Questo è il lago più profondo d’Italia e supera i 400 metri: ecco cosa si nasconde sotto la superficie

Quando pensiamo al Lago di Como, vengono subito in mente i piccoli borghi affacciati sull’acqua, le ville storiche, i battelli e le montagne che circondano le sue sponde. Eppure, una delle caratteristiche più sorprendenti di questo lago non si vede dalla superficie.

Sotto quelle acque si apre infatti un bacino profondissimo, scavato nel corso di migliaia di anni dall’azione dei ghiacciai. In alcuni punti, la distanza tra la superficie e il fondale supera quella che separa la cima della Mole Antonelliana di Torino dal suolo.

Con i suoi 425 metri di profondità massima, il Lago di Como è il lago più profondo d’Italia. Un primato confermato anche dai dati di ARPA Lombardia, che lo collocano davanti al Lago Maggiore, al Lago di Lugano e al Lago d’Iseo.

Ma la profondità non è l’unica particolarità del Lario. Il suo fondale custodisce sedimenti antichissimi, tracce della storia geologica delle Alpi e un ecosistema che funziona in modo molto diverso da quello che osserviamo vicino alle rive.

Il Lago di Como raggiunge i 425 metri di profondità: dove si trova il punto più profondo

Il punto più profondo del Lago di Como si trova nel ramo occidentale, nel tratto compreso tra Argegno e Nesso, dove il fondale scende fino a circa 425 metri. Per avere un’idea delle dimensioni, basti pensare che il Lago di Garda, il più grande d’Italia per superficie, raggiunge una profondità massima di circa 346 metri. Il Lago Maggiore arriva invece a circa 370 metri.

Il Lario non è quindi il più esteso, ma è quello che scende più in basso. C’è poi un dettaglio geografico ancora più curioso: la superficie del Lago di Como si trova a circa 198 metri sul livello del mare. Questo significa che, nel punto di massima profondità, il fondale arriva a circa 227 metri sotto il livello del mare.

Naturalmente non vuol dire che l’acqua del lago sia collegata direttamente al mare o che sia salata. Il bacino è circondato dalle terre emerse e contiene acqua dolce. È semplicemente il fondo della sua conca a trovarsi a una quota inferiore rispetto a quella marina. Una caratteristica che racconta quanto siano profonde le trasformazioni subite da questo territorio nel corso della sua storia geologica.

Come si è formato il lago più profondo d’Italia

Per capire perché il Lago di Como sia così profondo bisogna tornare alle grandi glaciazioni che hanno interessato le Alpi. Durante le fasi glaciali del Quaternario, enormi masse di ghiaccio occupavano le vallate alpine e si spingevano verso la Pianura Padana. Tra queste c’era il grande sistema glaciale dell’Adda, alimentato dai ghiacciai provenienti dalla Valtellina e dalle valli circostanti.

Il ghiaccio, con il suo peso e il movimento verso valle, ha contribuito a modellare e approfondire le depressioni già presenti nel territorio. Insieme all’erosione glaciale hanno avuto un ruolo anche la struttura geologica delle rocce e la precedente evoluzione delle vallate. Quando il clima è diventato più caldo e i ghiacciai si sono ritirati, le depressioni sono state occupate dall’acqua. È così che si è formato il bacino lacustre che conosciamo oggi.

Anche la caratteristica forma a Y rovesciata del Lago di Como deriva dalla conformazione delle antiche valli glaciali. Il ramo occidentale termina nella città di Como, quello orientale raggiunge Lecco, mentre il ramo settentrionale si estende verso Colico. Al centro si trova Bellagio, il promontorio che separa i due rami meridionali. Il risultato è un lago dalla forma molto particolare, con fondali che cambiano notevolmente da un’area all’altra.

Cosa si trova davvero a 425 metri sotto la superficie?

Chi immagina il fondo del Lago di Como come una distesa uniforme di rocce rimarrebbe sorpreso. Sotto l’acqua si trovano depositi di fango, sabbia e altri sedimenti che si sono accumulati nel corso del tempo. Questi materiali arrivano principalmente dai fiumi e dai torrenti che alimentano il bacino, ma anche dall’erosione dei versanti e dai processi naturali che interessano le montagne circostanti.

Il principale immissario del lago è l’Adda, che trasporta acqua e sedimenti dalla Valtellina. Nel corso dei millenni, parte di questi materiali si è depositata sul fondale e ha formato successioni di strati che conservano informazioni sull’evoluzione dell’ambiente. Le ricerche geologiche hanno individuato anche particolari depositi prodotti da grandi correnti di torbidità, cioè masse di acqua cariche di sedimenti che possono scendere lungo i pendii sommersi e raggiungere le parti più profonde del bacino.

Uno studio pubblicato sulla rivista Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology ha analizzato proprio questi depositi nel Lago di Como, ricostruendo alcuni degli eventi che hanno contribuito a modellarne il fondale durante l’Olocene. In altre parole, il fondo del lago è un archivio naturale della storia del territorio. Studiando i suoi sedimenti, i ricercatori possono ottenere informazioni su antiche piene, movimenti di materiale lungo i versanti e cambiamenti ambientali avvenuti nel passato.

