Non solo acqua, i PFAS possono contaminare anche l’aria: inquinanti eterni trovati nella polvere in Veneto e Lombardia

Quando si parla di PFAS, l’attenzione si concentra spesso sull’acqua, perché è proprio attraverso la contaminazione delle falde e delle acque potabili che queste sostanze hanno fatto emergere alcune delle situazioni ambientali più gravi degli ultimi anni. Ma il loro destino nell’ambiente potrebbe essere più complesso e riguardare anche altre matrici.

A riportare l’attenzione su questo aspetto sono ora nuove analisi indipendenti commissionate dalla Rete Zero PFAS Italia, che hanno rilevato la presenza di diversi PFAS nella polvere raccolta in aree esterne a Legnago, in provincia di Verona, e a Nuvolera, nel Bresciano.

Il caso di Legnago è particolarmente interessante perché nel territorio comunale opera un impianto della Chemviron dedicato al trattamento dei carboni attivi utilizzati per rimuovere i PFAS. Questi materiali, dopo essere stati impiegati nei processi di depurazione, devono infatti essere a loro volta trattati per gestire le sostanze che hanno accumulato. È proprio attorno a questa attività che la Rete Zero PFAS Italia ha voluto concentrare una parte delle proprie verifiche, cercando di capire se la presenza di PFAS nell’area potesse essere rilevata anche nella polvere che si deposita all’esterno.

Per questo sono stati raccolti campioni in diversi punti e inviati a laboratori accreditati per le analisi chimiche.

Cosa è stato trovato nelle polveri

A Legnago le analisi hanno rilevato diverse sostanze perfluoroalchiliche, tra cui PFBA, PFHxA, PFHpA, PFOA e 6:2FTS, oltre ad altri composti fluorurati.

Tra queste c’è quindi anche il PFOA, classificato dallo IARC come cancerogeno per l’uomo. Più in generale, l’esposizione ad alcuni PFAS è stata associata dalla letteratura scientifica a diversi possibili effetti sulla salute, tra cui alterazioni del sistema immunitario e problemi nello sviluppo, anche se non tutte le sostanze di questa vasta famiglia hanno lo stesso profilo di rischio.

Nei campioni esaminati, i valori di PFOA riportati dalla Rete Zero PFAS Italia vanno da 11 a 54,1 microgrammi per chilogrammo di sostanza secca (μg/kg).

A Nuvolera sono state invece rilevate concentrazioni elevate di alcuni altri composti fluorurati nelle polveri raccolte sui balconi. In particolare, le analisi riportano 28,4 μg/kg di 6:2FTOH, 148,8 μg/kg di PFBA e 1069,6 μg/kg di 8:2FTOH, composti che la Rete indica tra quelli che meritano ulteriori approfondimenti.

Per comprendere la portata di queste sostanze e la cautela che richiedono, va ricordato che l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha stabilito una dose tollerabile settimanale estremamente severa per la somma dei quattro PFAS principali: appena 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo. Tradotto in cifre concrete, il limite massimo di assunzione raccomandato a settimana è di soli 264 ng per un adulto di 60 kg e di appena 88 ng per un bambino di 20 kg.

Sono parametri che testimoniano quanto queste molecole possano agire a dosi infinitesimali, ma che si riferiscono all’assunzione tramite acqua e cibo e non possono essere interpretati automaticamente come una misura del rischio per la polvere ambientale. Per quest’ultima, infatti, non esiste un valore limite ufficiale che consenta di stabilire se una determinata concentrazione sia sicura o pericolosa per la popolazione.

Come scrive la Rete Zero PFAS infatti:

Ad oggi non esistono limiti per il rilascio in aria di PFAS perché nessun ente pubblico europeo li ha elaborati. Questo non vuol dire che i PFAS in aria non siano pericolosi.

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@Rete Zero PFAS

Da dove provengono?

Questo è il vero nodo della vicenda. Se i PFAS vengono ritrovati nella polvere che si deposita all’esterno, occorre capire quale sia la loro origine e attraverso quale percorso siano finiti nell’ambiente. Il dito è ovviamente puntato verso le attività industriali presenti nelle aree interessate, ma i dati disponibili non permettono al momento di stabilire un collegamento diretto.

A Legnago, in particolare, l’attenzione della Rete Zero PFAS Italia è rivolta anche alle possibili emissioni atmosferiche dell’impianto che tratta i carboni attivi utilizzati per rimuovere i PFAS. Secondo la Rete, in passato sarebbero stati richiesti controlli specifici sulle emissioni e un monitoraggio più approfondito dell’area.

È importante però distinguere tra un’ipotesi da verificare e una responsabilità già accertata. Le analisi commissionate dalla Rete sono infatti indipendenti e, come sottolinea la stessa organizzazione, non sostituiscono i controlli effettuati dagli enti pubblici. Proprio per questo viene chiesto alle autorità di effettuare ulteriori campionamenti e analisi in contraddittorio, utilizzando metodologie condivise, per capire se la presenza di PFAS nelle polveri sia confermata e, soprattutto, quale ne sia l’origine.

PFAS nell’aria

La presenza di PFAS nella polvere pone un dubbio cruciale: queste sostanze sono presenti anche nell’aria? Le analisi della Rete Zero PFAS Italia non possono da sole rispondere a questa domanda, ma rappresentano un primo elemento da approfondire. Anche perché, come sottolinea la Rete, non esistono attualmente specifici limiti europei per il rilascio di PFAS in aria.

Per questo l’associazione chiede controlli e monitoraggi ambientali più ampi, che permettano di verificare la presenza di PFAS nell’aria e nella polvere e soprattutto di capire da dove arrivino. A Legnago, in particolare, questo significa approfondire anche il possibile ruolo delle attività industriali presenti nella zona e verificare con campionamenti ufficiali quanto emerso dalle analisi indipendenti.

Fonte: Zero Pfas Italia

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