Un tetto del 30% agli studenti stranieri per classe. Poi arriva il bambino che fa saltare la percentuale. Abita nello stesso quartiere, magari a due strade dalla scuola, ma quella classe ha già raggiunto il limite. A quel punto il 30% smette di essere una percentuale e diventa un tragitto da tracciare con Google Maps per trovare un altro istituto, vedere se ha posto e capire quanti chilometri bisognerà fare ogni mattina.
È dentro questa scena per niente semplice che il 20 settembre 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento che introdurrà per legge un numero massimo di studenti stranieri nelle classi. Il testo non è ancora pubblico e dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri nelle prossime settimane, quindi percentuali definitive, criteri e deroghe andranno verificati sulla norma.
Secondo le anticipazioni circolate finora, il limite dovrebbe essere del 30% e concentrarsi sugli studenti con cittadinanza extra-Ue che hanno una conoscenza insufficiente dell’italiano, lasciando fuori quindi una buona parte del quasi milione di alunni senza cittadinanza italiana. Il 30%, però, non è una percentuale appena comparsa nel dibattito. È entrata nelle regole della scuola italiana ben sedici anni fa.
Il tetto del 30% esiste dal 2010
La circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, emanata quando il Ministero dell’Istruzione era guidato da Mariastella Gelmini, stabiliva che gli alunni con cittadinanza non italiana non dovessero superare, “di norma”, il 30% degli iscritti in ogni singola classe. Il limite doveva entrare gradualmente in vigore già dall’anno scolastico 2010/2011.
Quel “di norma” faceva parecchio lavoro. Il tetto poteva essere alzato dagli Uffici scolastici regionali quando gli studenti stranieri possedevano già competenze linguistiche adeguate, situazione indicata espressamente come frequente tra i ragazzi nati in Italia. Poteva invece essere abbassato quando la conoscenza dell’italiano era insufficiente per partecipare pienamente alle attività didattiche. Insomma, già allora la cittadinanza da sola non bastava a descrivere ciò che accadeva dentro una classe.
A distanza di sedici anni, il presidente dell’ANP spiega perché quella soglia sia rimasta molto più semplice da scrivere che da applicare:
Le scuole devono innanzitutto accogliere gli alunni del territorio, soprattutto nell’infanzia e nella primaria. Se in un determinato quartiere la presenza di famiglie straniere è maggioritaria, come si può rispettare un limite percentuale? Non possiamo certo mandare via i ragazzi.
Queste le dichiarazioni di Giannelli nel comunicato dell’Associazione nazionale presidi. Se in un quartiere la presenza di famiglie straniere è maggioritaria, rispettare una percentuale rigida diventa complicato senza allontanare alcuni bambini dalla scuola più vicina. Il principio di avere classi equilibrate viene definito dall’ANP “fondato e condivisibile” sul piano didattico. Poi arriva la geografia.
Il problema resta molto fisico: chilometri
Giannelli cita il caso di Prato, dove in alcune zone è presente una forte concentrazione di famiglie di origine cinese. La composizione delle classi finisce inevitabilmente per riflettere quella del territorio e il presidente dei presidi parla infatti anche di un “problema urbanistico”: distribuire diversamente gli studenti significa avere altre scuole abbastanza vicine, con posti disponibili e collegamenti sostenibili per le famiglie.
Secondo le anticipazioni sul provvedimento, il Governo starebbe pensando a un maggiore coordinamento tra Uffici scolastici e territorio per individuare altre “scuole di prossimità”. La parola decisiva sarà proprio prossimità. Una scuola dall’altra parte del quartiere e una raggiungibile dopo chilometri di spostamenti quotidiani sono entrambe “altre scuole”, ma per una famiglia con bambini piccoli tendono a essere due cose parecchio diverse.
