PFAS nelle uova, quasi il 60% dei campioni testati in Francia è contaminato (e uno supera di 24 volte i limiti)

Ormai lo sappiamo: i PFAS, sostanze chimiche persistenti nell’ambiente, possono arrivare anche sulle nostre tavole attraverso gli alimenti. A indagare ora sulla loro presenza nelle uova è stata un’inchiesta condotta in Francia dalla rete radiofonica ICI e dall’Unità investigativa di Radio France, che ha fatto analizzare 91 uova di gallina raccolte in diverse zone del Paese.

Le analisi sono state affidate a Labocéa, laboratorio pubblico francese autorizzato dal Ministero dell’Agricoltura a quantificare i PFAS negli alimenti, che tra febbraio e giugno 2026 ha ricevuto le uova raccolte dalle redazioni locali della rete ICI e dall’Unità investigativa di Radio France in diverse zone della Francia.

Tutti i campioni provenivano da galline allevate all’aperto, ma avevano origini diverse: una parte era stata raccolta direttamente presso privati che allevano galline nei propri pollai, mentre le altre uova erano state acquistate nei negozi, così da mettere a confronto la produzione domestica e quella destinata alla vendita.

I risultati mostrano differenze significative a seconda della provenienza dei campioni. Più nel dettaglio, 52 campioni su 91, pari a circa il 57%, sono risultati positivi ai PFAS. In 23 casi, circa uno su quattro del totale, le concentrazioni hanno superato i valori di riferimento utilizzati nell’indagine. La contaminazione è risultata più frequente nelle uova provenienti dai pollai domestici, ma sono stati riscontrati PFAS anche in alcuni campioni acquistati in negozio.

La differenza tra pollai domestici e allevamenti professionali

Il dato più significativo riguarda proprio la provenienza delle uova. Secondo i risultati pubblicati da Radio France, la maggior parte dei campioni contaminati proveniva da pollai privati, mentre soltanto 4 delle uova positive erano riconducibili ad allevamenti professionali. Tra queste ultime, una superava le soglie regolamentari.

Il risultato non significa che tutte le uova provenienti da piccoli allevamenti siano contaminate, né che quelle acquistate al supermercato siano sempre prive di PFAS. L’indagine fotografa la situazione dei 91 campioni analizzati e non rappresenta un controllo completo della produzione francese. Mostra però una differenza importante: le uova provenienti dal circuito professionale, sottoposto a controlli, rispettavano nella grande maggioranza dei casi gli standard previsti.

Perché le uova dei pollai domestici possono essere più esposte? Una possibile spiegazione è legata alle abitudini delle galline. Quando razzolano liberamente, entrano in contatto con il terreno e possono ingerire insetti e lombrichi contaminati. Anche l’acqua utilizzata per abbeverarle può rappresentare una via di esposizione, soprattutto nelle zone interessate da inquinamento industriale o da altre fonti di PFAS.

Tra i campioni analizzati, alcuni hanno fatto registrare concentrazioni particolarmente elevate. Il caso più critico riguarda un pollaio familiare ad Haraucourt, nelle Ardenne, dove la somma dei PFAS rilevati ha raggiunto 40,1 microgrammi per chilogrammo, a fronte di una soglia di riferimento di 1,7 microgrammi per chilogrammo. Il valore complessivo era quindi quasi 24 volte superiore alla soglia indicata nell’indagine.

In questa zona, la contaminazione del suolo e dell’acqua era già stata documentata. Tra le possibili cause figura lo spargimento sui terreni agricoli di fanghi provenienti da un impianto di trattamento delle acque reflue collegato a una cartiera. Le sostanze presenti nei fanghi possono raggiungere il terreno e trasferirsi agli organismi di cui si nutrono le galline, entrando così nella catena alimentare.

Un altro risultato particolarmente elevato è stato registrato a Pierre-Bénite, nel dipartimento del Rodano, nel cuore della cosiddetta Valle della Chimica, un’area industriale a sud di Lione. Qui, nel campione raccolto presso un privato, la somma dei quattro PFAS ricercati ha raggiunto 16,3 microgrammi per chilogrammo, contro una soglia di riferimento di 1,7. Nell’area sono presenti impianti dell’industria chimica associati alle emissioni di queste sostanze e le autorità sanitarie avevano già richiamato l’attenzione sulla contaminazione delle uova prodotte localmente.

L’indagine ha individuato superamenti anche in altre località francesi, confermando che il problema non riguarda soltanto le aree industriali più note. In alcuni casi, infatti, ricostruire l’origine precisa della contaminazione è difficile e possono entrare in gioco diverse fonti ambientali.

Le uova sono sicure?

La presenza di PFAS nelle uova era già emersa in precedenti indagini europee. Nel 2023, uno studio danese aveva rilevato queste sostanze nelle uova biologiche, individuando nei mangimi una possibile via di contaminazione. Nel 2024, invece, le autorità sanitarie dell’Alta Francia avevano raccomandato di non consumare le uova provenienti da alcuni pollai domestici contaminati. L’anno successivo, anche nei Paesi Bassi era scattato un allarme per le uova prodotte in casa, con indicazioni di limitarne il consumo a causa della presenza diffusa di PFAS.

Questi risultati, tuttavia, non significano che tutte le uova siano contaminate o che sia necessario rinunciare a consumarle. La presenza di PFAS varia in base alla provenienza e alle condizioni ambientali in cui vivono le galline. Le analisi francesi evidenziano un problema da non sottovalutare, ma non dimostrano che tutte le uova in commercio presentino lo stesso rischio. In caso di contaminazioni accertate nella propria zona, è importante seguire le indicazioni delle autorità sanitarie locali.

Fonte: Radio France

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