Scandalo carne scaduta: chi l’ha mangiata? Nuovi dettagli inquietanti sullo stabilimento Bervini (che ancora macella animali!)

Nella puntata di Report, andata in onda il 21 dicembre, grazie a nuove testimonianze e prove documentali emergono ulteriori tasselli riguardo alla lavorazione della carne nello stabilimento Bervini nel Mantovano. Il quadro è sempre più inquietante: la carne scaduta veniva messa in commercio almeno dal 2018, ed emergono ombre anche sulla macellazione degli animali, attività a oggi ancora portata avanti dal macello Bervini. Resta infine da rispondere ad un’importantissima domanda: dov’è finita la carne scaduta?

Per chi non avesse seguito lo scandalo fin dall’inizio, facciamo un passo indietro. Nelle precedenti puntate di Report era emerso che nello stabilimento Bervini venivano sconfezionate carni congelate e scadute da mesi, “ripulite” delle parti più scure, quindi lavorate e riconfezionate come se fossero fresche, con nuove etichette e nuove date di scadenza.

Dopo la scoperta di quanto accadeva nello stabilimento, confermata dalle testimonianze di alcuni operai e dalle riprese, la giornalista Giulia Innocenzi ha consegnato il 15 ottobre all’ATS Valpadana etichette e documenti, sollecitando un intervento immediato per ritirare dal mercato la carne potenzialmente pericolosa.

Solo il 25 novembre l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso ha finalmente ordinato il richiamo della carne scaduta, attivando un’allerta alimentare per i lotti privi di evidenza di trattamento termico prima della commercializzazione. L’intervento ha portato al sequestro di 180 tonnellate di prodotto riconducibile al macello Bervini.

L’inchiesta ha anche puntato il dito su una rete criminale che sarebbe alla base dell’attività. Il macello ruotava intorno a Francesco Giordano, disossatore di Bitonto che ha fatto fortuna a Milano e ha costituito un consorzio, la Servizi Globali, attraverso la quale offriva manodopera a basso costo ai macelli del nord. La lavorazione della carne scaduta sarebbe stata ideata dal fratello di Francesco Giordano, Pasquale, anche lui macellaio. Il sistema sarebbe andato avanti anche dopo che Francesco Giordano era entrato definitivamente in carcere, portato avanti dal suo braccio destro Giorgio Oprea attraverso un’altra società, la Geocarni.

La carne scaduta circolava da anni

La nuova puntata di Report ha portato alla luce testimonianze ancora più inquietanti. Secondo quanto emerso, la lavorazione di carne scaduta al macello Bervini non sarebbe iniziata nel 2024, come emerso dai registri aziendali, ma ben prima, almeno dal 2018.
Un operaio racconta: “Dal 2024… anzi dal 2020. All’inizio un giorno a settimana, poi quasi ogni mese arrivava un camion“.

Un camion intero carico di carne scaduta? Gli chiede la Innocenzi:

Sì, quindici bancali. Una volta ero fuori a fumare e ho visto due ragazzi entrare in una cella con i coltelli. C’era una montagna di scatoloni: carne scaduta dall’Uruguay e dall’Argentina. Toglievano la carne dai sacchetti e la buttavano sulle linee.

Un altro operaio, che lavorava al macello Bervini nel 2021, conferma che all’epoca la lavorazione era più nascosta: i sacchetti venivano rimossi direttamente nelle celle frigorifere e la carne veniva poi trasferita sulle linee di lavorazione.

Le testimonianze descrivono scene preoccupanti: vasconi blu pieni di carne in fase di scongelamento lasciati fuori tutta la notte, carne accumulata negli spogliatoi dei lavoratori per mancanza di spazio, lavorazioni notturne tra le due e le tre del mattino.

Questa carne la facevamo il sabato e la domenica… quando non c’era l’ASL, quando non c’era il dottore – ha dichiarato un operaio.

Emerge anche un ulteriore elemento sconcertante: quando gli operai erano alle dipendenze di Francesco Giordano, la lavorazione della carne scaduta sarebbe stata incentivata con un bonus economico.

Ma dove è finita la carne scaduta?

L’assessore alla Sanità dell’Emilia-Romagna, Massimo Fabi, ha fornito nuovi dettagli su dove sarebbe finita la carne scaduta. Circa 1.500 kg sarebbero stati destinati alla ristorazione su navi da crociera, mentre circa 100 kg sarebbero finiti in un ristorante della provincia di Modena: in entrambi i casi, la carne risulterebbe già interamente consumata al momento della notifica.