La distribuzione nazionale, poi, dice solo una parte della storia. Gli studenti con cittadinanza non italiana sono circa 931mila, l’11,6% del totale, secondo i dati raccolti nel Rapporto ISMU su dati Istat. La concentrazione cambia però moltissimo tra regioni, città e singoli quartieri. Secondo le anticipazioni sul decreto, sarebbero circa mille su oltre 300mila le classi con più del 20% di studenti di prima generazione. Tra i casi con concentrazioni molto più alte viene segnalata una prima classe di Mestre in cui il 90% degli iscritti proviene da famiglie bengalesi. La media nazionale, davanti al cancello di quella scuola, serve relativamente poco.
C’è anche un limite giuridico: l’articolo 34 della Costituzione stabilisce che “la scuola è aperta a tutti”. Salvatore Curreri, docente di Diritto costituzionale all’Università di Enna, ha osservato che una misura tanto restrittiva da costringere minori e famiglie a spostarsi molto lontano dal territorio in cui vivono potrebbe entrare in tensione con il diritto allo studio e con lo stesso obiettivo dell’integrazione.
La conoscenza dell’italiano è già un criterio nella legge
Il decreto in preparazione dovrebbe introdurre una differenza importante rispetto al vecchio criterio del 2010: secondo le anticipazioni, il nuovo limite non riguarderebbe indistintamente tutti gli studenti senza cittadinanza italiana, ma soprattutto quelli extra-Ue con competenze insufficienti nella nostra lingua. Se sarà confermato dal testo, il numero degli alunni effettivamente coinvolti sarebbe quindi molto più basso del totale.
Una distinzione simile esiste già nella legislazione scolastica. La legge 106 del 2024 prevede, a partire dall’anno scolastico 2025/2026 e nei limiti delle risorse disponibili, la possibilità di assegnare docenti dedicati all’italiano per stranieri nelle classi in cui almeno il 20% degli studenti si iscrive per la prima volta al sistema nazionale d’istruzione oppure non possiede competenze linguistiche almeno pari al livello A2.
Anche i dati INVALSI mostrano perché distinguere tra prima e seconda generazione sia importante. Alla fine della scuola media, il rischio di dispersione implicita – ragazzi che restano nel percorso scolastico ma non raggiungono le competenze attese – riguarda il 22,5% degli studenti immigrati di prima generazione, contro l’11,6% degli italiani.
Tra gli studenti di seconda generazione scende però al 10,4%, praticamente sullo stesso livello dei compagni italiani. I dati INVALSI 2025 mostrano inoltre che alla fine delle superiori il divario si riduce ancora. Mettere nello stesso contenitore il ragazzo arrivato da pochi mesi e quello nato a Brescia quindici anni fa permette una percentuale molto ordinata. Didatticamente, un po’ meno.
Le seconde generazioni, del resto, sono ormai la componente maggioritaria. Nell’ultima rilevazione ministeriale dettagliata disponibile sulla nascita, relativa al 2022/2023, il 65,4% degli studenti con cittadinanza non italiana era nato in Italia. Possono avere frequentato qui asilo, elementari e medie e parlare italiano dalla prima infanzia pur continuando a rientrare, amministrativamente, nella categoria degli “studenti stranieri”.
Secondo le anticipazioni sul provvedimento, solo circa un terzo del quasi milione di studenti con cittadinanza non italiana potrebbe rientrare nella nuova norma: sarebbero esclusi quelli con cittadinanza europea e quelli che possiedono già adeguate competenze linguistiche.
Per sapere come funzionerà davvero servirà il testo: quali prove stabiliranno la conoscenza dell’italiano, quali deroghe saranno consentite, chi dovrà trovare i posti nelle altre scuole e soprattutto quanto lontano potrà essere mandato un bambino quando quella del quartiere ha già raggiunto il limite.
Il decreto annunciato dovrà quindi fare ciò che il 30% scritto nel 2010 non è riuscito a risolvere: tenere insieme composizione equilibrata delle classi, competenze linguistiche, distribuzione delle famiglie sul territorio e diritto alla scuola di prossimità. Il numero, da solo, è facilissimo, basta scrivere 30%. Poi suona la campanella, arrivano le iscrizioni e il quartiere continua ostinatamente a essere quello che è.