I boschi italiani si allargano e diventano più densi. Intorno, però, il territorio continua a dividersi in porzioni sempre più isolate. Nel 2025 le aree forestali coprono il 31,9% dell’Italia; un anno prima, il 42,4% del territorio naturale e agricolo presentava un grado di frammentazione elevato o molto elevato. Due numeri contenuti nello stesso Rapporto SDGs 2026 dell’Istat. Insieme raccontano un Paese più verde sulla carta, attraversato da fratture che limitano la capacità degli ecosistemi di funzionare.
La crescita delle foreste italiane è consistente. Dal 2015 la loro quota è aumentata di 1,7 punti percentuali, quasi il doppio rispetto ai 0,9 punti registrati mediamente nell’Unione europea. È salita anche la biomassa presente sopra il suolo — fusti, rami, corteccia, foglie e semi — arrivata a 107,7 tonnellate per ettaro, il 12,7% in più rispetto a dieci anni prima. I boschi, dunque, occupano più spazio e contengono più materia vegetale.
La superficie complessiva resta comunque inferiore sia alla media dell’Unione europea, pari al 40,6%, sia a quella dei Paesi europei meridionali, ferma al 35,4%. Soprattutto, contare gli ettari dice quanto bosco esiste, non come quel bosco è distribuito, protetto o collegato agli altri ambienti naturali. Un’isola verde circondata da suolo consumato rimane pur sempre un’isola.
Quando il territorio naturale viene tagliato a pezzi
La frammentazione indica la perdita di continuità degli ambienti naturali e agricoli, suddivisi dal consumo di suolo in aree più piccole e separate. Secondo l’Istat, nel 2024 questa condizione raggiungeva livelli elevati o molto elevati sul 42,4% del territorio nazionale, compromettendo in misura significativa la capacità degli ecosistemi di offrire servizi essenziali e sostenere la biodiversità.
Il fenomeno riguarda circa il 60% del territorio di Puglia, Marche e Veneto. Si avvicina al 55% in Emilia-Romagna, Lombardia e Campania. Nelle altre regioni la quota si colloca generalmente tra il 25 e il 50%, mentre Valle d’Aosta e Province autonome di Trento e Bolzano rimangono sotto il 5%. Una geografia molto netta: le aree meno frammentate coincidono soprattutto con territori alpini, dove la pressione del consumo di suolo è più contenuta.
Dal 2015 l’indice nazionale è cresciuto di altri 0,4 punti percentuali. Nel Nord è rimasto sostanzialmente stabile; nel Mezzogiorno è aumentato di oltre un punto in tutte le regioni, Sardegna esclusa. Il Lazio segna un incremento di 1,5 punti. Mentre gli alberi avanzavano, dunque, avanzavano anche le interruzioni tra gli ambienti naturali. Una convivenza meno rassicurante del semplice conteggio delle chiome.
Più boschi non significa più natura protetta
Un’altra distanza riguarda le aree protette. Nel 2024 coprivano il 21,7% del territorio italiano, appena 0,1 punti percentuali in più rispetto al 2012. Il Paese è sostanzialmente fermo dal 2010 e rimane lontano dall’obiettivo del 30% entro il 2030 fissato dalle strategie europea e nazionale per la biodiversità. La media dell’Unione europea aveva già raggiunto il 26,4% nel 2023.
La protezione, inoltre, non coincide sempre con le aree più importanti. Delle 172 zone italiane considerate decisive per la biodiversità, soltanto 71 ricadono per oltre il 90% dentro un’area protetta. Per altre 28 la copertura non supera la metà della superficie. Il recinto amministrativo e il valore ecologico, evidentemente, non si sovrappongono con la precisione di una carta trasparente.
Anche la certificazione della gestione forestale procede a due velocità. Nel 2024 le superfici certificate hanno superato 1,1 milioni di ettari, aumentando del 9% in un anno e del 32,1% rispetto al 2014. Rappresentano però soltanto l’11,1% delle aree forestali italiane, contro una media europea del 55,8%. La foresta cresce molto più rapidamente della garanzia che venga gestita secondo criteri verificati di sostenibilità.
I boschi più vicini alle città sono anche i più esposti
La pressione diventa particolarmente evidente nei territori urbanizzati. Nel 2024 il 12,4% della superficie forestale italiana ricadeva in 1.688 comuni classificati come grandi città, città medie o cinture urbane. In questi contesti, il 60,3% degli ecosistemi forestali appartiene alle categorie di rischio più alte: vulnerabile, in pericolo o in pericolo critico.
Gli ecosistemi forestali in pericolo o in pericolo critico si concentrano soprattutto nella Pianura Padana, lungo la fascia adriatica di Marche e Abruzzo, in Sardegna e in alcune aree della Sicilia. Proprio vicino alle città, dove gli alberi aiutano a mitigare il caldo e migliorare la qualità dell’aria, i boschi subiscono pressioni più forti e richiedono interventi di ripristino più mirati.
Il 31,9% resta una buona notizia. Diventa insufficiente quando viene letto da solo, come se ogni ettaro di foresta avesse lo stesso valore e godesse delle stesse condizioni. Nel bilancio dell’Istat aumentano gli alberi, la biomassa e le superfici certificate. Cresce però anche la frammentazione, mentre le aree protette restano quasi immobili. Il verde avanza; la continuità necessaria alla natura, molto meno.
Fonte: Istat