PFAS nell’acqua potabile: i nuovi limiti sono appena entrati in vigore e già emergono i primi pozzi contaminati (in queste regioni)

Il 13 luglio sono entrati in vigore in Italia i nuovi limiti per i PFAS nell’acqua potabile. Una misura attesa da tempo, dopo il rinvio di sei mesi deciso dal Governo, che introduce controlli più stringenti sulla presenza di queste sostanze nell’acqua destinata al consumo umano.

Ma a poche settimane dall’entrata in vigore delle nuove regole, stanno già emergendo diverse situazioni critiche. A segnalarlo è Greenpeace, che parla di contaminazioni riscontrate in alcuni pozzi privati e invita il Governo ad andare oltre il semplice monitoraggio, arrivando a vietare alla fonte l’uso dei PFAS.

Ma partiamo dall’inizio. Le nuove disposizioni prevedono il monitoraggio di un numero maggiore di sostanze e introducono un limite specifico di 20 nanogrammi per litro (ng/L) per la somma di quattro PFAS considerati prioritari sulla base delle valutazioni dell’EFSA: PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS.

A questo si aggiunge il parametro europeo della “Somma PFAS”, che stabilisce un limite di 100 ng/L per l’insieme dei PFAS monitorati secondo la normativa vigente.

Il nuovo quadro normativo rappresenta quindi un passo avanti nei controlli, ma secondo Greenpeace i primi risultati mostrano quanto il problema della contaminazione sia esteso in alcune aree del Paese.

I primi pozzi oltre i nuovi limiti

Uno dei casi segnalati riguarda Storo, nella provincia autonoma di Trento, dove in un pozzo sono stati rilevati livelli di PFOS fino a circa 30 nanogrammi per litro, quindi superiori al nuovo limite di 20 ng/L.

Il pozzo è stato scollegato dalla rete, ma non definitivamente chiuso, in quanto potrebbe essere utilizzato in caso di emergenza idrica. Nel frattempo, secondo quanto riportato da Greenpeace, si starebbe valutando anche la possibilità di effettuare un biomonitoraggio sulla popolazione, per verificare l’eventuale presenza di PFAS nell’organismo.

Un altro fronte particolarmente delicato riguarda il Friuli-Venezia Giulia. Nei pozzi artesiani di alcuni comuni della provincia di Pordenone, tra cui Porcia, Fontanafredda, Roveredo e Aviano, sarebbero state rilevate concentrazioni di PFAS che, secondo Greenpeace, arrivano a superare anche di 20 volte i nuovi limiti di legge.

Le possibili origini della contaminazione sono ancora oggetto di accertamenti. Tra le ipotesi indicate dall’ARPA locale ci sono l’utilizzo di schiume antincendio in ambito aeronautico e i percolati provenienti dalle discariche, liquidi che possono formarsi durante la decomposizione dei rifiuti o in seguito all’infiltrazione dell’acqua piovana.

Si tratta di un caso che mostra quanto possa essere complesso individuare l’origine dell’inquinamento da PFAS, sostanze estremamente persistenti che possono rimanere nell’ambiente per lunghi periodi.

Anche in Veneto sono emerse nuove criticità. I controlli effettuati da Viacqua su 17 pozzi privati tra Sandrigo e Bressanvido, in provincia di Vicenza, avrebbero rilevato valori di PFAS superiori ai nuovi limiti in 9 casi. Secondo i dati riportati da Greenpeace, le concentrazioni sarebbero in media circa tre volte superiori alla soglia prevista dalla nuova normativa.

Gli accertamenti sono ancora in corso e non è quindi possibile stabilire con certezza quanto sia estesa la contaminazione. Un aspetto importante, sottolineato dallo stesso gestore, è però che l’acqua distribuita dalla rete acquedottistica pubblica rispetta i parametri di legge.

Situazioni oltre i nuovi limiti sarebbero state individuate anche in Lombardia, in particolare nei comuni di Credaro, Brembate di Sopra, Castelli Calepio e Cologno al Serio. In queste aree si starebbero valutando anche eventuali misure straordinarie per garantire l’approvvigionamento di acqua potabile alla popolazione, compreso il possibile ricorso alle autobotti.

Sono comunque necessari ulteriori accertamenti per definire con precisione l’entità del fenomeno e le eventuali misure da adottare.

Il problema non riguarda solo l’acqua

La presenza di PFAS non interessa soltanto le risorse idriche. Sempre in Veneto, secondo uno studio condotto dalla Regione insieme a Istituto Superiore di Sanità, Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, ARPAV e aziende sanitarie, la contaminazione avrebbe interessato anche alcuni allevamenti.

Su 156 strutture analizzate, 8, pari a circa il 5%, avrebbero mostrato una contaminazione da PFAS. Nelle aree dove i livelli di PFOS e PFOA sono risultati più elevati, è stata disposta anche la sospensione della vendita di alcuni prodotti di origine animale.

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Cosa chiede Greenpeace

Per Greenpeace, i nuovi controlli stanno facendo emergere un problema che non è certo nato con l’entrata in vigore dei nuovi limiti. L’associazione ricorda infatti di aver già condotto una campagna di monitoraggio nazionale, raccogliendo e analizzando campioni di acqua potabile in tutte le regioni italiane: secondo i suoi dati, 206 campioni su 260 sarebbero risultati contaminati da PFAS.

Si chiede quindi di rafforzare i controlli e di applicare in modo efficace i Piani di sicurezza dell’acqua, così da individuare più rapidamente eventuali fonti di contaminazione.

Ma la soluzione più efficace resta quella di intervenire alla fonte, limitando progressivamente fino a vietare la produzione e l’uso dei PFAS e favorendo la sostituzione con alternative più sicure.

Perché stabilire nuovi limiti è fondamentale, ma la vera sfida resta impedire che queste sostanze continuino a essere immesse nell’ambiente e a raggiungere le nostre risorse idriche.

Fonte: Greenpeace

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