A Nairobi sessanta rappresentanti indigeni arrivati da sedici paesi hanno firmato un documento che ribalta il racconto dominante sulla tutela della natura. La Dichiarazione di Nairobi, presentata il 25 settembre al termine dell’incontro Our Land Our Nature (OLON), organizzato da Survival International e Conservation Solutions Afrika, non chiede più margini di dialogo con le grandi organizzazioni ambientaliste: chiede che se ne vadano, e insieme propone un modello alternativo di gestione dei territori.
Il testo apre rivendicando un rapporto con il territorio opposto a quello della gestione a parco: “Noi, Popoli Indigeni del mondo, siamo i custodi e intratteniamo un legame consuetudinario e profondo con le nostre terre, le nostre acque e i nostri territori. I nostri ecosistemi non ci appartengono: siamo noi ad appartenere a loro”. Da qui l’accusa centrale: la conservazione della natura “usurpa e ruba i nostri territori con il pretesto di salvare Madre Terra”, trasformando le terre indigene in “parchi nazionali, riserve della tigre, santuari della fauna selvatica, aree protette, aree di conservazione e riserve di caccia sportiva senza il nostro consenso“.
Un’industria da miliardi di ettari
I numeri diffusi da Survival International danno la misura del fenomeno: almeno 1,1 miliardi di ettari di terre indigene sarebbero stati sottratti nel nome della tutela ambientale, e tre milioni di persone in Africa, Asia e nelle Americhe pagherebbero oggi quella scelta “con le loro terre e con la loro vita”. La dichiarazione descrive un meccanismo economico preciso: le terre sottratte vengono “vendute attraverso i mercati del carbonio, i crediti di biodiversità e altri sistemi di compensazione che servono a dare una parvenza di sostenibilità ambientale (greenwashing) alle pratiche distruttive delle multinazionali”. Nonostante la designazione formale di “aree protette”, il documento sostiene che quelle stesse zone vengono destinate “all’estrazione mineraria a cielo aperto, all’estrazione verde di minerali critici per la transizione energetica e alle piantagioni commerciali di gomma, pino, tè, caffè, soia e teak”, oltre che al turismo dei safari.
Alla base di questo sistema, secondo i firmatari, c’è “una coalizione composta da governi, multinazionali e ONG internazionali che si occupano di conservazione dell’ambiente”, finanziata da “banche multilaterali di sviluppo, istituzioni finanziarie multilaterali, la Banca Mondiale, le industrie dei combustibili fossili e altre industrie inquinanti”. La conclusione del passaggio dà il tono a tutto il documento: “Questa non è conservazione della natura. Non è altro che un cartello”.
Il testo denuncia anche una dimensione repressiva che va oltre l’esproprio: comunità sottoposte a “intimidazioni, percosse, incarcerazioni, torture, ferimenti da arma da fuoco e omicidi”, case bruciate e sfratti forzati. Tra i casi citati dalle note stampa di Survival International c’è quello di Mising Pranab Doley, attivista indiano arrestato a luglio e incarcerato dopo aver guidato una protesta contro un progetto alberghiero di lusso con ricadute sulle comunità indigene vicine al Parco Nazionale di Kaziranga.
Dodici sigle nel mirino
La dichiarazione fa nomi precisi. Dodici organizzazioni, tra cui WWF, Wildlife Conservation Society, African Parks, Unesco, Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, Frankfurt Zoological Society, Conservation International e The Nature Conservancy, vengono intimate a lasciare i territori indigeni: “andatevene dalle nostre terre e rispettate i nostri diritti, diversamente vi cacceremo via applicando il nostro sistema giudiziario”. Alle stesse organizzazioni viene chiesto di “rendere pubblici tutti gli accordi relativi a carbonio e biodiversità” stipulati su territori indigeni, mentre ai giornalisti che si occupano di conservazione i firmatari chiedono di “fare i nomi dei responsabili e seguire la pista del denaro”, smascherando “i finanziatori dei nostri sfratti e delle violenze che subiamo”.
Alle istituzioni pubbliche il documento chiede la restituzione delle terre ancestrali “incluse quelle che ci sono state sottratte per creare parchi e riserve naturali”, il riconoscimento legale delle comunità, l’annullamento dei progetti imposti sui territori indigeni, il rilascio delle persone arrestate per averli difesi e il rispetto delle sentenze dei tribunali nazionali e regionali. Ai soggetti che finanziano la conservazione chiede semplicemente di “smettere di finanziare la conservazione di stampo coloniale”.
L’alternativa: autogoverno e consenso
La Dichiarazione non si limita a elencare responsabilità: propone un modello di gestione diverso, radicato in ciò che definisce “sistemi tradizionali” indigeni. Il passaggio chiave recita: “La vera conservazione della natura è parte integrante dei nostri sistemi tradizionali”, pratiche fondate sulla pastorizia, la pesca e la raccolta che le comunità sostengono di applicare da generazioni secondo “leggi naturali” proprie, senza bisogno di enti esterni che ne certifichino la sostenibilità.
Il primo pilastro di questo modello è l’autogoverno: il testo chiede “autodeterminazione e autogoverno” sui territori ancestrali, insieme al principio per cui “la conservazione della natura deve essere guidata dai popoli indigeni, perché noi ne sappiamo di più”. Il secondo pilastro è procedurale ed è il Consenso libero, previo e informato (FPIC), lo standard già previsto dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni: nel testo diventa un requisito vincolante “per qualsiasi iniziativa” avviata sui territori, non una semplice consultazione formale. I firmatari chiedono che questi diritti “siano esercitati concretamente e non solo su carta”.
Il terzo elemento è il rifiuto esplicito degli strumenti finanziari con cui oggi si tenta di conciliare protezione ambientale e mercato: il documento si oppone “al commercio dei crediti di carbonio e ai meccanismi di compensazione, ai REDD+, ai crediti e compensazioni di biodiversità, e alla geoingegneria“, proponendo al loro posto un rapporto con la terra definito non negoziabile, in cui animali come “il giaguaro, il leone, l’elefante, la balena e il bufalo” non possono diventare “serbatoi di carbonio” o “crediti di biodiversità”.
Infine, la neonata Indigenous Land Alliance è essa stessa parte della proposta: una rete permanente che unisce popoli come gli Uchupiamona della Bolivia, i Plong Karen della Thailandia, i Baka di Camerun e Congo, gli Ogiek e i Masai del Kenya, oltre a delegazioni di Argentina, Botswana, Cambogia, Colombia, Ecuador, India, Nepal, Perù, Tanzania, Uganda e Stati Uniti, pensata per coordinare le rivendicazioni territoriali su scala globale invece che paese per paese. Tra i portavoce comparsi alla conferenza stampa di lancio figurano Ruth Alipaz Cuqui, del popolo Uchupiamona boliviano, e Krieangkrai Cheechuang, del popolo Plong Karen thailandese. Il principio di fondo dell’alleanza è riassunto così: “La nostra solidarietà è la nostra forza. Se uno di noi è minacciato, siamo tutti minacciati”. La chiusura della Dichiarazione sintetizza l’intero programma in cinque righe: “La nostra terra. I nostri diritti. La nostra conoscenza. Il nostro futuro. Niente su di noi senza di noi”.