Mentre l’estate ci lascia in eredità oceani roventi, i modelli stagionali iniziano a raccontare, per l’Europa, l’avvento di un inverno instabile, segnato da uno degli eventi El Niño più intensi mai registrati. Le previsioni arrivano dai due principali centri di calcolo meteorologico continentali: l’ECMWF, il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, con sede a Reading, e l’UKMO, il Met Office britannico, punto di riferimento per le proiezioni stagionali nel Regno Unito. Secondo l’analisi diffusa da Climate Impact Company l’11 settembre, il picco del fenomeno è atteso tra dicembre e febbraio, con anomalie della temperatura superficiale del Pacifico equatoriale che in alcune aree hanno già superato i 6°C sopra la norma.
Cosa significa “Super” El Niño
El Niño è il riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico equatoriale, un fenomeno naturale che si ripete ogni 2-7 anni e che influenza il clima di mezzo mondo. Diventa “Super” quando questa anomalia di temperatura supera stabilmente i 2°C sopra la media per diversi mesi consecutivi: una soglia raggiunta solo in tre occasioni dal 1950 a oggi. Secondo il meteorologo Andrej Flis, l’evento in corso ha già superato questa soglia, e le proiezioni ECMWF indicano che la temperatura dell’oceano potrebbe salire fino a 3°C sopra la norma nel cuore dell’inverno. Più alta è questa anomalia, più energia e calore vengono immessi nell’atmosfera dal Pacifico: un surplus che altera la pressione a scala globale e, di conseguenza, la posizione delle correnti a getto che guidano il tempo atmosferico sull’Europa e sul Nord America.
Meno neve in pianura, di più in quota
Per il continente, i due centri convergono su un quadro tutt’altro che scontato: nella maggior parte dell’Europa le nevicate risulteranno inferiori alla media stagionale, complice un flusso occidentale atlantico più mite che porterà piogge abbondanti ma temperature elevate. Il deficit riguarderà soprattutto le regioni centrali, occidentali e meridionali, mentre faranno eccezione le quote alpine superiori ai 1800-2000 metri e le zone del nord e nord-est, dove la neve potrebbe invece risultare sopra la norma, specie in Russia occidentale.
Il rischio di un’irruzione artica improvvisa
Il quadro però non è statico né uniforme lungo tutta la stagione. Le simulazioni più recenti segnalano la formazione di blocchi anticiclonici tra Islanda e Groenlandia, una configurazione che storicamente favorisce discese di aria artica e siberiana verso le medie latitudini. È lo stesso meccanismo che può indebolire il vortice polare fino a comprometterne la tenuta: quando ciò accade, l’aria gelida normalmente intrappolata sopra il Polo Nord si riversa verso sud, con possibili ondate di freddo capaci di interessare anche il bacino del Mediterraneo e l’Italia, nonostante il deficit di neve previsto in media stagione.
L’incognita energetica
Il nodo più delicato riguarda le infrastrutture. Dopo anni di inverni miti che hanno in parte mascherato le fragilità delle forniture di gas verso il continente, un’ondata di freddo prolungata farebbe impennare la domanda di riscaldamento in un momento in cui le scorte europee restano condizionate dalle tensioni sulle rotte di approvvigionamento internazionale. In questo scenario, non si può escludere il rischio di blackout localizzati, qualora la domanda di elettricità superasse la capacità delle reti nei picchi di consumo invernale. Resta un margine di incertezza fisiologico per previsioni a più mesi di distanza. Ma la convergenza tra i modelli europei e britannici, uniti ai dati oceanici già osservati, rende difficile archiviare questo inverno come una stagione uguale alle altre.

