Lo chiamavano “Grandmother Tree”, l’albero nonna. Era un enorme pioppo del genere Populus, un cottonwood che cresceva a Lochiel, in Arizona, nella San Rafael Valley, a pochi chilometri dal confine con il Messico. Aveva tra i 150 e i 250 anni, secondo le diverse stime: abbastanza da essere nato quando gli Stati Uniti erano ancora un Paese giovanissimo.
Da lunedì 5 ottobre non c’è più. È stato abbattuto per permettere l’ampliamento del muro al confine tra Stati Uniti e Messico, dove è prevista la costruzione di una doppia barriera alta circa 9 metri.
Ne abbiamo parlato qui: Attivisti difendono dalle ruspe federali l’ultimo pioppo secolare dell’Arizona: “è la nostra Statua della Libertà”
Era l’ultimo di quattro grandi cottonwood che si trovavano lungo il tracciato dei lavori: gli altri tre erano già stati eliminati nei mesi precedenti.
Da luglio, attivisti e abitanti della zona avevano organizzato un presidio permanente. Per 71 giorni almeno una persona alla volta è rimasta tra i rami dell’albero, giorno e notte, mentre altre dormivano nelle tende montate su un terreno privato poco distante.
Ogni mattina il gruppo si riuniva anche per una preghiera all’alba dedicata alla terra. Ed è proprio durante una di quelle cerimonie che, intorno alle 6:30 del 5 ottobre, sono arrivati gli agenti della Border Patrol. Decine di agenti federali, molti con il volto coperto, hanno sgomberato il presidio e arrestato diversi manifestanti. Le ricostruzioni sul numero esatto variano: le prime testimonianze parlavano di almeno 12 arresti, mentre altre fonti riferiscono di circa 20 persone tra arrestate e fermate con citazione.
Quei cottonwood crescevano in uno degli ultimi ecosistemi ripariali dell’Arizona, ambienti legati alla presenza di corsi d’acqua o falde superficiali che consentono a grandi alberi di sopravvivere in un territorio altrimenti arido. Secondo il Center for Biological Diversity, oltre il 90% di questi ecosistemi sarebbe già scomparso. La San Rafael Valley è, inoltre, un importante corridoio per la fauna selvatica. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui la costruzione del muro è contestata anche sul piano ambientale: una barriera pensata per fermare gli esseri umani inevitabilmente taglia anche le rotte degli animali.
Gli attivisti avevano trasformato così Grandmother Tree in qualcosa di più di un singolo albero da salvare, che era diventato il simbolo di un paesaggio che non conosce i confini disegnati sulle mappe. Dal canto suo, la Customs and Border Protection sostiene che la rimozione sia avvenuta dopo valutazioni ambientali e afferma di voler tutelare ambiente, fauna e risorse culturali durante la costruzione del muro (sostenendo anche che gli attraversamenti irregolari del confine producano a loro volta rifiuti, inquinamento e danni agli habitat…).
Alla fine, quel che resta è un’immagine terribilmente semplice: un albero aveva attraversato quasi due secoli di storia americana. Aveva resistito al caldo dell’Arizona, alle siccità, alle tempeste e a generazioni di esseri umani. E ora, al suo posto, passerà un muro.