terza è il fludioxonil, che l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) considera un sospetto cancerogeno.
Promosse le banane biologiche
I sette campioni biologici del test hanno ottenuto risultati decisamente migliori. In tre di questi, Esselunga Altromercato, Conad bio e Todis bio, non c’è traccia di alcun pesticida. Negli altri quattro sono emerse soltanto tracce infinitesimali, ben al di sotto dei limiti di rilevabilità tecnica. Con ogni probabilità sono dovute alla “deriva”, cioè alle irrorazioni aeree sulle piantagioni convenzionali vicine. La conferma è netta: chi sceglie la banana biologica fa un’ottima scelta.
Come sono stati assegnati i giudizi
Il Salvagente ha valutato ogni campione in base alla presenza dei pesticidi, ma anche alle loro concentrazioni e al profilo di rischio di ciascuna molecola. Il punteggio è stato abbassato da quattro elementi. Il primo sono i pesticidi vietati in Europa su altre colture. Il secondo sono quelli banditi del tutto dall’Ue, anche se rilevati soltanto in tracce. Il terzo sono i principi attivi presenti a concentrazioni dieci volte inferiori al limite di legge, segno che il margine di sicurezza è meno ampio di quanto si creda. L’ultimo è il numero complessivo di molecole diverse trovate nello stesso frutto.
Fonte: Il Salvagente