Questa scienziata brasiliana ha speso 40 anni per sviluppare batteri in grado di sostituire i fertilizzanti sintetici (per regolare il nitrogeno)

Per decenni ci hanno ripetuto che senza fertilizzanti chimici l’agricoltura moderna non potrebbe sopravvivere. E se non fosse così? Se la soluzione fosse sotto i nostri piedi, invisibile, silenziosa, naturale?

La storia di Mariangela Hungria parte proprio da qui: dalla convinzione che la terra sappia fare molto più di quanto immaginiamo. Microbiologa brasiliana, da oltre quarant’anni studia la fissazione biologica dell’azoto, un processo naturale che permette alle piante di nutrirsi senza dipendere dai fertilizzanti sintetici. Un lavoro che oggi le è valso il World Food Prize, considerato il “Nobel dell’agricoltura”.

E no, non è una scoperta da laboratorio chiusa in un cassetto. È una rivoluzione già in atto.

Come funziona la fissazione biologica dell’azoto

L’azoto è fondamentale per la crescita delle piante. Il problema è che quello presente nell’aria – pur essendo abbondantissimo – non è direttamente utilizzabile dalle colture. Per questo, da decenni, l’agricoltura industriale utilizza fertilizzanti azotati di sintesi, prodotti con enormi quantità di energia e combustibili fossili.

Qui entra in gioco la fissazione biologica dell’azoto. Alcuni batteri del suolo, come i Bradyrhizobium e gli Azospirillum, sono capaci di instaurare una simbiosi con le radici delle piante. In pratica, trasformano l’azoto atmosferico in una forma assimilabile. Le radici ospitano questi microrganismi in piccoli noduli e in cambio ricevono nutrimento. È una collaborazione perfetta, messa a punto dalla natura molto prima dell’industria chimica.

Mariangela Hungria, che lavora dal 1982 presso Embrapa Soja, ha sviluppato e perfezionato inoculanti microbici capaci di rendere questo processo affidabile su larga scala. Risultato? Meno fertilizzanti chimici, meno emissioni e meno costi per gli agricoltori.

E c’è un altro aspetto cruciale: i fertilizzanti azotati rilasciano protossido di azoto, un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica. Ridurne l’uso significa agire direttamente sulla crisi climatica. Non stiamo parlando di teoria. In Brasile, queste tecnologie vengono applicate su oltre 40 milioni di ettari, soprattutto nella coltivazione della soia. Un cambiamento enorme.

Negli anni Ottanta il Brasile produceva circa 15 milioni di tonnellate di soia. Oggi supera i 170 milioni. Un salto impressionante. E no, non è stato ottenuto solo aumentando fertilizzanti e pesticidi. La diffusione della fissazione biologica dell’azoto ha giocato un ruolo centrale, permettendo di incrementare le rese senza moltiplicare l’impatto ambientale.

Questo significa meno dipendenza da input energivori, meno emissioni legate alla produzione industriale e un risparmio economico che, complessivamente, vale miliardi di dollari per il settore agricolo brasiliano. È la dimostrazione concreta che sostenibilità e produttività non sono nemiche. Possono camminare insieme, se si investe nella ricerca pubblica e nella scienza del suolo.

Il World Food Prize e il messaggio al mondo

Nel 2025 Mariangela Hungria ha ricevuto il World Food Prize, diventando la prima donna brasiliana a ottenere questo riconoscimento. Un premio che celebra non solo una carriera scientifica, ma una visione: costruire sistemi agricoli più resilienti, meno dipendenti dai combustibili fossili e più in armonia con i cicli naturali.

Il suo lavoro manda un messaggio chiaro anche all’Europa e all’Italia. In un momento in cui si discute di transizione ecologica, agricoltura rigenerativa e riduzione dei fertilizzanti chimici, la fissazione biologica dell’azoto non è un’utopia. È una tecnologia già applicata su milioni di ettari. Forse dovremmo tornare a guardare il suolo non come un semplice supporto per le colture, ma come un ecosistema vivo. Dentro quel terreno c’è una rete invisibile che lavora per noi. Sta a noi scegliere se ignorarla o valorizzarla.

Fonte: Worldfoodprize

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