Rifiuti spaziali, che fine fanno tutti i detriti di satelliti e razzi abbandonati intorno alla Terra?

La Stazione spaziale internazionale ha acceso i motori per tre minuti e 33 secondi e si è spostata. Un frammento di un razzo cinese lanciato nel 2005 stava per passare a circa 640 metri dalla struttura abitata. Era il 30 aprile 2025: vent’anni dopo il lancio, quel pezzo era ancora lassù e aveva già un appuntamento con la ISS.

I rifiuti spaziali hanno la forma di satelliti spenti, stadi di razzi, coperture, bulloni e frammenti prodotti da esplosioni o collisioni. Continuano a orbitare intorno alla Terra finché l’atmosfera riesce a rallentarli, qualcuno li sposta oppure urtano qualcos’altro. Il verbo “buttare”, nello spazio, prende tempi piuttosto lunghi.

Il pezzo tracciato è soltanto quello che riusciamo a vedere

I dati aggiornati dall’Agenzia spaziale europea il 25 giugno 2026 contano circa 46.230 oggetti artificiali regolarmente tracciati. Tra questi ci sono anche 16.100 satelliti ancora funzionanti. La massa complessiva di tutto ciò che abbiamo portato nell’orbita terrestre supera le 16.700 tonnellate.

I radar, però, seguono soprattutto gli oggetti più grandi. I modelli dell’ESA stimano anche 1,2 milioni di detriti tra uno e dieci centimetri e 140 milioni di frammenti compresi tra un millimetro e un centimetro. Piccoli abbastanza da sfuggire al catalogo, veloci abbastanza da fare danni.

Nell’orbita bassa un impatto avviene in media a circa dieci chilometri al secondo, più di dieci volte la velocità di un proiettile. Una scheggia di pochi centimetri può mettere fuori uso un satellite; colpendo un vecchio stadio di razzo potrebbe frantumarlo e produrre altri detriti. La NASA spiega che persino la ISS, il veicolo più protetto mai portato nello spazio, deve manovrare quando il rischio di collisione supera una determinata soglia.

Questa possibile catena di urti è conosciuta come sindrome di Kessler: ogni collisione produce nuovi frammenti, che rendono più probabile la successiva. L’ESA stima che, anche fermando oggi tutti i lanci, i rottami continuerebbero ad aumentare a causa delle esplosioni e delle collisioni tra gli oggetti già presenti. Il problema ha ormai abbastanza materiale per alimentarsi da solo.

A 800 chilometri, un rottame può restare per secoli

Che fine fa tutta questa ferraglia dipende soprattutto dalla quota. Sotto i 600 chilometri, la debole resistenza dell’atmosfera rallenta gli oggetti fino a farli ricadere generalmente entro alcuni anni. Intorno agli 800 chilometri la permanenza si misura in secoli. Sopra i mille, un detrito può continuare a girare per mille anni o più.

Durante il rientro la maggior parte degli oggetti si spezza e brucia nell’atmosfera. Parti molto grandi, compatte o costruite con materiali resistenti al calore possono arrivare fino al suolo o all’oceano. Il rischio per una singola persona resta estremamente basso: gran parte della superficie terrestre è coperta dall’acqua e ampie zone emerse sono disabitate. Secondo l’ESA, nella storia delle attività spaziali non risultano vittime confermate causate dalla caduta di detriti.

Per evitare che i nuovi satelliti diventino altri relitti, l’ESA ha ridotto da 25 a cinque anni il tempo concesso alle proprie missioni per liberare le orbite basse protette dopo la conclusione delle attività. I veicoli devono inoltre scaricare le batterie, consumare il carburante residuo e prevedere sistemi che ne facilitino il recupero. La pulizia più semplice comincia prima del lancio.

La prima rimozione europea è prevista nel 2029

Recuperare ciò che è già lassù è molto più complicato. I vecchi satelliti non possiedono maniglie, punti di aggancio o sistemi pensati per essere catturati. Possono ruotare senza controllo e pesare centinaia di chilogrammi. Avvicinarsi male significa rischiare di produrre proprio i frammenti che si volevano eliminare.

La missione europea ClearSpace-1 dovrebbe tentare la prima rimozione di un oggetto impreparato e fuori servizio. Il bersaglio sarà Proba-1, satellite dell’ESA da 95 chilogrammi lanciato nel 2001. Quattro bracci robotici dovranno afferrarlo e accompagnarlo verso un rientro controllato nell’atmosfera. Il lancio, inizialmente annunciato per il 2025 con un bersaglio diverso, è ora previsto nel 2029.

Nel frattempo continueremo a seguire i detriti più grandi, spostare i satelliti attivi e progettare veicoli capaci di togliersi di mezzo da soli. Milioni di frammenti continueranno a viaggiare sopra le nostre teste. La prima vera ramazza europea ha già un bersaglio e quattro braccia. Le manca ancora il viaggio.

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