Quindici donne, un pozzo solare e un orto: così un villaggio del Kenya resiste a fame e siccità

Una pompa alimentata da pannelli solari solleva l’acqua da un pozzo riabilitato, riempie due serbatoi da 10 mila litri e tiene verdi le aiuole durante la stagione secca. Da quell’acqua sono arrivati cavolo riccio, spinaci, zucche, peperoni, capre e un piccolo fondo di prestiti. A Lopsienikou, nella contea semiarida di West Pokot, nel Kenya nordoccidentale, le 15 donne del Sengenge Mother-to-Mother Support Group hanno costruito una catena corta e molto concreta: il pozzo solare alimenta gli orti, il raccolto entra nei pasti e le eccedenze diventano reddito.

Le donne, tutte madri di bambini sotto i cinque anni, hanno iniziato a lavorare con Action Against Hunger nel 2024, dopo la segnalazione di una struttura sanitaria locale in un periodo segnato dall’aumento dei casi di malnutrizione e dalla scarsità di acqua sicura. Secondo il resoconto pubblicato da Action Against Hunger il programma, finanziato dalla Field Foundation, comprende accesso all’acqua, coltivazioni, allevamento, formazione alimentare e strumenti di risparmio comunitario.

Il pozzo tiene in piedi il resto

Il pozzo esistente è stato riabilitato e dotato di una pompa solare collegata a due serbatoi sopraelevati da 10 mila litri ciascuno. Le tubature portano l’acqua all’orto comunitario e raggiungono anche le scuole della zona. Un comitato locale è stato formato per gestire l’impianto, mentre i rubinetti a gettone raccolgono piccole quote destinate alla manutenzione.

È un dettaglio meno fotogenico dei pannelli, eppure decisivo: portare l’acqua è metà del lavoro, riuscire a mantenere funzionante ciò che la porta è l’altra metà.

A West Pokot l’acqua resta una risorsa tutt’altro che scontata. Nel bollettino di giugno 2026 della National Drought Management Authority del Kenya, le famiglie della contea percorrevano in media 3,9 chilometri tra andata e ritorno per raggiungere una fonte, il 20% in più rispetto alla media di lungo periodo. Il consumo medio era sceso a 11,4 litri per persona al giorno, sotto la soglia minima di 15 litri utilizzata dall’ente.

Secondo Action Against Hunger, il sistema idrico raggiunge centinaia di famiglie e studenti. Le comunicazioni diffuse dall’organizzazione riportano numeri diversi a seconda del progetto e del perimetro considerato, ma la scala resta quella di un’infrastruttura comunitaria che va oltre le sole quindici donne del gruppo.

Dall’acqua alle aiuole

Ogni componente del Sengenge Mother-to-Mother Support Group gestisce una parcella dell’orto. Le donne utilizzano aiuole infossate, irrigazione a goccia e letame animale: sistemi semplici, costruiti attorno alla risorsa che qui manca più spesso.

Le aiuole aiutano a trattenere l’umidità vicino alle radici, l’irrigazione a goccia distribuisce l’acqua dove serve e il letame prodotto dagli animali torna nei campi. Una piccola circolarità che, in questo caso, parte letteralmente da un tubo.

Cavolo riccio, spinaci, zucche e peperoni finiscono prima nelle cucine delle famiglie. Quello che avanza può essere venduto nel villaggio, mentre l’orto viene utilizzato anche come spazio dimostrativo per gli altri residenti interessati alle tecniche di coltivazione.

Per una comunità tradizionalmente legata alla pastorizia, introdurre gli ortaggi significa aggiungere una fonte di cibo e di reddito accanto agli animali. Anche i dati della contea mostrano quanto possa pesare questa diversificazione: il bollettino governativo rileva condizioni alimentari mediamente migliori nelle aree agropastorali, dove allevamento e coltivazioni convivono, rispetto a quelle esclusivamente pastorali.

Quando cambia anche quello che arriva nel piatto

Il monitoraggio del programma registra segnali positivi anche sull’alimentazione. Secondo i dati diffusi dall’organizzazione, la quota di famiglie costrette a utilizzare le strategie più pesanti per affrontare la scarsità di cibo è scesa dal 10% all’1,4%. La percentuale di donne che raggiunge la soglia minima di diversità alimentare è passata dal 58% al 63%, mentre tra i bambini dai 6 ai 23 mesi è salita dal 55% al 65%.

La diversità alimentare misura, in sostanza, quanti gruppi diversi di alimenti entrano nella dieta nell’arco della giornata. Per i bambini tra 6 e 23 mesi, l’Organizzazione mondiale della sanità considera la soglia di almeno cinque gruppi alimentari su otto; per le donne tra 15 e 49 anni, la Fao utilizza almeno cinque gruppi su dieci.

Sono dati di monitoraggio del programma, quindi raccontano soprattutto come si sta muovendo il gruppo seguito dal progetto. E il movimento va nella direzione più concreta possibile: nel piatto stanno entrando alimenti diversi.

Il contesto intorno resta difficile. Nel giugno 2026 soltanto il 34,7% delle famiglie monitorate nella contea aveva consumi alimentari classificati come adeguati dalla National Drought Management Authority; il 58% si trovava nella fascia intermedia e il 7,3% in quella più critica. A West Pokot basta una stagione secca più dura, un raccolto perso o una mandria in difficoltà perché gli equilibri si facciano molto sottili.

Capre, risparmi e piccoli prestiti

L’orto, però, è soltanto un pezzo del sistema. Con un capitale iniziale di 100 mila scellini keniani, circa 670 euro al cambio di inizio settembre 2026, il gruppo ha acquistato alcune capre. Gli animali producono latte, forniscono letame per i campi e possono diventare una fonte di reddito attraverso la vendita.

Le donne hanno ricevuto anche formazione su alimentazione, prevenzione delle malattie, riproduzione e cura del bestiame. L’idea è distribuire il rischio: se una coltura va male, rimangono gli animali; se una famiglia ha bisogno di una piccola somma, c’è anche un altro strumento.

Ogni martedì e giovedì il gruppo si riunisce infatti per lavorare nell’orto e gestire una Village Savings and Loan Association, una forma di risparmio comunitario attraverso la quale le partecipanti mettono insieme denaro e possono concedersi piccoli prestiti. Acqua, ortaggi, capre e credito finiscono così nello stesso circuito. Nessuna soluzione miracolosa, semplicemente più appigli quando una stagione gira male.

Ed è forse questa la parte più interessante del progetto di Lopsienikou. I pannelli solari fanno funzionare la pompa, ma attorno a quella pompa è stato costruito tutto il resto: chi raccoglie i soldi per ripararla, chi coltiva, chi vende le eccedenze, chi alleva gli animali e chi mette qualche scellino nel fondo comune. Ogni martedì e giovedì le quindici donne tornano nell’orto. Il sole solleva l’acqua dal pozzo; da lì, per una volta, il lavoro continua a terra.

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