Altri 3.000 kg sarebbero stati invece conferiti a una ditta produttrice di alimenti per animali da compagnia, anch’essi già utilizzati.

Una parte significativa della cosiddetta “carnetta” – quella carne considerata più scadente che prima di finire in commercio verrebbe cotta – sarebbe stata destinata alla Bolton, l’azienda che produce la celebre carne in scatola Simmenthal. Secondo i dati raccolti da Report, il prodotto proveniente da Bervini rappresentava circa il 6,6% degli acquisti complessivi effettuati dalla multinazionale. Bolton Food ha confermato di aver sospeso in via precauzionale il fornitore.

Ma c’è un altro cliente importante emerso nell’ultima puntata: STAR, azienda conosciuta soprattutto per i dadi con cui fare il brodo, ma che produce anche ragù e preparati. Un operaio racconta:

Vendevano alla Simmenthal, alla Star. Una volta sono venuti i tecnici della Star a vedere. Con la carne ci facevano il brodo.

Oggi STAR è proprietà di GBfoods, multinazionale da un miliardo e mezzo di fatturato, che conferma di aver comprato carne da Bervini per il 5% del totale, ma che quella carne non sarebbe stata utilizzata nel dado Star. In via precauzionale l’azienda ha comunque sospeso i rapporti con il macello e annullato tutti gli ordini.

Le condizioni di lavoro e i ricatti sugli operai

La lavorazione della carne scaduta avveniva in condizioni definite dagli stessi operai pericolose. I sacchetti venivano aperti con coltelli e, durante una di queste operazioni, un lavoratore si è tagliato in profondità un dito.

Secondo la sua testimonianza, i gestori gli avrebbero imposto di non dire la verità sull’accaduto. “Mi hanno chiamato per dirmi di non dichiarare che mi ero tagliato lì“, racconta l’operaio.

In ospedale, quindi, l’uomo avrebbe dichiarato di essersi ferito a casa e spiega il motivo: “Se dicevo che mi ero fatto male al macello… di domenica… non mi facevano più tornare a lavorare“. Secondo il lavoratore, Oprea gli avrebbe promesso una copertura economica in cambio del silenzio, promessa che non sarebbe mai stata mantenuta.

Sul fronte dei controlli, emerge un ulteriore elemento critico. Un responsabile della ATS avrebbe riferito che non venivano effettuati controlli a sorpresa, perché non c’erano mai stati sospetti tali da giustificarli. Una scelta che avrebbe impedito di cogliere le irregolarità in flagranza.

Dopo il blocco dell’attività di sezionamento, diversi operai sono rimasti a casa senza lavorare. Sono tutti dipendenti della Geocarni, la società di Giorgio Oprea che fornisce gli operai ai macelli. Avevano ricevuto una lettera firmata dalla Geocarni che prometteva il pagamento con la cassa integrazione dal 24 novembre al 22 febbraio del prossimo anno. Ma quella lettera si basava su un falso: la cassa integrazione non è mai stata approvata.

La macellazione nel frattempo continua

Dopo l’inchiesta di Report, il macello Bervini non è più autorizzato a sezionare la carne, ma continua a macellare gli animali. Secondo un operaio che ha lavorato allo stabilimento di Mantova nel 2021, anche nel settore della macellazione ci sarebbero diverse criticità.

Da Bervini ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare. Quando ci lavoravo io, arrivavano le vacche a fine carriera. Sono quelle vacche da latte, ma quelle vecchie.

Sarebbero arrivati al macello anche animali che per legge non potrebbero essere trasportati.

C’erano delle vacche che non riuscivano a camminare perché magari avevano le zampe rotte e allora le tiravano giù con le corde. Un giorno hanno scaricato una vacca morta, l’hanno lasciata lì fuori per ore e poi l’hanno macellata.

Secondo l’operaio, diverse vacche che venivano macellate erano malate e persino con i tumori. Alla domanda se succedesse spesso di macellare vacche con i tumori, la risposta è agghiacciante: “Tutti i giorni“.

Altri stabilimenti coinvolti: il caso di Trento

Parlando con i lavoratori, emergono accuse che coinvolgerebbero anche un altro stabilimento Bervini a Trento, dove la carne scaduta sarebbe stata lavorata e rimessa in commercio con modalità ancora più semplici: “veniva tolta dal cartone, veniva tolta l’etichetta… poi ne mettevano una nuova con altri due anni di scadenza”.

Gli operai raccontano che sulle confezioni compariva la sigla GJ, marchio di carne bovina destinata al mercato internazionale della multinazionale brasiliana Marfrig, il più grande produttore mondiale di hamburger. A differenza di quanto avveniva in altri impianti, a Trento non veniva nemmeno eliminata la parte marrone della carne: il sacchetto non veniva aperto, ma si procedeva direttamente al cambio di etichetta.

