Sul banco c’è una mano meccanica. L’insegnante parla, le dita si muovono e la lezione diventa lingua dei segni. A Nairobi la startup ZeroBionic sta portando questa tecnologia nelle scuole per aiutare gli studenti sordi a seguire matematica, biologia e altre materie scientifiche. Ma il passaggio più interessante arriva qualche metro più in là: sono gli insegnanti sordi a indossare una tuta e insegnare nuovi segni al robot.
Perché una mano robotica può essere costruita. Il vocabolario che deve usare, molto meno.
ZeroBionic è stata fondata da un gruppo di giovani ingegneri kenioti, tra cui la ventiduenne Norah Kimathi, laureata nel 2026 alla Strathmore University di Nairobi. Il progetto aveva già vinto nel 2024 l’Ideas Festival dell’università: allora era ancora una protesi robotica sperimentale pensata per rendere più accessibili le materie STEM agli studenti sordi. Oggi quelle mani vengono costruite nel piccolo laboratorio della startup con stampa 3D e materiali riciclati.
Per insegnare al robot servivano prima i segni
Alla Kasarani Treeside Secondary School for the Deaf di Nairobi gli insegnanti sordi stanno sperimentando le braccia robotiche indossando una tuta che registra i loro movimenti. Un segno dopo l’altro, il sistema li acquisisce e li conserva. Il lavoro serve soprattutto per costruire un vocabolario tecnico per matematica, scienze e biologia, dove le lacune nei dataset utilizzabili dalle macchine diventano molto concrete.
Il problema, infatti, non è l’assenza di una lingua dei segni keniota. La Kenyan Sign Language esiste ed è utilizzata nelle scuole. A mancare era soprattutto una grande base dati digitale africana abbastanza ricca da addestrare un sistema automatico anche sui termini più specialistici.
ZeroBionic ha quindi dovuto costruirsela.
Il database è stato sviluppato con organizzazioni locali di persone con disabilità e consulenti bilingui e, secondo il Zero Project, comprende ormai oltre 9 milioni di parametri dedicati ai contenuti STEM. Il sistema può inoltre adattarsi alle varianti locali dei segni attraverso l’apprendimento automatico.
Nel laboratorio c’è anche Africa One, un robot umanoide costruito dal team e utilizzato per ampliare e affinare i movimenti che le braccia riescono a riprodurre. Intorno, prototipi e stampanti 3D. Meno fantascienza luccicante, parecchio lavoro di dita.
Una mano costa circa 350 dollari e funziona anche senza internet
La tecnologia ascolta la voce dell’insegnante o riceve un testo, lo elabora e riproduce i segni. Secondo i dati raccolti dal Zero Project, la traduzione richiede meno di due secondi e raggiunge almeno il 92% di accuratezza nei gesti. È una prestazione dichiarata dal progetto e non una misura indipendente su tutte le condizioni possibili, ma dà la dimensione di quanto il sistema sia già uscito dalla fase del giocattolo da laboratorio.
C’è poi una caratteristica meno spettacolare e probabilmente molto più utile: funziona offline. Non serve quindi una connessione internet costante per usarlo in classe.
Ogni mano costa in Kenya circa 350 dollari e viene prodotta localmente anche con plastica riciclata, una scelta che contiene sia il prezzo sia il materiale necessario. ZeroBionic riferisce che i dispositivi sono già presenti in 78 scuole del Kenya; il Zero Project indicava, nel frattempo, oltre 120 istituzioni raggiunte in quattro Paesi entro il 2025.
La dimensione del problema aiuta a capire perché una mano da 350 dollari possa avere un peso ben maggiore del suo tavolo di laboratorio. La Kenya Society for Deaf Children stimava nel 2024 circa 300mila bambini e ragazzi sordi in età scolare nel Paese. Solo 20mila risultavano iscritti in istituti scolastici e le scuole specificamente dedicate agli studenti sordi erano 141.
Numeri che nessun robot può sistemare da solo. Le barriere riguardano accesso alla scuola, insegnanti, strutture, servizi e discriminazione. Una mano meccanica può intervenire su un pezzo molto preciso di quel problema: permettere a uno studente di seguire una spiegazione che altrimenti rischierebbe di perdere.
A Kasarani, Sharon Mumbe ha 19 anni e ha assistito alla dimostrazione. Ha spiegato che il sistema potrebbe aiutarla a comprendere meglio concetti che oggi sono più difficili da affrontare.
Ed è forse la parte meno futuristica di tutta questa storia. Nel laboratorio di Nairobi ci sono intelligenza artificiale, robot umanoidi e braccia stampate in 3D. Poi ci sono degli insegnanti che infilano una tuta e ripetono pazientemente i propri segni perché una macchina possa impararli. Prima che il robot possa insegnare qualcosa a uno studente, qualcuno deve insegnare al robot come farsi capire.