Due persone ricevono la stessa diagnosi di depressione. Una passa le giornate a rimuginare, ripensando continuamente agli stessi problemi. L’altra fa fatica a concentrarsi, a leggere qualche pagina o persino a decidere cosa mangiare. Entrambe stanno male, entrambe possono ricevere lo stesso antidepressivo. Eppure, una migliora e l’altra no.
Perché succede? Un gruppo di ricercatori della Stanford University ha cercato una risposta osservando direttamente il funzionamento del cervello. E ha trovato qualcosa di interessante: sei diversi profili di attività cerebrale, alcuni dei quali sembrano influenzare anche la risposta alle terapie.
Lo studio pubblicato su Nature Medicine ha coinvolto 801 persone con depressione e disturbi d’ansia. I risultati suggeriscono che, un giorno, una risonanza magnetica potrebbe aiutare i medici a scegliere una cura più adatta al singolo paziente, evitando almeno una parte dei tentativi che oggi possono durare mesi. Per adesso siamo ancora nella fase della ricerca. Ma capire che cosa hanno visto gli scienziati è già piuttosto affascinante.
Hanno osservato il cervello mentre lavorava
Immaginate di poter osservare il traffico di una città dall’alto. Alcune strade sono affollate, altre quasi deserte. In certi quartieri il traffico scorre bene, in altri le automobili avanzano a fatica. Il cervello è molto più complicato di una città, naturalmente. Ma il principio utilizzato dai ricercatori è simile: studiare come diverse aree comunicano e lavorano insieme, attraverso le variazioni dei segnali registrati con una risonanza magnetica funzionale. Gli scienziati hanno osservato il cervello dei partecipanti sia a riposo sia durante alcuni esercizi che richiedevano attenzione, controllo delle risposte e riconoscimento delle emozioni. Hanno poi confrontato i risultati con quelli di 137 persone sane.
Dall’analisi sono emersi sei biotipi, cioè sei gruppi caratterizzati da modi differenti di funzionamento di alcuni circuiti cerebrali. Non significa che esistano soltanto sei tipi di depressione o che il cervello delle persone possa essere diviso in sei categorie rigide. Sono raggruppamenti statistici individuati nelle persone studiate.
I sei profili: dai pensieri che non si fermano alle difficoltà di concentrazione
Il primo biotipo presenta una maggiore comunicazione tra tre reti cerebrali coinvolte nel pensiero rivolto verso sé stessi, nell’attenzione e nella capacità di riconoscere gli stimoli importanti. Nei test, queste persone mostravano risposte emotive e attentive più lente. È una configurazione interessante per studiare alcuni meccanismi del pensiero ripetitivo, anche se rimuginare non significa automaticamente appartenere a questo gruppo. Nel secondo profilo, invece, la rete dell’attenzione risulta meno coordinata. Parliamo dei circuiti che ci aiutano a seguire una spiegazione, restare concentrati su un libro o completare un’attività senza perdere continuamente il filo.
Il terzo biotipo riguarda soprattutto le emozioni. Il cervello mostra una risposta più intensa quando osserva volti tristi, ma anche volti felici. Un dettaglio importante: la maggiore attività riguarda entrambe le emozioni, quindi non significa semplicemente essere più sensibili alla tristezza. Il quarto presenta un’attività più elevata nei circuiti del controllo cognitivo, quelli che ci permettono di frenare una risposta impulsiva, cambiare strategia o restare concentrati su un obiettivo.
Nel quinto, invece, l’attività di questi circuiti risulta ridotta, insieme alla comunicazione tra alcune aree coinvolte nell’elaborazione delle minacce. È però un gruppo di appena 15 persone, troppo piccolo per trarre conclusioni solide senza ulteriori verifiche. Il sesto è forse il più sorprendente: nelle misure studiate, il cervello non mostrava differenze particolarmente marcate rispetto alle persone sane.
Questo non significa che i partecipanti stessero inventando i propri sintomi. Significa che la sofferenza psicologica può coinvolgere meccanismi che una determinata misurazione non riesce a individuare. E c’è un’altra precisazione importante: non basta riconoscersi in una delle descrizioni per sapere a quale biotipo si appartenga. Essere distratti, ansiosi o emotivamente sensibili può dipendere da molte condizioni diverse.
La scoperta più interessante riguarda i farmaci
Fin qui potremmo pensare che gli scienziati abbiano semplicemente trovato sei modi diversi in cui il cervello può funzionare. La ricerca, però, è andata oltre. Per 250 partecipanti erano disponibili anche i risultati ottenuti dopo alcuni trattamenti. I ricercatori hanno quindi verificato se le persone appartenenti ai diversi biotipi rispondessero alle cure nello stesso modo. E sono arrivate le sorprese. Le persone del primo gruppo, quello con una maggiore comunicazione tra alcune reti cerebrali, avevano ottenuto risultati migliori con un intervento comportamentale basato su attività pratiche e risoluzione dei problemi.
Quelle del secondo gruppo, caratterizzato da una minore connettività della rete dell’attenzione, avevano risposto meno bene allo stesso intervento. Il quarto gruppo, invece, aveva mostrato una risposta migliore alla venlafaxina, un farmaco antidepressivo. Tre profili, tre risposte differenti. Gli altri non hanno mostrato associazioni altrettanto chiare con i trattamenti esaminati.
Naturalmente questo non significa che il primo gruppo debba fare psicoterapia e il quarto assumere venlafaxina. I risultati riguardano uno studio specifico e dovranno essere confermati da nuove sperimentazioni. Inoltre, l’intervento comportamentale utilizzato dai ricercatori non rappresenta tutte le forme di psicoterapia. Ma l’idea è interessante: se riuscissimo a capire prima come funzionano determinati circuiti cerebrali, forse potremmo prevedere meglio quali trattamenti hanno maggiori probabilità di aiutare una persona.
Un giorno basterà una risonanza per scegliere l’antidepressivo?
Oggi chi affronta una depressione può aver bisogno di provare trattamenti differenti prima di trovare quello efficace. Alcuni farmaci richiedono settimane per mostrare i loro effetti e talvolta è necessario modificarne il dosaggio oppure cambiare terapia, sempre sotto controllo medico. Nel frattempo bisogna continuare a vivere, studiare, lavorare e affrontare giornate che possono diventare estremamente faticose. Una medicina capace di prevedere meglio la risposta individuale potrebbe rendere questo percorso meno lungo e incerto.
Per arrivarci, però, manca ancora una verifica fondamentale: dimostrare che scegliere il trattamento sulla base dei biotipi cerebrali porti davvero risultati migliori rispetto alle cure attuali. Bisogna anche capire se questi profili rimangano stabili nel tempo e se siano riconoscibili in persone diverse da quelle coinvolte nello studio.
La Stanford University, presentando la ricerca, ha descritto questo approccio come un possibile passo verso una psichiatria più personalizzata. Oggi, quindi, nessuna risonanza può stabilire automaticamente quale antidepressivo funzionerà per una determinata persona. E riconoscersi nei sintomi descritti non significa avere una diagnosi.
La ricerca offre però una prospettiva concreta: persone che condividono una diagnosi possono avere differenze misurabili nel funzionamento del cervello. Alcune sembrano contare anche quando si tratta di rispondere alle cure. Serviranno altre sperimentazioni prima che i sei biotipi possano essere utilizzati per scegliere un trattamento. Per ora gli scienziati hanno trovato sei possibili indizi. Devono ancora dimostrare come usarli.