Una fotografia scattata nel 2021 mostra l’etichetta di un filetto di bovino proveniente dal Paraguay, scaduto da un anno, nel 2020, importato e distribuito da Bervini Primo a Salvaterra.

Le ultime testimonianze degli operai suggeriscono che pratiche simili avvengono in molte altre aziende italiane. Uno di loro racconta:

Tutte fanno le stesse cose. Ti garantisco io perché l’ho fatto con le mie mani.

Come sottolinea Sigfrido Ranucci alla fine del servizio, quello che abbiamo visto potrebbe essere solamente la punta di un iceberg.

La domanda principale comunque resta senza risposta: a distanza di un mese e mezzo dalla denuncia di Report, dalle indagini dell’agenzia sanitaria territoriale, da interrogazioni regionali e dalle indagini della commissione Ecomafie, ancora non sappiamo dove siano finiti i lotti di carne scaduta.

Come chiede giustamente chi ha seguito la vicenda: chi l’ha mangiata? I consumatori avrebbero diritto di saperlo. L’assessore Bertolaso ha promesso che verrà resa pubblica una lista degli esercizi commerciali che hanno comprato i lotti di carne scaduta da Bervini. Vedremo se la promessa sarà mantenuta.

La replica di GB Food – Star

Questa la replica di GB Food – Star una volta venuta a conoscenza dei contenuti della nuova puntata di Report:

A seguito delle anticipazioni condivise dagli account ufficiali di Report in merito alla puntata che andrà in onda stasera, il 21 dicembre, GBfoods è a conoscenza che durante la puntata potrebbe essere menzionato il marchio STAR nell’ambito dell’inchiesta giornalistica relativa a presunti comportamenti fraudolenti e pericolosi da parte del fornitore Bervini Primo S.r.l., e la conseguente allerta alimentare emessa dalla Regione Lombardia.
L’allerta riguarda carne bovina congelata e riconfezionata destinata alla ristorazione e alla produzione di alimenti per animali da compagnia. Preventivamente alla messa in onda della puntata, e come già direttamente condiviso con le giornaliste di Report, vogliamo ribadire che tutti i nostri fornitori sono tenuti a rispettare rigorosi standard di qualità e sicurezza, incluse le disposizioni del nostro Codice di Condotta dei Fornitori, nonché la piena conformità alle normative nazionali ed europee in materia di sicurezza alimentare, tracciabilità e qualità. Nel corso del 2025, la materia prima fornita da Bervini ha rappresentato solo il 5% del totale della carne acquistata da GBfoods.
Tutte le materie prime utilizzate da GBfoods sono sottoposte a rigorosi controlli interni di qualità e sicurezza, che includono la verifica della documentazione obbligatoria, dei certificati di conformità e tracciabilità, e i controlli di sicurezza e qualità alimentare previsti dai nostri protocolli interni.
I controlli effettuati non hanno evidenziato anomalie nei lotti ricevuti da Bervini, che ha inoltre confermato formalmente, a seguito di nostra tempestiva richiesta, la completa regolarità delle forniture consegnate a GBfoods.
Ad oggi, quindi, non risulta che lotti di carne scaduta o riconfezionata siano stati acquistati da GBfoods per la produzione dei prodotti a marchio STAR.
Coerentemente con i nostri standard di qualità, precisiamo inoltre che tutti e quattro i siti produttivi di Bervini dai quali GBfoods riceveva materia prima sono in possesso della certificazione GFSI, requisito imprescindibile per i nostri fornitori e regolarmente verificato.
Nonostante ciò, in via precauzionale, e in attesa dell’esito delle indagini da parte delle autorità competenti, GBfoods ha sospeso con effetto immediato ogni rapporto commerciale con Bervini e annullato tutti gli ordini di acquisto in essere.
Pertanto, respingiamo qualsiasi associazione, tra i fatti oggetto dell’indagine giornalistica e i prodotti STAR, incluse le linee Il Mio Dado ed Il Mio Brodo.
STAR si riserva il diritto di intraprendere tutte le azioni legali necessarie a tutela dei propri marchi e della propria reputazione.
La sicurezza e la qualità dei nostri prodotti, così come la fiducia dei consumatori, rappresentano priorità assolute per GBfoods.
L’azienda continuerà a monitorare con la massima attenzione l’evoluzione della situazione e ad adottare ogni ulteriore misura ritenuta necessaria per garantire una filiera sicura e controllata.

Fonte: Report

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