Nelle acque profonde del Lago di Como la luce del sole non arriva

A diverse centinaia di metri di profondità le condizioni sono completamente differenti rispetto a quelle che conosciamo durante una giornata estiva sulle rive del lago. La luce solare riesce a penetrare soltanto negli strati superiori dell’acqua e diminuisce progressivamente con la profondità. A 425 metri il fondale è immerso nell’oscurità. Anche la temperatura cambia. Durante l’estate, le acque superficiali si riscaldano grazie al sole, mentre quelle profonde rimangono molto più fredde e relativamente stabili.

Si crea così una stratificazione termica: gli strati caldi e meno densi restano in superficie, mentre quelli freddi e più densi occupano la parte inferiore.

Questa separazione ha conseguenze importanti per la vita acquatica, perché limita gli scambi tra le acque superficiali e quelle profonde. Negli strati superiori, dove arriva la luce, il fitoplancton può svolgere la fotosintesi. Più in basso, invece, la disponibilità di ossigeno dipende soprattutto dai processi di circolazione dell’acqua e dal consumo da parte degli organismi e della materia organica in decomposizione. La grande profondità del Lario rende questi equilibri particolarmente delicati.

Il problema delle acque profonde che non riescono a mescolarsi

Una delle questioni ambientali più interessanti riguarda il ricambio delle acque sul fondo. Nei laghi meno profondi, durante i periodi freddi, la diminuzione della temperatura superficiale può favorire il rimescolamento dell’acqua. In questo modo l’ossigeno presente negli strati superiori può raggiungere anche quelli inferiori.

Nei laghi molto profondi, come il Lago di Como, il processo è più complesso. Perché il rimescolamento raggiunga il fondale servono condizioni meteorologiche favorevoli, con un raffreddamento sufficientemente intenso e prolungato delle acque superficiali. Il vento può contribuire alla circolazione, ma non sempre è sufficiente a coinvolgere gli strati più profondi.

Un rapporto della Fondazione Lombardia per l’Ambiente segnalava già come il Lario fosse soggetto a rimescolamenti completi soltanto occasionali e indicava nell’inverno del 1999 l’ultimo evento totale registrato fino al periodo considerato dal documento. Non significa che le acque profonde siano immobili o prive di vita. Significa però che il loro ricambio può essere molto lento.

Ed è proprio per questo che ARPA Lombardia monitora nel tempo parametri come temperatura, ossigeno disciolto, nutrienti e fitoplancton. Sono informazioni fondamentali per valutare lo stato ecologico del lago e capire come reagisce ai cambiamenti ambientali.

Il cambiamento climatico può mettere in difficoltà anche il lago più profondo d’Italia

Il riscaldamento globale non riguarda soltanto gli oceani. Anche i laghi sono interessati dall’aumento delle temperature e dalle modifiche dei loro equilibri naturali. Quando gli inverni diventano più miti, le acque superficiali possono raffreddarsi meno rispetto al passato. Nei grandi laghi profondi questo può rendere più difficile il rimescolamento verticale, con possibili conseguenze sulla disponibilità di ossigeno negli strati inferiori.

La stratificazione più persistente può influenzare anche la distribuzione dei nutrienti e il funzionamento degli ecosistemi acquatici. Non tutti i laghi reagiscono allo stesso modo e gli effetti dipendono dalle condizioni locali, dalla profondità e dalle caratteristiche del bacino. Tuttavia, il monitoraggio a lungo termine del Lago di Como è particolarmente importante proprio per individuare eventuali cambiamenti.

Il Lario fa parte della rete italiana per la ricerca ecologica di lungo termine, LTER-Italia. ARPA Lombardia raccoglie dati sulle caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche delle sue acque, utili per studiare l’evoluzione dell’ecosistema anche in relazione alla crisi climatica.

Un patrimonio naturale che non si vede dalla riva

Il Lago di Como è conosciuto in tutto il mondo per il suo paesaggio, ma buona parte della sua storia è nascosta sotto la superficie. I 425 metri di profondità raccontano l’azione degli antichi ghiacciai, la trasformazione delle vallate alpine e l’accumulo di sedimenti che continuano a custodire informazioni sul passato. C’è poi un intero sistema di processi naturali che avviene lontano dai nostri occhi, dalla circolazione delle acque agli scambi di ossigeno, fino alla deposizione dei materiali trasportati dai fiumi. È una dimensione del lago meno conosciuta rispetto alle ville, ai borghi e ai panorami che attirano ogni anno visitatori da tutto il mondo, ma altrettanto importante.

E forse il dato più sorprendente resta proprio questo: mentre osserviamo il Lago di Como dalla riva, in alcuni punti sotto di noi ci sono oltre 400 metri d’acqua e un fondale che si trova più in basso del livello del mare.

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